La maschera del demonio

La maschera del demonio


Mario Bava

Horror | Italia
(1960)

“La maschera del demonio” è un debutto registico che marchia a fuoco e sangue il genere horror; ne deturpa (così, modellandoli) i connotati, mostrandone a pieno vigore e fulgore (e sensualità); spiana la strada a un nuovo percorso da seguire, fa luce all’interno di anfratti e luoghi tutti da scoprire ed esplorare. E lo fa attraverso un’unica e straordinaria (oggi magistrale) sequenza, ossia quella iniziale che precede i titoli di testa, facendo da prologo alla vicenda: l’imprinting è forte e immediato, nonché crudo e violento, ma al contempo conturbante (in una fusione di tocchi sadici e lievi pulsioni erotiche) e permeato da una macabra atmosfera estremamente affascinante, incastonata in un elegante bianco e nero.

Se questa opera prima di Mario Bava nasce sulla scia (con l’intento di seguirla) del successo commerciale dei primi horror della Hammer di fine anni 50 (“Dracula il vampiro”, “The Curse Of Frankenstein” e “La mummia”), il film offre, invece, qualcosa di diverso, andando a conficcare nel volto dello spettatore gli aculei di una maschera viva e feroce. Siamo nel 1960 e l’impatto è brutale per colui che guarda: subisce lo stesso trattamento riservato alla protagonista.

Naturalmente, la pellicola in questione non basa la propria forza sull’intento di voler scioccare il pubblico e la sua bellezza risiede in una narrazione tanto fluida ed essenziale quanto ricercata e potente. Le inquadrature denotano un’efficacia pittorica assolutamente riuscita e i movimenti della mdp sono scorrevoli e precisi ad assecondare ed enfatizzare nel migliore dei modi i diversi momenti della storia (il piano sequenza avvolgente ed esplorativo all’interno della cripta e quello che ci presenta la famiglia della principessa per la prima volta riunita in una sala del castello possono risultare emblematici in tal senso). Gli effetti ottici e i trucchi evidenziano, invece, interamente il valore del genio artistico-artigianale dell’autore: basti pensare all’affiorare dell’immagine di Javutich sulla superficie del quadro che raffigura Asa e al corpo del padre di Katia che brucia tra le fiamme dell’ampio camino, così come al rigenerarsi degli occhi della strega e all’esplosione della lapide, oltre all’invecchiamento/ringiovanimento di Katia/Asa.

Anche se la storia è immersa in una classica ambientazione gotica e lo sviluppo della trama non offre spunti particolari, in realtà le sorprese non mancano, poiché sono stile e messinscena a conferire autorità e dignità uniche al tutto. La prima apparizione della principessa Katia, che richiama l’immagine del quadro di Asa che vedremo di lì a poco, è avvolta da un’atmosfera surreale al tempo stesso inquietante e seducente ed è proprio il gioco del doppio a costituire un elemento d’attrazione fondamentale: Barbara Steele incarna (letteralmente – oltre all’interpretazione di due personaggi avviene una vera e propria mutazione fisica e una sorta di assorbimento dei due corpi) sia il bene che il male, sia la vittima che il carnefice e l’amalgama delle parti definisce un’ambigua suggestione che lascia emergere addirittura sensazioni necrofile (ma non manca l’ironia – che è, anzi, un valore aggiunto: infatti il dottor Kruvajan invita una bimba a non aver paura dei morti perché non possono farle nulla di male, dopodiché diventa uno schiavo di Asa, ammaliato dal cadavere della strega stessa).

È inoltre da sottolineare la componente simbiotica dei personaggi, e in particolare quello della principessa Katia, ovviamente, con il castello in cui vivono (oltre la succitata, altrettanto simbiotica, relazione vita-morte tra Katia e Asa), perché la dimora in questione è avvolta da una fumosa e fatale aura di mistero con un orribile segreto proveniente dal passato che si cela dietro i quadri e il camino: alle loro spalle è in agguato un riflesso malvagio pronto a colpire.

“La maschera del demonio” non è da considerarsi obbligatoriamente il miglior prodotto di Mario Bava in assoluto ma, se consideriamo l’ottimo successo ottenuto negli Usa e Francia (Barbara Steele diventerà una vera e propria icona del filone gothic/horror di quegli anni: nel 1961 la ritroviamo subito ne “Il pozzo e il pendolo” di Roger Corman) e l’ormai acquisito status di grande classico (citiamo almeno l’omaggio reso da Tim Burton nel suo “Il mistero di Sleepy Hollow” del 1999 giusto per), si rende semplicemente evidente l’incommensurabile valore di un autore (con “La ragazza che sapeva troppo” e “Sei donne per l’assassino” getta le basi per la nascita del cosiddetto “thriller all’italiana” dei primi anni 70, benché il fenomeno esploderà solo grazie al successo commerciale e allo stile impresso dai primi film di Dario Argento, mentre “Reazione a catena” è precursore di tanto slasher a venire) dedito al proprio lavoro e alla propria casa (non cederà alle lusinghe hollywoodiane) con spirito umile e giocoso (purtroppo il suo nome sarà riscoperto in patria solo anni dopo la morte avvenuta nel 1980), senza mai prendersi troppo sul serio, tanto che, quando gli viene posta una domanda verso la fine della sua carriera sul perché i suoi film fossero apprezzati più da americani e francesi che dagli italiani stessi, risponde: “Perché sono più fessi di noi!”*.

*Estratto da un’intervista a cura di Giuseppe Lippi e Lorenzo Cordelli del maggio 1976, contenuta nell’edizione speciale in DVD del film prodotta dalla RHV nel 2004.

11/02/2011

Cast e credits

Durata
87'
Produzione
Massimo de Rita per Galatea e Jolly Film
Sceneggiatura
Ennio De Concini, Mario Serandrei
Fotografia
Mario Bava
Scenografie
Giorgio Giovannini
Montaggio
Mario Serandrei
Musiche
Les Baxter, Roberto Nicolosi
Costumi
Tina Loriedo Grani

Trama

Due incauti viaggiatori nelle steppe russe fanno resuscitare la strega Asa, suppliziata due secoli prima. Asa, dopo aver vampirizzato mezza famiglia, cercherà di impadronirsi del corpo della pronipote che è identica a lei.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi