CAST & CREDITS

cast:
Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Christoph Waltz, Kerry Washington, Samuel L. Jackson

regia:
Quentin Tarantino

distribuzione:
Warner Bros. Pictures

durata:
165'

produzione:
Columbia Pictures, The Weinstein Company, Super Cool Man Shoe Too, Double Feature Films, Super Cool

sceneggiatura:
Quentin Tarantino

fotografia:
Robert Richardson

scenografie:
J. Michael Riva

montaggio:
Fred Raskin

costumi:
Sharen Davis

musiche:
Mary Ramos

Django Unchained | Recensione | Ondacinema

Django Unchained

di Quentin Tarantino

azione, Usa (2012)

di Giancarlo Usai

Voto: 9.0

Caro Maestro Tarantino, per spiegare a chi ci legge quanto abbiamo amato il suo ultimo film, ci è venuto naturale rivolgerci direttamente a lei, nella speranza di trasmettere in questo modo informale tutta la gratitudine per un'altra puntata che ci ha regalato della sua irripetibile avventura nel mondo del cinema. Lo sappiamo, quando arriva un suo nuovo lavoro, gli animi non sono mai tranquilli. Si passa dal tifo da stadio più ridicolo ai detrattori di professione che continuano ad associare il suo nome all'espressione "grande bluff". Poi c'è chi continua a tentare di inquadrare il suo originalissimo percorso secondo un criterio ragionevole, qualcosa che possa spiegare che cosa lega la stessa mano che guidava la macchina da presa ne "Le iene" a quella che ha diretto "Django Unchained".

Noi, invece, preferiamo concentrarci sull'ultimo tassello, su questa epopea western che di cinema italiano degli anni 60 ha ben poco, se non il nome del protagonista mutuato da un glorioso film di Sergio Corbucci, pezzi di colonna sonora e qualche momento di citazionismo sfrenato sparso lungo il minutaggio. Ma l'avventura del suo eroe nero, Maestro, si trasforma immediatamente, fin dall'inizio di kubrickiana memoria, in ben altro. Il film, ci pare, è il momento finale di un sentiero che l'ha portata a una trasformazione del suo cinema. Ferma restando la bulimia di un'arte che nutre se stessa, di un universo verosimile che cerca riscontro solo nella logicità e nell'onestà del suo creatore, stavolta siamo al compimento di un ambizioso progetto che con "Bastardi senza gloria" era solo cominciato. Quando la sua concezione di cinema incontra la Storia, ne esce un ibrido che neanche chi aveva la massima stima nelle sue imprevedibili risorse poteva immaginare. "Django Unchained", infatti, agisce su tre binari paralleli che proviamo a ricordare sull'onda dell'emotività post-visione.

Abbiamo innanzi tutto il compendio tarantiniano del cinema western, un genere da lei molto amato, lo sappiamo, ma non credevamo fino a questo punto, ripercorrendo in 160 minuti una serie di momenti distinguibili della storia dei suoi predecessori, che limitare a un omaggio pedissequo alla coppia Corbucci-Nero risulta assolutamente fuorviante. Nel suo western c'è sia un passionale ricordo di diversi pezzi di storia, sia un coraggioso contributo nuovo che porta il genere, una volta passato nelle sue mani, a rigenerarsi. Ecco, "Django" non è solo un commosso saluto agli "spaghetti western", non è solo un'amicizia virile ed emozionante attraverso paesaggi mozzafiato ma anche ostili nello stile fordiano di "Sentieri selvaggi". Non c'è solo il Clint Eastwood decadente e disilluso che portava i suoi "Spietati" in giro per le vallate ad ammazzare uomini e a farlo, seppur con un codice d'onore, "solo per i soldi". No, "Django Unchained" è anche la declinazione del vecchio West secondo il linguaggio tipico del suo cinema, Maestro. E questa capacità, che si conferma pezzo dopo pezzo della sua filmografia, questa sua abilità nel "piegare" gentilmente ogni filone di settima arte alle sue personali intuizioni resta una dote unica e preziosa. Sulla questione del rapporto fra lei e il cinema cosiddetto di serie B andrebbe aperta una questione a parte. Noi ci limitiamo a registrare che, indipendentemente dal livello della materia che lei plasma, attraverso la sua lente d'ingrandimento tutto assume una portata epica, storicizzata, granitica.

