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recensione di Rudi Capra
6.5/10

È con estrema riluttanza e solo dietro compenso che Yakov, incalzato dal rabbino Shulem, accetta di lavorare come shomer, vegliando il cadavere del signor Litvak fino al mattino. Nella vecchia casa stipata di ricordi e fiochi paralumi si prepara a una nottata insonne insieme allo smartphone, la salma del signor Litvak e l’anziana signora Litvak, affetta da demenza senile. Tutto tranquillo finché il cadavere inizia a muoversi.

Le prime visioni portano Yakov a ridere istericamente, palesando una fragilità che odora di trauma, colpa, di analisi, pillole. Stanze tetre e personaggi psicolabili si fanno compagnia sin dai tempi degli Usher. Ma la classicità non è un difetto se il racconto, come in questo caso, mantiene un prezioso equilibrio tra tensione, allusione e rivelazione, nutrendo atmosfere, dosando i jumpscare e innestandosi sul tronco millenario della cultura ebraica. Trattasi infatti di mazik, demone con la testa girata costantemente all’indietro, "verso il passato". È la tematica della memoria che si configura come matrice universale dell’orrore: memoria collettiva di un crimine, memoria individuale di un lutto.

Nel caso di Yakov il lutto è la morte del fratellino, che lo ha spinto ad abbandonare la sinagoga. Isolarsi da una comunità significa anche interrompere o ridurre la comunicazione, aspetto che si ripercuote sulla texture audiovisiva tramite i ripetuti stridori, ronzii, brusii, strascinamenti. Non solo rumori; chat e videochiamate si imprimono sullo schermo, ma il destinatario, anche quando viene raggiunto, è irraggiungibile. La disconnessione riflette il distacco dal proprio retroterra culturale, ed è proprio in questo iato che il mazik attecchisce e prospera, impossessandosi di Yakov. La possibile liberazione prende la forma di un tefillin (o filatterio), astuccio di cuoio che si lega al braccio per le preghiere mattutine, viatico per una riconciliazione con l’ebraismo – anche se al di fuori dal seminato religioso.

L’esordio di Keith Thomas coniuga simboli antichi e riflessioni sui moderni mezzi di comunicazione in un impianto narrativo diviso in tre parti che si mostra coinvolgente nel setup, avvincente nello svolgimento e trascurato nella risoluzione. Il connubio tra horror ed ebraismo produce una sintesi di atmosfera, che trova piena giustificazione di sé non tanto nelle immagini che mostra quanto nei simboli che utilizza. Dopo "Paranormal Activity" e il più recente "Get Out", Blumhouse firma un altro esordio promettente nel panorama contemporaneo del cinema horror.


16/09/2020

Cast e credits

cast:
Dave Davis, Menashe Lustig, Malky Goldman, Lynn Cohen, Ronald Cohen, Fred Melamed


regia:
Keith Thomas


titolo originale:
The Vigil


distribuzione:
BIM Distribuzione


durata:
89'


produzione:
Blumhouse Productions, Boulderlight Pictures, Angry Adam Productions


sceneggiatura:
Keith Thomas


fotografia:
Zach Kuperstein


montaggio:
Brett W. Bachman


musiche:
Michael Yezerski


Trama
È con estrema riluttanza e solo dietro compenso che Yakov, incalzato dal rabbino Shulem, accetta di lavorare come shomer, vegliando il cadavere del signor Litvak fino al mattino
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