Un’altra giovinezza

Un’altra giovinezza


Francis Ford Coppola

Drammatico | Usa
(2007)

Francis Ford Coppola è un regista che ha sempre pagato in prima persona le scelte fatte. Più di ogni altro della sua generazione, ha cercato di ribadire che il regista non era solo un semplice tecnico, ma un artista che attraverso le immagini esprime il proprio mondo interiore. E allora ogni film diventava una lotta contro gli studios per conquistare un’autonomia sempre maggiore. Ma Coppola non ha mai disdegnato le operazioni più commerciali, ben sapendo che per cambiare un sistema di cose prima di tutto bisogna entrarci dentro e da lì cominciare a ingrandirsi, prendersi i propri spazi, avere il coraggio di scommettere e ancor di più quello di saper perdere.

Perché ne ha perse molte di scommesse, Coppola, ne ha persi parecchi di soldi stando dietro ai suoi progetti e ai suoi sogni, ma questo non lo ha mai fermato, anzi gli ha dato la capacità di sapersela cavare in ogni occasione, di sapersi rialzare e di continuare su una strada personale, autentica.

E si arriva a questo suo ultimo lavoro, che esce a dieci anni di distanza da “L’uomo della pioggia” (un film fatto proprio per gli studios). E Coppola non si smentisce, scrive e gira un’opera personalissima, a tratti biografica, che vede la mano del suo autore costruirla e realizzarla e che del suo autore diventa poi l’espressione. Ed è questo processo, paradossalmente, a lasciare un senso di smarrimento davanti alla visione della pellicola. L’essere stati disabituati a intendere il cinema come un’opera personale, poetica, metaforica come lo possono essere un romanzo o una lirica. Coppola si riappropria delle possibilità artistiche di fare cinema in maniera autonoma da convenzioni e mode. Di esprimere attraverso questo mezzo prima di ogni altra cosa un’esigenza dell’anima, così come accade in ogni forma d’arte.

L’essere stati assuefatti a visioni preconfezionate e codificate, che dovevano solo mettere in scena storie, raccontandole per immagini, è quanto molto del cinema contemporaneo ci ha imposto. Perdere il concetto di autore o volerlo rifilare a ogni costo è un altro dei problemi del nostro presente cinematografico. E allora Coppola lavora, prima di tutto, sulla scrittura filmica (sia narrativa, che visiva) e costruisce il proprio modo di raccontare. Parla di letteratura del cinema e arriva quasi a inventarsi un nuovo modo di narrare, in bilico tra la forma del romanzo e quella del film, amalgamando elementi letterari (come l’io narrante, le aperture poetiche, le metafore, i simbolismi) e cinematografici (i dettagli delle inquadrature, la sintassi filmica, le possibilità del montaggio, l’uso dei colori e degli effetti digitali), come se prima di tutto avesse voluto scrivere un libro per poi trasformarlo in immagini e avesse usato la natura visionaria delle immagini stesse per improvvise aperture riflessive, cariche di suggestioni, come se alcuni elementi del libro (il doppio, il rapporto tra sogno e realtà, il tempo) potessero essere espressi unicamente in questo modo. Viene in mente un libro con immagini in movimento tra le pagine. Qualcosa che alterni la voce dello scrittore alla possibilità concreta di vedere ciò che il libro trasmette. Qualcosa di nuovo e rivoluzionario.

La storia narrata è quella di un professore settantenne (Tim Roth) che viene colpito da un fulmine e in seguito a questa traumatica esperienza inizia a ringiovanire. Il professore si accorge anche di avere acquisito capacità mentali straordinarie grazie alle quali cercherà di portare a termine l’opera a cui ha dedicato tutta la sua vita – un libro sul linguaggio, il tempo e la coscienza. Afferma lo stesso Coppola – “La storia mi riguardava da vicino. Come il suo personaggio principale, Dominic, ero torturato e bloccato dalla mia incapacità di portare a termine un lavoro importante. A 66 anni mi sentivo frustrato: da otto anni non facevo un film; le mie aziende andavano a gonfie vele, ma la mia vita creativa era inappagata”.

Tratto da un racconto di Mircea Eliade, il lavoro di Coppola si prefigura, stando alle sue parole, come qualcosa di molto personale. Una immedesimazione umana con il protagonista e quindi anche la possibilità, narrando la sua storia, di parlare di sé stessi. E poi tre temi fondamentali per la vita umana, la scrittura e il cinema. E cioè il linguaggio, il tempo e la coscienza. Si capisce quindi che il film ha una stratificazione semantica quanto narrativa notevole. Una dimensione nuova in cui si intrecciano storie, visioni, paradossi, riflessioni filosofiche, teoria del cinema, linguaggio umano, letterario e cinematografico. Un insieme di stimoli, spunti di riflessione, ragionamenti che finiscono per dare a Coppola la possibilità di una scrittura innovativa, capace forse un domani di rivoluzionare il vocabolario del cinema (se già non lo ha fatto), ma questo lo si capirà solo con il tempo.

Se questo film farà nascere nuovi orizzonti espressivi, significa che Coppola sarà riuscito nel suo intento, riuscire a lasciarsi alle spalle i propri capolavori e continuare a creare. Altrimenti rimarrà la prova di un regista ancora desideroso di sperimentare, che avendo finalmente raggiunto una propria autonomia produttiva, si imbarca solo in quei progetti che sente più vicini, più consoni alla sua natura.

Come tutti i grandi sognatori, Coppola ci parla della possibilità di andare oltre se stessi, rischiando e imparando a perdere, senza per questo smettere mai di guardare oltre, lungo quegli orizzonti in cui arte e vita continuano a sfiorarsi.

05/05/2008

Cast e credits

Distribuzione
Bim
Durata
124'
Produzione
Anahid Nazarian, Francis Ford Coppola
Sceneggiatura
Francis Ford Coppola
Fotografia
Mihai Malaimare Jr.

Trama

Romania 1938. Dominic Matei, anziano studioso di linguistica, ha fallito sul lavoro e nella vita;
il suicidio è già deciso, ma un fulmine lo colpisce e inizia una seconda giovinezza…

Resident Evil
Resident Evil

Zach Cregger firma un reboot radicale che tradisce la lore classica dei videogiochi per abbracciarne però la geometria formale. La regia traduce i tropi del survival horror in precise scelte stilistiche: uso espressionista delle luci, gestione claustrofobica dello spazio e un montaggio sincopato. Pur con qualche prevedibilità di scrittura, il film si impone come un horror solido e grottesco, capace di rigenerare il franchise con lucidità formale

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

Premio speciale della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto d'impatto nel contenuto