CAST & CREDITS

regia:
Hiroyuki Morita

distribuzione:
Lucky Red

durata:
75'

produzione:
Studio Ghibli, Toho Company

sceneggiatura:
Aoi Hîragi, Reiko Yoshida

scenografie:
Naoya Tanaka

montaggio:
Megumi Uchida

musiche:
Yuji Nomi

La ricompensa del gatto | Recensione | Ondacinema

La ricompensa del gatto

di Hiroyuki Morita

animazione, fantastico, Giappone (2002)

di Stefano Santoli

Voto: 6.5

Haru, adolescente impacciata e sempre in ritardo, sin da piccola ha una speciale confidenza con i gatti. Una mattina salva un gatto che stava per essere investito per strada: per ricompensarla, il re dei gatti decide di darla in sposa al gatto salvato, che è proprio il figlio del re. Da quel momento, lo scopo di Haru sarà di liberarsi dal mondo in cui viene risucchiata, per riappropriarsi della propria umanità (che sta lentamente soccombendo, visto che si comincia a trasformare parzialmente in gatta).

Evidente le affinità di questo piccolo progetto Ghibli del 2002 con "La città incantata", capolavoro miyazakiano dell'anno precedente, in cui i genitori della protagonista erano stati trasformati in maiali, e la stessa Chihiro per ritrovare la propria libertà doveva rimettere insieme gli ideogrammi del proprio nome. Il graduale passaggio dal mondo reale alla parallela dimensione felina è forse la parte più riuscita del film, per le soluzioni adottate sia a livello narrativo (la processione notturna dei gatti, che sembra solo un sogno), sia a livello figurativo, e specificamente cromatico (memorabile il tramonto che suggella il compimento del passaggio da una dimensione all'altra). Per contro, la descrizione del regno dei gatti - una corte medievale con tanto di spettacoli buffoneschi - rimane un po' abbozzata e a tratti infantile. Questo breve lungometraggio, caratterizzato da uno stile grafico più ruvido e da una componente umoristica (a tratti slapstick) inusuali per una produzione Ghibli, rimane comunque un esperimento notevole per la facilità sorprendente del tono esplicitamente fiabesco con cui lo spettatore è indotto a sospendere la propria incredulità.

"La ricompensa del gatto" è uno spin-off de "I sospiri del mio cuore", film del 1995 di Yoshifumi Kondo, cui Miyazaki e Takahata avevano contato di affidare le sorti dello Studio Ghibli, e che purtroppo scomparve prematuramente nel 1998. Titolo originale del film di Kondo ("Mimi o sumaseba") era quello del racconto che, nel film, scriveva la protagonista Shizuku, di cui erano a loro volta protagonisti il gatto Baron e il suo compagno Muta, il grosso gatto bianco che, accompagnando Shizuku nella bottega di un antiquario, svolgeva un ruolo fondamentale nella pellicola di Kondo. Entrambi i gatti Baron e Muta si ritrovano ne "La ricompensa del gatto". La peculiarità di questo film del 2002 è quella di presentare animali antropomorfi, una caratteristica piuttosto estranea alle produzioni Ghibli, in cui riecheggia un gusto per l'animazione degli anni '80 (pensiamo alla serie "Il fiuto di Sherlock Holmes" dello stesso Miyazaki). Il film trabocca di citazioni ("Labyrinth" di Jim Henson fra le tante) ed è pieno di rimandi in particolare all'immaginario fantastico degli anni ‘80.

Si tratta dell'unica regia di Hiroyuki Morita, animatore che aveva lavorato per "Akira" di Otomo e, dal 1989, per lo studio Ghibli ( "Kiki consegne a domicilio"), mantenendosi a metà fra i due universi (collaborerà ancora con entrambi per poi dedicarsi, nel 2007, di nuovo come regista, alla trasposizione seriale del manga "Bokurano"). Ne "La ricompensa del gatto", per quanto a tratti si percepiscano echi del lavoro per Otomo - ad esempio, nel ralenti con cui è reso il salvataggio del gatto - prevale comunque, com'è ovvio, la dimensione ghibliana: dal plot di base, che vede per protagonista una ragazza poco più che bambina, al disegno delle architetture del regno dei gatti, sino ad immancabili citazioni esplicite (la parata notturna dei gatti rimanda a "Pom Poko" di Takahata).

Al cuore del film sta quella particolare linea d'ombra fra adolescenza ed età adulta che è la paura di smarrire la propria identità. Il racconto di formazione di una ragazza in una fase di passaggio particolarmente delicata dell'adolescenza è declinato attraverso l'ambiguità della dimensione felina: l'acquisizione di una maggiore sicurezza, da parte di Haru passa attraverso la presa di coscienza dell'ambiguità di fondo di amici tanto amati - i gatti, appunto - che sono al contempo fedeli e infidi, impossibili da addomesticare pienamente e ricondurre quindi a una dimensione di dipendenza. La sostanziale irriducibilità del felino all'umano è l'elemento di forza del film, prestandosi bene a rappresentare qualcosa che si apprende nel diventare adulti: ovvero che coloro ai quali si può essere innatamente disposti a prestare affetto e fiducia mostreranno anche aspetti imprevedibili e non graditi. L'avventura nel regno dei gatti insegna, inoltre, anche a misurare la distanza fra un mondo di fantasia fatto a immagine dei propri desideri e un mondo, sempre fantastico, che è però specchio metaforico di quello reale (non meno ignoto e sconosciuto), in cui crescere implica la paura di perdere la propria specialità e individualità. Il timore più profondo di ogni adolescente.

In questa prospettiva è funzionale un'antropomorfizzazione dei gatti che è solamente apparente. Difatti, a differenza di quanto accade abitualmente nell'universo disneyano, nessun personaggio felino è completamente riconducibile a una caratterizzazione umana. I vari Muta, Baron, il principe e il re dei gatti, mantengono tutti una caratterizzazione sfumata e ambigua, cui non è estranea una certa possibile doppiezza. E' questo a farne esseri non pienamente comprensibili, sostanzialmente inafferrabili, appartenenti davvero a un universo altro. Ciò conferisce peculiare fascino ad un'opera non esente da limiti e difetti, ma che, sia pur con semplicità e leggerezza (specie se confrontata ad altre opere Ghibli), conserva un carattere straniante di fondo che ne costituisce il maggior pregio.