L’ora di religione

L’ora di religione


Marco Bellocchio

Drammatico | Italia
(2002)

“L’eternità è un investimento sicuro…”

Con “L’ora di religione” Marco Bellocchio riesuma il tema portante del suo capolavoro d’esordio, “I pugni in tasca“, incentrando nella famiglia borghese, per certi versi sacra ed essenziale ma prossima alla decadenza, il filo conduttore attraverso cui il regista di Bobbio ha da sempre professato il suo stile e la sua poetica, influenzando in tal modo gran parte della sua filmografia (si pensi anche solo a “Gli occhi, la bocca” o all’ultima fatica “Sorelle mai“).

 

La famiglia di Ernesto Picciafuoco (interpretato da un monumentale Castellitto), descritta da Bellocchio con meticolosità accecante, avvia la sua opera di dissoluzione una volta entrata in contatto con la fede religiosa. La santificazione della madre di Ernesto, fulcro da cui si snoda l’intera vicenda, fa riaffiorare in superficie l’ignobile mercato degli affetti più cari, spingendo i fratelli Ettore ed Erminio nella trappola dell’avidità e della meschinità, tra apatiche conversioni al credo religioso e ipocriti atti di persuasione al fine di strappare una menzogna da Egidio, l’altro fratello, malato mentale (ulteriore punto d’incontro con la pellicola d’esordio), bestemmiatore e matricida. L’incontro con la zia, cinica e famelica organizzatrice dell’intero movimento di canonizzazione, rappresenta forse l’acme della vergogna umana messa a fuoco dalla macchina da presa (“Tu disprezzavi mia madre, tu non hai mai messo piede in chiesa, perché fai tutto questo?” le chiede Ernesto), una vergogna che non si fa problema di convergere nella più totale blasfemia (“per ogni evenienza, come fanno in tanti, mi assicuro per l’aldilà”). La moglie di Ernesto, caduta anch’essa tra le grinfie di quella che sembra rivelarsi più una setta piuttosto che una famiglia, dal canto suo non vuole certo lasciarsi sfuggire una simile occasione e cerca invano di battezzare il figlio mentre dorme nella sua camera da letto…

 

Ernesto è ateo, non crede in Dio. La sua reazione dinanzi alla sterile verbosità di preti e parenti è il sorriso, mezzo con il quale contemporaneamente si smascherano le illusioni altrui (Ernesto, il ribelle, considerato un buffone) o si perdona l’assassino sul punto di morte (quello della madre martire che ha ubbidito tutta la vita). Nel mezzo di una personale crisi esistenziale, egli sente il dovere morale di liberare il figlio da una scelta che sia individuale e sentita, distogliendolo così dalle infantili ossessioni cagionate dalle opprimenti lezioni di religione a scuola. Come quando parlando da solo, il bambino allontana Dio dalla sua vita, lo esorta a lasciarlo in pace, “non sono più libero neanche un secondo” dice. Ernesto sente altresì l’obbligo di difendere il povero fratello malato e assassino dalle tentazioni diaboliche dei familiari: è la bestemmia di Egidio, sequenza filmica dalla potenza devastante, e il successivo abbraccio proprio con Ernesto, l’unico in grado di recepire l’imperscrutabilità della sua anima malata, a consegnare allo spettatore la chiave di lettura del film, sintesi coraggiosa di un dramma profondo insito in ogni uomo.

 

