Non è un film da Leone d’Oro, e forse è a malapena un film, ma l’ambizione e le condizioni produttive impossibili di Dau sono qualcosa di mai visto prima. Il progetto di Ilya Khrzhanovsky si conclude qui, con il film da cui tutto era partito: la storia vera del fisico premio Nobel Lev Landau, che sviluppò la bomba atomica per l’Unione Sovietica. Una premessa relativamente semplice mise in moto una ventina d’anni fa qualcosa di ben più grande, e il regista fece costruire a Kharkhiv un gigantesco set dell’Istituto di Problemi Fisici di Mosca, dove per tre anni (dal 2008) centinaia di persone vissero come abitanti dell’Unione Sovietica, in una sorta di esperimento-performance totalizzante. Niente di moderno poteva entrare nell’Istituto, neanche modi di parlare che non fossero adatti all’ambientazione storica, che parte dal 1938 e arriva al 1968, quando l’Istituto viene distrutto (distaccandosi dalla realtà storica). Khrzhanovsky non si faceva vedere, ma sorvegliava e faceva scaturire determinati eventi; poi una troupe di sole tre persone entrava a filmare ciò che accadeva. Il girato non era però il risultato di un dispositivo panottico, vista la macchina da presa a pellicola operata sempre a mano a distanze molto ravvicinate. I partecipanti, tutti non-attori tranne pochi protagonisti, si erano abituati a fare finta di niente. Oltre a questi residenti “permanenti” furono invitati anche fisici (tra cui Carlo Rovelli) e artisti come Marina Abramovic e Romeo Castellucci.
Dopo il 2011 e la distruzione (filmata) del set, non si seppe più molto per alcuni anni, ma dal 2018 cominciarono a uscire dei film, in totale tredici, montati a partire dalle 700 ore di girato. Ma Landau, che dava il nome al progetto, in questi film appare pochissimo: ci si concentra su altre persone, non proprio definibili personaggi visto il confine indefinito tra realtà e finzione. Ci sono state poi installazioni immersive a Parigi e Londra, e lo stesso Khrzhanovsky non sembrava ancora avere le idee chiare su cosa fare di tutto il materiale, come organizzarlo definitivamente. Negli ultimi anni è tornato quasi a sorpresa sulla storia originale, rimontando il girato dell’Istituto insieme ad alcune sequenze filmate prima e dopo, contenenti ricostruzioni non meno grandiose di esterni come la città di Leningrado negli anni ’20. Dau è finalmente il protagonista, con il volto di Teodor Currentzis, celebre direttore d’orchestra scelto per la sua personalità esuberante, e di origine greca come lo scienziato.
Dau è un progetto per natura bulimico, e come altri film della serie anche questo si articola su una durata notevole, sopra le tre ore. Il regista ha parlato in passato di montaggio in termini quantistici: la decisione, il taglio che fa collassare tutte le realtà possibili in una sola concretizzazione. In effetti le stesse immagini, che a volte si ripetono tra i vari film della serie, sono state usate e montate molte volte prima di arrivare a questa versione “finale”. E i primi minuti sono più vicini alla videoarte che al cinema narrativo, anche se possono ricordare certi montaggi frenetici à la Tsukamoto che abbiamo visto anche nello stesso concorso. Va già evidenziato che, nonostante il racconto di Khrzhanovsky come demiurgo-scenziato pazzo, c’è una forte dimensione collaborativa nel progetto, con gli interpreti, ma anche co-registi e sceneggiatori (lo scrittore Vladimir Sorokin). Nel caso del montaggio, è firmato da Ilya Permakov, videoartista che per il suo apporto figura anche come sceneggiatore. Ricorrono per tutto il film queste mitragliate di immagini e suoni, scene da epoche diverse che si mescolano come in un sogno. Ma anche nelle sequenze più convenzionali il film mantiene una vena allucinatoria, risultato di tanti elementi ma principalmente della patina visiva, che spinge il 35mm per simulare quasi i colori delle vecchie pellicole sovietiche con le loro imperfezioni cromatiche.
