Il petroliere

Il petroliere


Paul Thomas Anderson

Drammatico, Epico | Usa
(2007)

Quando poco meno di cento anni fa il cinema, padrone dei propri mezzi ben masticati per più decenni, cominciava ad espandere i propri metri di pellicola, cineasti di punta della scena statunitense, capeggiati da David Wark Griffith, trovarono come filo conduttore l’epica narrativa, che poteva così accompagnare quei fondamentali passi del cinema che fu: il celeberrimo titolo “Nascita di una nazione” (1916) dice non poco in proposito. Abbandonati i fasti degli albori, pare quasi che quel concetto di epica rappresentata sia poi finito tra le mani della cinematografia sovietica (con tecniche e gamme espressive certamente diverse) che, pur se spesso realizzate su commissione per commemorare anniversari e rivoluzioni, ribadivano il concetto di cinema come strumento rappresentativo di significativi cambiamenti socio-politici-economici. Produttore esecutivo di “Lampi sul Messico” (1933) di Sergej M. Ejzenstejn (il più noto e geniale tra i cineasti sovietici), Upton Sinclair. Scrittore di Baltimora, dalle idee fortemente socialiste, Sinclair, tutt’oggi pressoché sconosciuto in Italia, scrisse nel 1927 “Petrolio!” (“Oil!”). Ottanta anni dopo esce al cinema “There wil be blood”, tratto proprio da quel libro di narrativa.

Sebbene siano leggibili frecciatine anti-Bush, Paul Thomas Anderson ha però affievolito le tonalità politiche del libro, e per concentrare le forze sul ritratto di un uomo si è circondato di biografie di vecchi magnati petrolieri (Edward Dohney in primis), vecchie foto d’epoca, e pellicole evocative come “Il tesoro della Sierra Madre” di John Huston, oltre che dalla figura di Achab, il capitano di Moby Dick.

E’ da intuire in “Greed – Rapacità” (1924), però, il parallelo più significativo possibile: al di là degli elementi narrativi in comune tra i due film, con i dovuti paragoni anche von Stroheim era alla ricerca di una meta che potesse essere un immaginifico colosso di portata ambiziosa e smisurata e ad ogni costo diversa dalle immagini solitamente viste sul grande schermo.

L’incipit rappresenta al contempo la sequenza più pura e la più religiosa dell’opera: circa quindici minuti privi di dialoghi, un minatore che si muove in un montaggio che abbraccia una manciata di anni, la vocazione del petrolio. Il successivo scontro tra l’ormai petroliere Daniel Plainview e il giovane e fanatico predicatore, difatti, non è ascrivibile ai duelli bene/male che hanno caratterizzato centinaia di western, ma è piuttosto una sfida all’ultimo sangue tra due uomini visti come figure poggiate su opposti piedistalli della società, ma in realtà con medesima fame di denaro, che fagocita entrambe le loro anime, risucchiando strade sensate e sprofondando nella solitudine, quando non nella pazzia.

Paul Thomas Anderson cambia ancora pelle e questa volta il suo maggior merito risiede proprio nel tentativo estremo e coraggioso di affidarsi a una materia anacronistica non affannandosi, come già accennato, a tutti i costi nel trovare verità parallele tra l’America del primo 900 e quella contemporanea. Mette invece mano al suo bagaglio audio-visivo messo in campo nel precedente e sottovalutato “Ubriaco d’amore“, soprattutto quando orchestra sequenze sinfoniche che concettualmente possiamo definire di “jazz cubista”: si parte prevalentemente da atmosfere minimaliste per sprofondare gradualmente in crescendo con piani sequenza e carrellate imprevedibili, condotte dall’incessante colonna sonora di Johnny Greenwood (chitarrista dei Radiohead), fatta di dissonanze che sembrano quasi sempre sul punto di esplodere, talvolta sfumate in un minimalismo sacro alla Arvo Pärt.

Il film nella sua parte finale subisce una brusca sterzata: spazzate definitivamente via quelle briciole di umanità rimaste nella propria vita, Daniel Plainview affronta l’altra faccia della stessa medaglia , ed è così che una pista da bowling domestica diventa un teatro degli orrori e gli intenti da horror mefistofelico emergono in una messa in scena molto teatrale, che il “ho finito” che precede i titoli di coda ribadisce apertamente. E’ un ulteriore cambio di registro spiazzante per un grande e squilibrato film, tremendamente ambizioso e certo imperfetto ed eccessivo. E’ come se Anderson scivolasse nei suoi pozzi di petrolio per poi riprendersi ogni volta e continuare il suo tragitto sfornando grande cinema. Più che di un capolavoro mancato, si ha l’impressione di trovarsi davanti a un film che avrà bisogno di anni per svelare la sua reale statura.

Certo è che il suo autore non si è per nulla risparmiato e, utilizzando anche in maniera eccelsa ambienti naturali, con l’aiuto di un cast tecnico in gran forma, si è “sporcato le mani” mettendoci passione, sudore. e sangue.

Non posso che concludere con un nome finora messo volontariamente da parte tanto è pesante: Daniel Day Lewis.

Preparatosi meticolosamente al ruolo per mesi e mesi, (leggendo libri, documenti, guardando documentari) l’attore britannico, dal battito degli occhi al movimento delle mani, dalla camminata, all’accento, fa da una parte una prova mimetica cucita su quei petrolieri che cominciarono ad agire dalla fine dell’800 nel nome del capitalismo, dall’altra va nettamente oltre la maniera e il mimetismo, addossandosi ogni sequenza, ogni passo, entrando nella storia del cinema con una prestazione attoriale di portata titanica che bisogna vedere (in originale) per crederci.

28/04/2008

Cast e credits

Titolo Originale
There will be blood
Distribuzione
Buena Vista International
Durata
158'
Produzione
Daniel Lupi per Miramax Films, Ghoulardi Fil, JoAnne Sellar, Paramount Vantage, Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura
Paul Thomas Anderson
Fotografia
Robert Elswit

Trama

Fine 800-inizio 900. Vita di Daniel Plainview, da cercatore d'argento ad avido e spietato petroliere
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