Lo sguardo con cui Bellocchio affronta la questione è di una denuncia mai netta o declamatoria, bensì incorporea, vagamente riconducibile allo stile buñueliano de “La via lattea” (Cristo che attraversa la strada con la croce). Come testimonia l’onirismo con il quale il Maestro emiliano dissipa dubbi e certezze nelle azioni e nei pensieri dei personaggi secondari: la duplice parentesi del Conte Bulla che sfida Ernesto sull’onore, “l’unica virtù per cui vale la pena vivere o morire”, Filippo Argenti, puttaniere miracolato, personaggio dantesco vicino alla famiglia che sembra essere sbucato proprio da un girone infernale. E ancora, la presunta insegnante di religione tanto bella da tentare il protagonista quasi fosse un diavolo, il datore di lavoro, ubriaco e immerso tra i fasti e i lussi della chiesa. Bellocchio sviscera la questione senza il bisogno di rendere palese alcun riferimento. Non sappiamo se Argenti sia davvero stato corrotto, chi sia effettivamente la giovane ragazza, se la madre defunta sia effettivamente una martire degna della santizzazione. Ben più delineata è invece la situazione in cui, tra festini e genuflessioni, la Roma papale appare vittima di molteplici incoerenze e lacune (la musica scanzonata di Capossela in contrapposizione a quella eterea e solenne cantata dal vivo, ma anche la lezione di religione che non è capace di dare risposte alla sete di conoscenza di un bambino. “L’inferno, il paradiso… Non è peggio mentire?” si chiede Ernesto).

In una delle sequenze centrali della pellicola l’architetto Curzio Sandali, rinchiuso in manicomio assieme a Egidio, dichiara a Ernesto di essere diventato pazzo a causa della bruttezza del Vittoriano, non dal punto di vista patriottico e simbolico quanto da una prospettiva strettamente artistica. E di non essere riuscito a distruggerlo. La Roma di Bellocchio ruota tutt’attorno a questo monumento, forse il più importante della Capitale, eretto a cavallo tra i due secoli. Venerato da Filippo Argenti al punto tale da avere la necessità di scattarne una foto, il Vittoriano coincide con l’ipocrisia e con l’avidità umana intraviste tra le pagine del film. Al contrario dell’architetto, Ernesto non cade vittima della pazzia ma riesce a sconfiggere tale bruttezza (il finale animato) grazie all’onore (l’affermazione in duello con il conte Bulla) e alla morale (coerente con se stesso diserta l’atteso ricevimento dal Santo Padre e accompagna il bambino a scuola).

 

“Solo oggi, tre persone mi hanno scoperto mentre sorridevo. […] Il mio sorriso, che poi è il tuo, di Erminio, di Eugenio perfino. È il sorriso di mia madre. Un sorriso indifferente, mortale, di chi pensa che ti ha in pugno soltanto perché ti ha messo al mondo. Un sorriso che non mi sono mai riuscito a strappare dalla faccia! Un sorriso da furbo, da fallito. […] Io non voglio sorridere più“.

20/02/2012

Cast e credits

Titolo Originale
L'ora di religione
Distribuzione
Istituto Luce
Durata
102'
Produzione
Filmalbatros, Rai Cinema
Sceneggiatura
Marco Bellocchio
Fotografia
Pasquale Mari
Scenografie
Marco Dentici, Paola Riviello
Montaggio
Francesca Calvelli
Musiche
Riccardo Giagni

Trama

Ernesto è un affermato pittore, illustratore di favole per bambini, separato dalla moglie Irene, padre del piccolo Leonardo, al quale è profondamente legato. Apprende da un misterioso Don Pugni, segretario dell’altrettanto enigmatico Cardinal Piumini, che vogliono fare santa sua madre. Ernesto resta colpito dalla notizia, non solo perché si rende conto di essere stato tenuto all’oscuro di tutto dalla sua famiglia, ma anche perché la vicenda contrasta con il suo mondo di artista e di uomo libero e ateo. Le pressioni e le iniziative affinché partecipi al processo di beatificazione si accentuano. I conflitti esplodono. Il ricordo della madre apre una vertigine che lo spinge a rielaborare il passato e a vivere diversamente il presente
Noi, un po’ meglio
Noi, un po’ meglio

Nel raccontare la genitorialità dei nostri tempi alle prese con nuove filosofie di famiglia e con le possibilità fornite dalla ricerca medica Luchetti non perde mai il contatto con il cuore dei personaggi, facendo di questi il barometro di una grande storia d’amore con gli eccellenti Elio Germano, Maria Chiara Giannetta e Anna Bonaiuto

Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale