Un détour par Diane

Un détour par Diane


Ann Sirot, Raphaël Balboni

Dramedy | Belgio, Francia
(2026)

Questo curioso film belga costruisce la sua stranezza già nei primi minuti, con un ballo da cowboy e poi una delle scene di sesso più divertenti e anomale forse di sempre, finita in modo letteralmente anticlimatico quando Diane (Ninon Borsei), raggiunto l’orgasmo, si rifiuta di continuare perché troppo stanca, con delusione del partner appena conosciuto: “Un sacco di uomini si comportano così”, in effetti, quindi perché non può fare lo stesso per una volta? È veramente un bel personaggio questa Diane, ventottenne irrequieta che non si accontenta e lo fa sapere a tutti, anche nelle situazioni più imbarazzanti; non sempre ci viene simpatica ma non si può che ammirarne la risolutezza e la noncuranza verso ciò che la società si aspetta da lei.

Il territorio della commedia è però insidiato da qualcosa di molto più serio (come d’altronde dovrebbe sempre accadere): Diane scopre per caso che la madre ha subito in gioventù uno stupro mai denunciato, e parte da Bruxelles con l’intenzione di profanare la lapide del responsabile perché tutti sappiano cosa ha fatto. Questa la premessa di un racconto vivace, che parte dal superamento del trauma (forse il topos più frequentato dell’ultimo decennio di cinema) ma vi innesta diverse altre questioni interessanti. In primo piano ci sono le dinamiche generazionali: Diane porta avanti una lotta e gestisce il dolore del passato con una certa irresponsabilità, ma il suo intervento è fondamentale per chiudere definitivamente le ferite, grazie anche allo “spirito guida” della nonna. Dall’altro lato, quello dello stupratore e del figlio ignaro che con questa nuova consapevolezza deve fare i conti. Forse questo controcampo rimane un po’ irrisolto, ma d’altra parte gli uomini non possono essere i protagonisti di questa storia.

In mezzo a tutto questo c’è spazio anche per una vera e propria rom-com, con tanto di passaggi obbligati del genere (soprattutto per scatenare e chiudere la storia d’amore), che trova grandi momenti comici grazie soprattutto alla forza propulsiva e imprevedibile di Diane, con i suoi inspiegabili vestiti da cowboy e una parlantina sagace. Anche il linguaggio del film è eclettico e movimentato: ci sono dialoghi realistici, che sembrano quasi improvvisati, ma anche tracce di estetismi geometrici un po’ à la Wes Anderson, musica ed elementi da western, tempismi comici tutti di montaggio. Senza però tradire la materia “pesante”, presa senza nessun sensazionalismo, anzi con la dovuta serietà di alcune scene più emozionanti del previsto. A trainare tutto questo mischione c’è un cast energico, pieno di personaggi imperfetti e amabili, dalle protagoniste ai comprimari: nonostante il passato possiamo avere fiducia nelle persone, perché faranno meglio.

Se vediamo “Un détour par Diane” insieme al vincitore del Leone d’Oro di questo festival, troviamo i due poli opposti del racconto di tematiche magari non simili ma comunque affini. Da quel lato la cronaca senza spiragli di luce (senza dubbio legittima), da questo invece tutto è proiettato verso il rifiuto di rimanere vittime, la possibilità di guarire prima nella dimensione individuale e poi collettiva. Ma è fondamentale anche non dimenticare, e così la bambina del cimitero (un’altra generazione in là) regala a Diane la fotografia del suo graffito tombale “uno stupratore di meno”, che per vie oblique e inaspettate è diventato atto di cura oltre che rivendicazione. Un’ultima risata che non è solo una risata, in accordo con lo spirito libero di un film che ci ricorda che non c’è dramma che non può essere trattato con umorismo, come in un certo cinema italiano ormai remoto.

13/09/2026

Cast e credits

Produzione
Les films du fleuve, Marianne Production
Fotografia
Fiona Braillon
Scenografie
Špela Tušar
Montaggio
Raphaël Balboni, Sophie Vercruysse
Musiche
Julie Roué
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