Il secondo binario su cui ci conduce il suo capolavoro è un ulteriore tassello di Storia che va ad affiancarsi a quello immediatamente precedente. Stavolta non c'è il male assoluto del nazismo da debellare attraverso la macchina-cinema, stavolta torniamo ancora più indietro, a un secolo in cui si ponevano le fondamenta della civiltà moderna, più specificamente di quella americana. E anche stavolta è nel buio di una sala che le regole possono essere riscritte, è il sogno del cineasta libero da ogni lacciuolo che c'è in lei che porta le catene dell'Ercole nero, protagonista di questa avventura, a spezzarsi per sempre. Certo, chi amava le "tarantinate", volgarmente così chiamate le peculiarità della messa in scena pulp dei suoi primi film, forse storcerà il naso nell'osservare una cinepresa che con il passare degli anni si fa più "classica", lascia nel cassetto dei ricordi il furore di virtuosismi eccessivi, e colora con più decisione la cornice dentro cui i personaggi interagiscono. Per un salto indietro nel passato di tal fatta, forse, era impossibile girare in modo diverso da quello che lei ha scelto. E la Storia nel viaggio del suo cinema, ancora una volta, si dimostra non semplificata, non banalizzata, non falsificata. Bensì viene mostrata allo spettatore con l'ingenuità di chi vi si accosta da profano, da appassionato desideroso di affrontarla senza il timore di un'emotività spudorata ed esasperata.

Infine, c'è un discorso che vale la pena ripetere ancora una volta. Anche se lontano dal quel carattere enciclopedico che grondava nei due "Kill Bill", di nuovo il suo cinema è una sfida per lo spettatore e per il critico superbo e dogmatico. È un affronto per chiunque cerchi la verosimiglianza a un mondo vero e reale nella sua finzione. No, il cinema di Quentin Tarantino rimane ancora un universo a se stante, una galassia che non incontrerà mai le nostre vite. E in questo citare se stesso, le sue precedenti pellicole, il ripetere per l'ennesima volta alcune situazioni-cardine (dal momento di stallo che fa esplodere la tensione prima della carneficina al cartoonesco arrivo in massa degli antagonisti lungo una rampa di scala, prima erano samurai ora sono pistoleri) non c'è, come alcuni sbrigativi censori affermano, una sterile autoreferenzialità. C'è invece, a nostro parere, l'ambizione di un cinema che si nutre, semplicemente, di altro cinema, che trova nella storia della macchina da presa la nuova linfa per rinnovarsi e ripresentarsi ogni volta rigenerato e sempre nuovo, sempre al passo con i tempi.

Avevamo detto tre binari. Ce ne sovviene un quarto per chiudere degnamente con i ringraziamenti. Perché, e forse sarà il caso di cominciare a urlarlo con vigore, il cinema tarantiniano è soprattutto fatto di attori e attrici straordinari, di interpreti che affrontano ruoli frastagliati nel fisico e nell'animo con perizia e talento. Da Jamie Foxx (aspettiamo una spiegazione per la sua esclusione dagli Oscar) a Leonardo DiCaprio (ormai stupefacente nel suo adattarsi, di volta in volta, al diverso registro di ogni gigantesco cineasta con cui si confronta) fino al monumentale Christoph Waltz, di nuovo sorprendente nella mimica e nella vocalità per l'adesione al suo cinema, Maestro. E proprio il dottor Schultz, dentista a caccia di taglie, è il trait d'union fra la tradizione che si rinnova e le novità che irrompono nella pellicola. Perché è sì verboso, è sì pieno di tic e movenze superflue quanto qualsiasi protagonista uscito da un album della sua filmografia, ma è anche capace, grazie a ogni indimenticabile primo piano, di donare, al suo personaggio e all'opera tutta, quell'umanità e quella malinconia lacerante che portano il suo cinema, Maestro, a raggiungere con questo ultimo capitolo nuove inarrivabili vette.