Lesson of the Evil

Lesson of the Evil


Takashi Miike

Thriller | Giappone
(2012)

A volte bisogna avvicinarsi al nuovo lavoro di un cineasta con un sommesso rispetto. Rispetto dovuto all’ammirazione che si ha per una carriera che, nel cinema contemporaneo, non ha eguali quanto a originalità, forza espressiva e varietà di generi attraversati. Quando ci si appresta a vedere un nuovo lavoro del maestro Takashi Miike, ad esempio, serve la giusta dose di preparazione a “ogni evenienza”. Bisogna per qualche attimo, ma possibilmente per tutta la durata del film, essere disposti a lasciarsi afferrare con violenza per essere scaraventati in un vortice di sensazioni, emozioni e stati d’animo che non conoscono freno o moderazione.

Presentato in concorso al Festival del cinema di Roma, “Lesson of the Evil” (in italiano “Il canone del male”) è un capitolo del tutto nuovo nella sterminata produzione artistica del regista giapponese. Stavolta l’ambientazione è una scuola media superiore, dove una classe di giovani promesse, divisa tra i soliti “ruoli” caratteristici di ogni teen movie che si rispetti, si trova al cospetto del professor Hasumi, stimato e brillante docente di lingua inglese, dall’aspetto gentile, dai modi garbati, dall’ottima preparazione e dalla ferma convinzione che la correttezza e il rispetto delle regole siano la base per una giusta educazione scolastica. Un tempo per costruire e uno per distruggere: in un crescendo orrorifico, la commedia-dramma di ambientazione scolastica diventa un thriller slasher in cui nessuno, o quasi, potrà essere risparmiato.

Che cosa è successo a Miike? A che punto è? Di sicuro anche lui, come i suoi film, sta cambiando pelle. Ha abbandonato il furore giovanile che lo portava a dirigere, fra televisione e cinema, anche decine di pellicole in un anno e ha concentrato i suoi sforzi in prodotti che, da un punto di vista estetico e di messa in scena, hanno molti punti di contatto con il mainstream hollywoodiano e nipponico. Questa sua nuova fatica sembra portare a un punto di fusione le due anime del suo passato più o meno recente.

Da una parte il film rispetta in pieno le regole di un’opera di genere canonica, cercando di accontentare un ipotetico codice d’identificazione: la storia si dipana con un incedere lento e progressivo, il male viene prima celato, per poi trasformarsi e palesarsi prima dell’esplosione violenta finale. Ma d’altra parte, dietro la patina dell’alta tensione ritmata con incedere incalzante, si nascondono tutte le ossessioni della poetica miikiana: il professor Hasumi incarna in una figura umana tutti quegli antieroi scabrosi e disgustosi della sua filmografia. La sua vocazione per un male assoluto è senza censure, senza limiti. Chi non conosce Miike e lo accusa di “pornografia della violenza” ignora lo sforzo intellettuale che egli puntualmente fa per costringere lo spettatore a guardare negli occhi un’interpretazione che condensa diverse malefatte della società malata e contemporanea, che l’autore ama ritrarre nel suo lato più lurido e moribondo.

Poco importa se, per andare incontro a un gusto per lo splatter sghignazzante diffuso soprattutto nel pubblico occidentale, stavolta Miike trasfiguri tutto in una sorta di gigantesco divertissement a base di litri di sangue: il senso è ancora il medesimo. L’orgia di morte della seconda parte del film, infatti, è, ancora una volta, un test per lo spettatore impreparato, una sfida a cogliere nell’opera il vero significato di un tripudio di violenza. In questo caso, in una comunità scolastica senza regole vere, con docenti corrotti e studenti arrivisti, la cieca furia omicida del protagonista è come un agente purificatore che si abbatte su un pilastro della società che fa i conti con la propria decadenza.

Incurante del gusto comune e dell’ordine logico e cronologico degli eventi, il regista impasta tutto insieme, antefatti e vicenda principale, flashback in lingua inglese e musiche che stordiscono per la loro contrapposizione grottesca alla tragedia in corso. Dopo tutto, guardando l’opera dal punto di vista dei suoi personaggi principali, è come se ci fossero due film. Prima la macchina da presa segue lui, il professore-modello, e poi, oscurandone lentamente la figura, colui che era stato al centro della scena diventa l’ombra dietro l’angolo, un novello serial killer che non ha bisogno di maschere.

Per approfondire: incontro con Takashi Miike

10/11/2012

Cast e credits

Titolo Originale
Aku no kyôten
Durata
129'
Produzione
Kôji Azuma
Sceneggiatura
Takashi Miike
Fotografia
Nobuyasu Kita
Scenografie
Akira Sakamoto
Montaggio
Kenji Yamashita
Musiche
Koji Endo
Costumi
Yûya Maeda

Trama

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