Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte

Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte


Jane Schoenbrun

Horror, Queer, Slasher | Usa
(2026)

“Camp Miasma” è un meta-slasher queer. Lo è esplicitamente: i personaggi non solo sono queer ma parlano di essere/diventare queer, parlano moltissimo di essere in un meta-film e, incessantemente, parlano di film slasher. Ed è così concettuale, così dedicato ad essere un meta-slasher queer che se vi interessano tre su tre di questi concetti non potete perderlo, e se ve ne interessano uno o due potrebbe piacervi, perché è girato molto bene. Altrimenti forse conviene scegliere qualcos’altro. 

Nel mondo del film c’è un franchise, “Camp Miasma” ovviamente, con protagonista Little Death, un giovane queer bullizzato e ucciso che riemerge dal lago per penetrare con la sua fiocina i giovani disinibiti del campeggio del titolo. Non fosse chiara la metafora, “Little Death” in francese sarebbe “la petite mort”, espressione usata anche in inglese per indicare lo smarrimento post-orgasmo (il francese è imbattibile per parlare di sesso). Il franchise ha seguito il classico arco degli slasher anni ’80 (“Nightmare”, “Venerdì 13”, “Halloween”): successo perturbante, sequel sempre più scadenti, autoparodia, oblio, tentativi di remake. Una giovane regista, adorata dal Sundance per aver girato “Psycho” dal punto di vista della tenda della doccia (giuro) viene incaricata di rilanciare la saga di “Little Death”, ed è la persona giusta perché ne è morbosamente ossessionata dai tempi delle elementari. Kris (Hannah Einbinder) saluta quindi la città e la sua relazione poliamorosa e va in mezzo ai boschi più sperduti per parlare con Billy (Gillian Anderson), la protagonista (la “final girl” per gli intenditori) del primo film. Billy è rimasta così imprigionata nel film che vive nel campeggio dove è stato girato, al cui interno c’è il lago da cui in tutti gli episodi emerge “Little Death”. Emergerà anche stavolta?

“Camp Miasma” è spesso troppo concettuale. Così concettuale da contenere battute sui film troppo concettuali. Soprattutto, all’interno del genere dei meta-film, che non sono mai abbastanza, il sottogenere meta-slasher sta diventando troppo popolato per poter dire veramente qualcosa di nuovo, data anche la pochezza del genere di partenza. Abbiamo già antenati illustri (“L’angoscia” di Bigas Luna), franchise ormai ripiegati su loro stessi (“Scream”) e soprattutto il postmoderno distillato di “Quella casa nel bosco” di Goddard che è forse la parola fine sulla faccenda, inarrivabile. A questi riferimenti impliciti vengono aggiunti vari strati di citazioni anche da film non strettamente slasher (“Videodrome“, per dirne uno) fino a raggiungere un effetto di saturazione. Lo sguardo queer è una novità interessante, novità sviluppata davvero con una queerness che non si limita alla sessualità non binaria ma si apre a molteplici possibilità. Peccato che questo sguardo nuovo si innesti su uno spunto di partenza già molto consumato dai trattamenti precedenti.  

Formalmente non si può negare di trovarci davanti a un film bizzarro e intrigrante. La straordinaria Hannah Einbinder e Gillian Anderson fanno sfoggio di grande bravura in un film così parlato – uno dei momenti più emozionanti è una conference call! – ma è soprattutto a livello registico che si nota il lavoro di cesello. Il world building condensato nei titoli di testa è da annali, colori, musiche ed effetti speciali sono ben calibrati nel loro essere volutamente eccessivi, e le transizioni tra i vari livelli di cornice sono sempre creative. La chiave di tutto però è la messa in pratica della teoria dello sguardo queer che in questo caso fa leva sullo scambio tra la prospettiva oggettiva delle vittime e quella soggettiva “alla Halloween di Carpenter” del carnefice, alla quale nella mise en abyme dell’opera (il francese è imbattibile per parlare di cinema) va aggiunto lo sguardo del/la regista e degli spettatori extradiegetici e intradiegetici. Suona complicato ma funziona benissimo, ed è sia divertente per i cinefili sia parte della riflessione sul genere che si vuole portare avanti.  Riassumendo, un film complesso, non originale come crede di essere, ma che può dare momenti di soddisfazione e spunti di riflessione.

21/08/2026

Cast e credits

Distribuzione
MUBI
Produzione
Plan B
Sceneggiatura
Jane Schoenbrun
Fotografia
Eric Yue
Scenografie
Brandon Tonner-Connolly, Matt Hyland
Montaggio
Graham Mason
Musiche
Alex G
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