Vacanze di Natale a Cortina

Vacanze di Natale a Cortina


Neri Parenti

Commedia | Italia
(2011)

28 anni dopo, i guastatori del cinepanettone tornano sul luogo del delitto, quando lo skaz di De Sica, il decolleté della Sandrelli, una spianolata di Jerry Calà e uno sguardo santarella-puttanella di Karina Huff li mandarono assolti e liberi di scorazzare per un trentennio buono in tutti i parchi giochi dell’universo con le loro storie di corna, frustrazioni, velleità e pose.

Si torna a Cortina, meta grave, asburgica, dècor ideale per la penna caustica con le cotiche dei Vanzina Bros, retrocessi alla sceneggiatura, e la cinepresa di Neri Parenti, confermatissimo alla regia.

 L’avvocato Covelli (Christian De Sica) chiude lo studio, congeda la segretaria in lacrime e raduna la famiglia per il capodanno sulla neve. L’ingegner Brigatti (Ivano Marescotti) parte per una delicata missione con il fido Lando (Dario Bandiera).

Una coppia di buzzurri si mette in groppa al nuovissimo modello fiat con una missione non meno delicata: pagare i conti più salati possibili, ché fa tanto chic, e tenere in carica la macchina fotografica per gli autoscatti sulle Dolomiti da inviare alla coppia di buzzurri amici loro rimasti a casa a rosicare. Ma è Natale e anche per loro (Ricky Memphis e Valeria Graci) avviene il miracolo last minute, anche per loro un posto al sole che però è un vero e proprio Iraq, con mappe dettagliate e coperte di teschi e No trespassing che non significano campi minati ma peggio, locali pubblici dove un vino “2015” non è il vino supernovello che verrà ma il costo in euro della singola bottiglia.

Succede di tutto: corna vere, immaginarie e virtuali; debolezze senili; fidanzamenti celebrati in bacheca da uno “stato” e cancellati da un commento; pasta con le sarde, amalgamate dall’antico tormentone di Ryan Parisi (“Dolce vita”) e tanti sketch e battute di natura sospensiva, che si rivolgono direttamente al pubblico ma non insinuano nessun dubbio nei destinatari, sordi, ciechi ma mai muti, nella loro inadeguatezza.

Logico ultimo atto del tanto discusso sottogenere della commedia all’italiana.

Logico ma non è detto, siamo un Paese sentimentale, ancora un piccolo sforzo e arriveremo al 30° episodio, certamente più degno di una celebrazione.

Logico perché chiude un cerchio e dopo aver incassato tanti soldini (ma sempre meno) è anche riuscito a conquistarsi una sua dignità, un recupero culturale, un sottile gioco di rivalutazione, di “traccia” del come eravamo, come siamo e magari anche del come saremo.

De Sica sarà il più contento di tutti perché in questo episodio molla la sua fregola puttanizia, si ripulisce degli schizzi scatologici e evita i tuffi dal balcone di una qualche sua amante smandrappata per rivestirsi di panni tragicomici che gli stanno addosso benissimo, magari anche in contesti diversi.

La Ferilli, al contrario, ha anche lei una carriera alle porte ma più subdola, una maschera di botox che si è tutto rappreso negli zigomi e da sola potrebbe rilanciare l’ottimo (e ingiustamente dimenticato) filone dell’horror all’italiana.

Dario Bandiera, Lando nel film, forse un rimando all’eroe del fumetto porno, “Lando, che ti scopa volando”, è bravo come uno dei tanti sottoprodotti regionalistici di Zelig.

Ivano Marescotti è bravo e basta, una benedizione per l’industria cinematografica che ha bisogno di star ma anche di caratteristi. In questo senso un bravo va anche a Ricky Memphis.

Si ride e si porta al cinema la gente che piuttosto di pagare il biglietto per i Kaurismaki, i Malick e Lars Von Trier si sparerebbero a un piede.

Cosa si vuole di più? Jerry Calà, il mitico Billo del 1983? Quello non c’è ma nella hall del’hotel a cinque stelle riadattato a balera si balla sulle note di “Maracaibo”.

Questo cinepanettone, come i 27 che lo hanno preceduto, al limite non è neanche un film, è un rituale come “comunicarsi almeno a Pasqua”, un punto di convergenza tra la sordità senile della nonna, la mente distratta dagli antipasti del cenone della mamma, la nostalgia di mezza età del cognato che trova nell’avvocato Covelli il suo alter-ego, quell’eroico-infantile pastrocchio che lui non è potuto essere a causa delle tasse e dei figli che crescono, quegli stessi figli che in sala condividono i popcorn e si avvicinano ai misteri di quell’opera buffa che è il sesso, pulito, mai fatto, solo evocato (e la nonna che è sorda ma mica scema approva).

Una parata di vip ci conferma nel ragionamento del punto medio, di quella ricetta che prova ad accontentare tutti e ci riesce soprattutto con i vecchi amanti del trash (moda ormai passata da quando si è scoperto che uno come Marco Giusti probabilmente si lava poco), con i romantici più cristallini, induriti dalla vita, con i cinici alla finestra.

E allora ecco il circo mediatico: Simona Ventura, Renato Balestra, le De Blanck, Bob Sinclair, Cesare Prandelli, Emanuele Filiberto, Alfonso Signorini… tutti messi lì a mo’ di epifania e poi, pouf, il giorno dell’Epifania il sogno finisce e la pellicola va al macero e nessuno si sogna di rivederli in DVD o su una qualche Sky. Tornano alla loro vita di sempre, principi, contesse, stilisti, pettegoli, allenatori di calcio, edicolanti, ex puttanieri e figli che crescono. Lentamente, ma crescono.

04/01/2012

Cast e credits

Distribuzione
Filmauro
Durata
113'
Produzione
Filmauro
Sceneggiatura
Neri Parenti, Carlo Vanzina, Enrico Vanzina
Fotografia
Tani Canevari
Scenografie
Luca Gobbi
Montaggio
Luca Montanari
Musiche
Bruno Zambrini
Costumi
Alfonsina Lettieri

Trama

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