Crash – Contatto fisico

Crash – Contatto fisico


Paul Haggis

Drammatico | Usa
(2004)

“Crash” è il primo film da regista di Paul Haggis, sceneggiatore del bellissimo “Million Dollar Baby“. Con un gruppo nutrito d’attori (tutti ottimi professionisti) il neo regista incastra le vicende multietniche e variegate di individui “normali” sotto il cielo losangelino. Costruito sull’incrocio degli eventi – a livello di montaggio, con l’alternanza di situazioni ed episodi -, ha tra i punti forti il dosaggio calibrato tra i momenti molto parlati – ce ne sono tanti – e le scene di suspense. Insomma, stiamo parlando di un film che presenta una tale quantità di materia narrativa che, a svilupparla diversamente, avrebbe potuto alimentare due o tre film separati. È notevole dunque la capacità di Haggis di amalgamare il tutto, dandogli una forma unitaria senza però snaturare le singole vicende. Film zeppo di dialoghi, non eccede in sentimentalismi o facile retorica. Fotografando una Los Angeles dal basso (dalla quale si allontana, come un narratore esterno, solo con il dolly finale) “Crash” si misura con l’America contemporanea, con il suo crogiolo multietnico e variegato. Teso come una corda di violino in più d’una scena, sa trasmettere emozioni intense e, soprattutto, fa riflettere. 

È un America “insanguinata”, quella di Haggis. Dove le persone non riescono a interagire tra loro, dove le difficoltà della dialettica non sono mediate dal linguaggio del corpo, a contrario i gesti della quotidianità solitaria degli individui accentuano le differenze, ingigantendo le distanze, disintegrando (nell’accezione contraria al processo di integrazione/amalgamazione) il meltin’ pot. Non esiste unitarietà, c’è solo una costante impossibilità di incontrare il prossimo. Non sbaglia il Vincent protagonista del “Collateral” di Mann quando dice che Los Angeles è una sorta di non-luogo. È una non-America anche quella di “Crash”, presa dentro alle maglie autostradali di quella stessa struggente e soffocante Los Angeles, bordo e insieme downtown di una più ampia visione statunitense del post-11 settembre.

Per certi versi questo è un film che ha molto in comune con “America Oggi” di Altman. Entrambe le pellicole intrecciano storie diverse, le incrociano, le “scontrano” e ne trascinano gli effetti nei minuti di pellicola a seguire. Se il primo, capolavoro indiscusso di un grande regista, è una fotografia di una certa America e di un determinato periodo storico, questo “Crash” a distanza di molto tempo potrebbe esserne un erede. Deformato, dilatato, magari più ottimista (nei difetti di sceneggiatura si può probabilmente criticare l’eccessiva moralità latente di tutti i personaggi). O forse non è nemmeno così. Magari, paradossalmente, il fatto che la moralità dell’individuo permanga latente e fatichi così tanto a emergere è, a contrario, una visione di un estremo pessimismo contemporaneo.

Indipendentemente dagli Oscar vinti, “Crash” è un film profondo e “pieno”. Corale, recitato con compostezza e con la semplicità con cui noi esseri umani eseguiamo le azioni di ogni giorno. Perché è di questo che parla in fondo il film di Haggis. Racconta il “quotidiano”, dimostrando che il mondo è fatto di persone che inconsciamente ed egoisticamente, per sbarcare il lunario della propria vita, per arrivare fino a domani, barcollano tentennanti lungo il proprio “percorso”. E alla fine, prima o poi, sbattono contro qualcun altro che si trova a percorrere lo stesso cammino.

29/08/2009

Cast e credits

Titolo Originale
Crash
Distribuzione
Lions Gate
Durata
115'
Produzione
Bob Yari, Don Cheadle, Paul Haggis
Sceneggiatura
Paul Haggis, Bobby Moresco
Fotografia
James Muro
Scenografie
Laurence Bennett
Montaggio
Hughes Winborne
Musiche
Mark Isham
Costumi
Linda M. Bass

Trama

Storie multietniche e variegate nel quotidiano di una grande metropoli come Los Angeles
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