Dopo il primo delirio di montaggio le immagini si assestano, e subito il film è del tutto fuori scala: sequenze con folle enormi, montagne di fango e cavoli, aeroplani giganti degli anni ’20. Tra questi scenari storico-apocalittici cammina Currentzis, con distintivo cappotto rosso e un fare da matto del villaggio. Tutti, lui compreso, dicono che è “un genio”, ma il suo talento non è mai mostrato nei fatti. A Khrzhanovsky non sembra interessare veramente il lavoro di Landau (non è alla fine un Oppenheimer sovietico, nonostante i parallelismi), il personaggio è più un esempio di libertà assoluta e incondizionata, in opposizione alla repressione del governo totalitario. Questo contrasto è il punto focale di queste prime scene, e tra tutto spicca la follia del ballo in maschera dove Dau conosce la futura moglie Nora (Radmila Shchogolieva), con musica tutta di dissonanze sempre più incalzante. Da un lato c’è questo spirito quasi anarchico, proprio delle avanguardie artistiche sviluppate dalla rivoluzione, dall’altro le riunioni con i burocrati, i militari, i rapimenti dei servizi segreti. Si succedono sequenze con immagini traboccanti di elementi e corpi, quadri barocchi che richiamano Aleksei German. Qui però l’intento sembra più epico che satirico, pur avendo lo stesso oggetto d’indagine, l’assurdità del totalitarismo.
Quando entriamo nell’istituto però le cose cambiano, gli esterni quasi scompaiono e il clima si fa più soffocante. Comincia a diventare chiaro che non c’è una vera e propria direzione narrativa in ciò che accade, l’attenzione si sposta su tanti elementi diversi nonostante la presenza costante del KGB e il controllo che esercita. Molto tempo si dedica alla complicata e frenetica vita sessuale-sentimentale dello scienziato, il cui matrimonio “aperto” semina infelicità tra gli altri personaggi. A questo punto la storia si è dissolta in una serie di scene poco connesse, con passaggi anche al limite della comprensibilità. Per tutto il film la singola scena prevale sull’insieme, c’è sempre qualcosa di interessante da guardare ma gli elementi non sempre si sommano: memorabile la discussione tra Dau e il capo Krupitsa (Anatoly Vasiliev), non tanto per ciò che si dice (raramente è quello il punto) quanto per la location indefinita dalla geometria vertiginosa, mai totalmente leggibile da un solo punto di vista. Non mancano neppure momenti genuinamente toccanti, come un’improvvisazione musicale con un amico appena scarcerato, vittima del sistema a cui il fisico si è arreso accettando di progettare armi.
La vita di Landau si segue così, a frammenti e con parecchie libertà, fino a un epilogo vorticoso che cambia nuovamente tutte le carte in tavola: il centro di ricerca finisce in mano a militanti estremisti (anche nella vita reale, uno degli interpreti è un famoso neonazista russo, ora deceduto) che lo mettono a ferro e fuoco dopo aver tentato ricerche su “soldati perfetti” e simili strategie da (film sulla) guerra fredda. Niente di tutto ciò ha alcun riscontro nella storia del vero Istituto, ma è lo stadio finale della parabola sul regime ideata dal regista. Questa parte di storia è raccontata nei dettagli in “Dau. Degeneration”, presentato a Berlino nel 2019, e qui è condensata in un ultimo montaggio schizofrenico. Nonostante la confusione ormai predominante una certa magia ha percorso tutta la visione, una magia che tiene incollati allo schermo a navigare questo carnevale iperrealistico. Nonostante sia il film più costruito e “fittizio” della serie le stesse tecniche (macchina a mano, piani sequenza e improvvisazioni) danno un’impressione di realtà, un effetto simile a certi film di finzione di Herzog: la sensazione di aver visto il film e al tempo stesso il documentario sulla sua realizzazione. Quando arriva il finale ha comunque poco di definitivo, sembra improvviso, tronco, e acquisice più senso se visto come un link, un invito a esplorare il resto dell’universo Dau. E allora ci possiamo aspettare di rivedere gli stessi luoghi, gli stessi volti, in rimontaggi sempre nuovi di queste immagini uniche.
12/09/2026