La grande bellezza

La grande bellezza


Paolo Sorrentino

Drammatico | Francia, Italia
(2013)

Fresco di proiezione cannense e in lizza per la Palma d’oro, “La grande bellezza” si accinge concomitante anche nelle sale italiane. E al suo debutto pare aver già diviso il divisibile: la stampa estera lo incensa a piè sospinto invocando “La dolce vita” 2.0; quella italiana lo sbertuccia affilando la penna come si fa con la lama di un coltello. Nel marasma dell’opinabile e nella gara a chi ce l’ha più corrosivo, l’elzeviro, resta lo spettatore, solo di fronte all’opera più ambiziosa e complessa che Paolo Sorrentino potesse contemplare. Quello che rimane da appurare, e che si tenta di fare in queste righe, è quanto il mezzo cinematografico sia stato al servizio di un progetto così pregiato.

Jep Gambardella (Toni Servillo) fuma più sigarette di Humphrey Bogart ed è uno scrittore; 40 anni prima ha vinto il premio “Bancarella” con il suo romanzo “L’apparato umano”, poi il vuoto, annacquato di feste esclusive e trenini che non portano da nessuna parte. Lo seguiamo, siamo parte del rumore e del silenzio, della bellezza della città eterna e della bruttura delle bestie che la popolano, del coacervo babelico di culture che si incrociano e si schivano, di Roma santa e Roma grande meretrice.

Roma. Dopo Cristo, dopo Fellini, attraverso Sorrentino.

È stato detto da tutti, da chi ha visto il film e prima ancora di vederlo. Non si parla de “La grande bellezza” senza pronunciare, convinti, il nome del Maestro, Federico Fellini. Il regista l’ha negato, con un moto di (ir)riverenza. È impossibile, però, non pensarci. È come se quell’umanità che il cineasta di Rimini aveva messo in scena, lieve e annichilita al contempo, stordita dal boom che aveva amplificato lo spettro del possibile e del meschino, si guardasse allo specchio, 53 anni più tardi. Alla fine di ogni speranza. L’essere e il nulla.

Sorrentino, però, non realizza una pellicola ossequiosa ed emulativa di tanto genio passato; preserva il suo stile personale e riconoscibile, racconta l’uomo miserabile dell’oggi e vi posa il suo sguardo: lontano dalla pietas felliniana, è il cinismo che paga il dazio alla lucidità di osservazione. Recupera, invece, sia la struttura narrativa del capolavoro del 1960 che l’uso strumentale del protagonista come traghettatore, tra scorci di magniloquenza architettonica e caroselli di donne e uomini. Fino allo sciorinamento di un gioco citazionista: dall’invito di Jep a vedere il mostro marino che rievoca il finale de “La dolce vita” al cameo di Fanny Ardant, la fugace – e bellissima – comparsa di una figura quasi fantasmatica che ci fa viaggiare con la mente fino a “Roma” e ad Anna Magnani.

Roma. Aristocratica e stracciona.

Un carnevale di annoiati, vitelloni, peracottari ripuliti, snob e radical chic. Nobili a noleggio e celebrities al viale del tramonto. Corpi plastificati di vanità botuliniche. Feste per il divorzio e funerali che sono una recita. Pettegolezzo e chiacchiericcio. Virtù civili al soldo di menti incartapecorite che si reinventano sui salotti di terrazze scoliane. E poi le feste; kitsch come quelle lurhmanniane e girate con la bravura che si confà a Sorrentino, sono un respiro di sublime: la carrellata all’indietro su mueve la colita è il raccordo di bello (il gesto tecnico) e terribile (l’umanità filmata). Carlo Verdone è Romano, interprete di un ruolo in cui non siamo abituati a vederlo, ma al quale conferisce dignitosa umiltà; Sabrina Ferilli è Ramona, una spogliarellista oltre tempo massimo, coatta e fragile. “Far l’amore”, remix del successo di Raffaella Carrà firmato Bob Sinclair, si giustappone all’aura solenne e mistica del “Dies Irae” di Preisner che incornicia la sacralità di Roma e dei suoi palazzi, degli istituti religiosi, della Grazia. È l’arte magnificente che incrocia i suoi untori, quella fauna fatta di attori che recita la vita perché Cinecittà è ormai un retaggio del passato, la Roma cafona e putrida, quella che dà la gloria e ammassa nel dimenticatoio corpi di soubrette in disfacimento senile che abdicano la felicità per un bisturi, quella che vive di notte e di giorno dorme per non confondersi con la realtà.

“This Must Be The Place” è l’ultimo film di Sorrentino che ha messo in bella mostra i limiti del talento, a tratti sorprendente, anche in relazione con il nostro panorama cinematografico, del cineasta napoletano: anti-narratività, slegature, sentenziosità da oracolo hanno racchiuso il film in un pugno di tecnicismi. Il pericolo di scivolare, con quest’ultimo lavoro, nella palude dell’autoreferenzialità compiaciuta e compiacente era lì dietro l’angolo, soprattutto in un’opera che si presta all’alto e al basso artistico con la stessa disinvoltura con cui nella Capitale convivono sacro e profano. Cosicché, dopo 142 minuti, le idee si chiarificano: “La grande bellezza” ha dei difetti, finanche irritanti se al cospetto di un talento talmente ardimentoso da far del perfettibile deviazione di un percorso votato alla pregevolezza. La tendenza ad una letterarietà sovrabbondante e posticcia fa in modo che i personaggi sorrentiniani sembrino eterodiretti e, altresì, rende didascaliche le scene che avrebbero bisogno di una parola in meno. Un limite evidente, questo, e che, oltremodo, indispone chi alla visione di “This Must Be The Place” ha avuto un moto d’orgoglio. Ormai al suo sesto film, ci è più familiare, Paolo Sorrentino è un regista che non sa fare a meno dei suoi dolly, per i quali venderebbe finanche l’anima di Toni Servillo al diavolo – sempre in bilico con l’estetismo bello e vuoto ne “La grande bellezza” conferma limiti e virtù.

“Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte“. Lo vediamo sullo schermo, un viaggio e il suo fallimento; il gioco, la finzione, il tradimento di Roma e le radici di una cultura riluttata e amata, sovrappiù salvifica. La superficie di cui è fatta un’umanità bidimensionale, in difetto di profondità. Sotto la cortina si vede la vita; quella dell’uomo, legno storto che non sa stare al mondo dritto. Infine un film, non un capolavoro, ma grande bellezza.

23/05/2013

Cast e credits

Distribuzione
Medusa Film
Durata
142'
Produzione
Babe Films, Indigo Film, Medusa Film, Pathé
Sceneggiatura
Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Fotografia
Luca Bigazzi
Montaggio
Cristiano Travaglioli
Musiche
Lele Marchitelli

Trama

Jep Gambardella ha 65 anni, è stato uno scrittore ed è un giornalista affermato. Lo seguiamo aggirarsi per Roma, dai salotti bene alle feste mondane e negli scorci della città, tra le sue grandezze e il suo degrado umano.
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