Hokum

Hokum


Damian McCarthy

Drammatico, Horror, Thriller | Emirati Arabi Uniti, Irlanda
(2026)

[Seguono moderati SPOILER]

I primi istanti di “Hokum” potrebbero far pensare a chi guarda che Damian McCarthy abbia finalmente abbandonato le uggiose ambientazioni irlandesi dei suoi primi film, perfette per horror dai ritmi compassati come “Caveat” e “Oddity”, ma non per quella che sembra un’avventura in costume. Il terzo film del regista irlandese inizia infatti seguendo i passi del conquistador protagonista della serie di romanzi di successo dello scrittore Ohm Bauman, impegnato nella ricerca di un tesoro in un deserto dal color ocra brillante, circondato dall’azzurro lancinante del cielo. Posto di fronte a una scelta estrema il conquistador esita, proprio quando elementi caratteristici della produzione di McCarthy hanno iniziato a infiltrarsi nell’ambientazione così discordante (il cerchio come immagine dell’intrappolamento), e così questa luminosa digressione termina ex abrupto, facendo piombare gli spettatori nell’usuale grigiore del cinema del regista irlandese. D’ora in poi “Hokum” seguirà binari più coerenti col resto della produzione del cineasta, pur non mancando elementi innovativi al suo interno, forse necessari quando si è giunti ormai al terzo lungometraggio.

Un senso di necessità che pare muovere anche il protagonista della pellicola, l’abrasivo Ohm Bauman, il quale decide di visitare l’hotel in cui i genitori trascorsero la luna di miele (“un posto in cui so che sono stati felici”) per sfuggire all’impasse della scrittura di un finale soddisfacente per le avventure del conquistador, il tutto dopo aver visto il fantasma della madre. Questo elemento permette di introdurre un’altra caratteristica riconoscibile del cinema di McCarthy nel contesto dell’horror contemporaneo, ovvero il ruolo spesso neutro, se non a volte positivo, di emancipazione e presa di controllo, che ha il sovrannaturale nello sviluppo del racconto, come gli spiriti che indicavano la via (in contesti pur molto diversi) nei due film precedenti. Ohm in realtà è uno scettico, così come lo era il co-protagonista maschile di “Oddity”, Ted (personaggio invero altrettanto sgradevole), e il film si adegua, mettendo in disparte l’elemento sovrannaturale per due terzi della pellicola, similmente a quanto avveniva in “Caveat”, limitandosi ad apparizioni e fenomeni psicocinetici che possono essere spiegati, e infatti vengono spiegati dal personaggio principale, in modalità naturalistiche.

Ohm difatti è depresso e, oltre ad avere un peso rilevante nello sviluppo della fabula, questo fattore lo pone saldamente all’interno della tradizione dei protagonisti (e spesso i personaggi in generale) mccarthiani, afflitti da patologie mentali o da disabilità che rendono la loro percezione del mondo alterata e pertanto più sensibile al graduale sconvolgimento della presunta normalità cui tutte le pellicole del regista vanno incontro. Non è un caso che la percezione della realtà plumbea e adamantina di Ohm inizi a infrangersi dopo l’incontro con l’equivoco Jerry, grande consumatore di funghi allucinogeni, e la superstiziosa barista Fiona, e soprattutto dopo il re-incontro con entrambi, indirizzando il protagonista lungo un sofferto percorso di rinascita, prima letterale e poi metaforica. Come la maggior parte dei personaggi dei film di McCarthy anche lui pare oppresso da un evento traumatico del passato, evento la cui comprensione è difficile spesso per lo stesso protagonista, ragion per cui viene rappresentato mediante flashback lacunosi e frammentari, che in “Hokum” assumono la forma di sequenze surreali, raffigurando così il grado di distanza che il razionalista Ohm ha posto fra sé e gli spettri del suo passato.

Il cerchio nei film di McCarthy come immagine dell’intrappolamento e la sua rottura come liberazione


Un altro tratto peculiare del cinema di Damian McCarthy che il presente film mostra con efficacia, forse mai eguagliata prima, è la matrice sempre umana, sempre naturale, del male, cui spesso l’emersione di elementi sovrannaturali pare semmai una reazione necessaria per ristabilire l’equilibrio spezzato, per sfuggire alla trappola delle circolarità che i protagonisti di McCarthy devono infrangere, spesso letteralmente (figura sopra). Il sovrannaturale non diventa quindi un escamotage per giustificare le incongruenze della trama e motivare l’agire dei protagonisti, come avviene nella quasi totalità dell’horror mainstream, ma un elemento che emerge per squassare definitivamente la mortifera normalità del mondo dei protagonisti e spingerli a sfuggire da essa, per liberare sé stessi. Così può assumere forme stranianti, a tratti quasi fiabesche, come il golem ligneo di “Oddity” o la Cailleach di “Hokum”, figura del folklore gaelico tanto citata come mito nel film, fino a quel momento considerevolmente realistico per un horror, che quando appare è quasi una sorpresa, dando peraltro il via a una sequenza di inseguimento di grande impatto per la sua fisicità, nonché dimostrazione dell’abilità di McCarthy di servirsi delle elaborate scenografie in cui i suoi personaggi si muovono.

Fin dalla casa in rovina posta in mezzo al lago e dal coniglietto giocattolo/rabdomante di “Caveat” il regista ha mostrato in effetti un talento considerevole nel caratterizzare i luoghi in cui i suoi film si svolgono e il décor di cui sono colmi, culminando nella labirintica suite nuziale di “Hokum”, gremita di statuette, bassorilievi, oggetti di antiquariato su cui la macchina da presa si concentra ossessivamente, rendendoli spesso i veri protagonisti dell’inquadratura. E se a un certo punto la pellicola stessa pare essere prigioniera insieme a Ohm nella suite, richiedendo un certo abuso di deus ex machina per permettere al protagonista di riprendere in mano il suo destino, tutto ciò è funzionale per arrivare al primo vero e proprio happy ending del cinema di McCarthy (e non importa che sia, appunto, solo un “hokum” per lo scrittore). Così facendo “Hokum” mostra come il suo incipit luminoso non era soltanto un gioco di prestigio, ma il vero orizzonte a cui il regista voleva puntare fin dall’inizio, ragion per cui non può che tornare nell’epilogo, dopo tutta la cupezza, il dolore e il caos della sezione centrale del film.

Che in una pellicola in cui temi di maternità e crescita assumono progressivamente centralità narrativa il superamento dei traumi infantili del protagonista e la sua rinascita abbiano un peso considerevole non sorprende nessuno. Che questo avvenga nell’uggioso e spesso sconsolante cinema di Damian McCarthy, e pure nell’assolata immensità della narrazione dentro la narrazione, dimostra che forse qualcosa è cambiato, che stavolta l’emersione del sovrannaturale (mai così impossibile da razionalizzare) ha veramente permesso al suo protagonista di spezzare la circolarità in cui era intrappolato e, forse, al regista di poter andare finalmente al di là di foreste nebbiose e dimore fatiscenti. Dopo la fine del suo, del loro, trittico di successo sarà interessante capire dove andrà(nno) a parare.

24/08/2026

Cast e credits

Distribuzione
Lucky Red
Produzione
Cweature Features, Image Nation Abu Dhabi, Spooky Pictures, Tailored Films, Team Thrives
Sceneggiatura
Damian McCarthy
Fotografia
Colm Hogan
Scenografie
Til Frohlich
Montaggio
Brian Philip Davis
Musiche
Joseph Bishara
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