Marpiccolo

Marpiccolo


Alessandro di Robilant

Drammatico | Italia
(2009)

Taranto, città dei due mari. Se sei stato sfortunato, nasci e vivi in quello sbagliato, il Mar Piccolo del titolo che è il brodo di coltura della diossina, degli scarichi industriali e di un quartiere popolare che si chiama Paolo VI ma che ha ben poco di religioso. La carcassa di una mucca viaggia placida alla deriva.

Il film (e il romanzo di Andrea Cotti, “Stupido”, da cui è stato tratto) è tutto qui, in questi primi tre minuti che ci dicono dove siamo, da dove veniamo e, forse, dove andremo a finire.

Ma l’uomo, per fortuna, non è una mucca, ha l’intelligenza che è soprattutto senso del tragico, sfugge alle trappole per cascare in trappole maggiori oppure firma un armistizio e ricomincia tutto daccapo.

Tiziano (Giulio Beranek) ha le stimmate della mucca: un padre, ex eroe sindacalista, infognato con il poker elettronico; una casa di cartone in attesa di un alloggio popolare e un mondo di sonnambuli che marciano all’unisono verso la miseria, la malattia, la malavita come unico strumento di difesa. Tiziano però è sveglio, legge Conrad, ama sinceramente la madre (Anna Ferruzzo), la sorellina e la fidanzata.

Certo, non si fa remore a ripulire la scuola di tutti i PC, veri e propri alieni in questo grado zero della civiltà; scorazza in moto senza casco e senza limiti di velocità e offre la manovalanza a una serie di piccoli traffici di Tonio (Michele Riondino), il boss del quartiere. Però, come dice il Vangelo, chi non ha pagliuzze nell’occhio scagli la prima pietra. È sempre tempo di redenzione.

“Marpiccolo” è un film piccolo e bello che trae gran parte delle sue forze nella cinepresa che segue imperterrita l’ottimo Giulio Beranek, giovane esordiente di origine egiziana (somiglia straordinariamente a Mohamed Atta, il presunto capo dei dirottatori dell’11 settembre 2001).

Il ragazzo è colto da fermo o in movimento, in momenti di tenerezza o in crudi pestaggi, in fuga dal mondo o mentre nuota in acque incredibilmente limpide.

Così, si fa carico di tutta la storia, con il suo sguardo che a volte lo fa sembrare un bambino smarrito, altre un vecchio saggio, altre ancora uno stanco guerriero.

Tutta l’attenzione dedicata al protagonista sottrae qualcosa ai comprimari, spesso solo abbozzati, sempre in ombra. Riescono a illuminarsi solo le interpretazioni di Giorgio Colangeli, educatore di Tiziano al riformatorio, e di Anna Ferruzzo, sua madre, già vista (e sempre a Taranto) ne “Il miracolo” (Edoardo Winspeare, 2003), brava soprattutto a recitare la sostanziale immaturità e incapacità di gestire la crescita morale del suo primogenito.

È quantomeno curioso che un film “sociologico” su quella polveriera che è Taranto sia stato impugnato da un nobile piemontese nato in Svizzera (Alessandro di Robilant, già lucido accusatore ne “Il giudice ragazzino”, 1994) così come qualche anno addietro ci aveva provato il nobile Winspeare, residente nel Salento ma di alto lignaggio austriaco. Una parte della storia del Sud, infatti, dovrebbe tener conto di una scollatura sociale che, ante-unità, aveva saldato il popolino direttamente con l’aristocrazia, saltando la classe borghese che al Sud non è probabilmente mai esistita.

Qualcuno ha paragonato “Marpiccolo” a “Gomorra” (Matteo Garrone, 2008). È il confronto meno azzeccato che si possa immaginare: “Gomorra” è per davvero “Cuore di tenebra” di Conrad. Tiziano, invece, il libro lo abbandona a metà.

06/11/2009

Cast e credits

Distribuzione
Intramovies
Durata
93'
Produzione
Overlook Production
Sceneggiatura
Andrea Cotti, Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli
Fotografia
David Scott
Scenografie
Sabrina Balestra
Montaggio
Roberto Missiroli
Musiche
Mokadelic
Costumi
Ilaria Albanese
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