One on One

One on One


Kim Ki-duk

Drammatico | Corea del Sud
(2014)

Uno a uno

La prima sequenza getta direttamente lo spettatore senza nessun filtro in quello che sarà l’esperienza di “One on One”, ventesima opera di Kim Ki-duk: una ragazzina è inseguita da un gruppo di uomini in una Seul notturna e caotica. Catturata, viene uccisa con un nastro nero in faccia che la soffoca. A un segnale degli assassini, partono una serie di telefonate con il cellulare al mandante dell’omicidio per comunicare che il lavoro è stato eseguito.

Un anno dopo, ha inizio l’azione di un gruppo di persone che si fanno chiamare “le ombre” che catturano uno a uno i colpevoli del delitto (dagli esecutori materiali, agli intermediari fino al mandante). Il leader del gruppo ottiene da ogni carnefice la confessione scritta del ruolo svolto nel delitto, compiendo torture fisiche, per poi rilasciarli. In uno sviluppo narrativo molto controllato e articolato, Kim Ki-duk scopre le carte sui vari personaggi mostrando l’aspetto della meschinità umana degli assassini. Gli esecutori materiali dell’omicidio si trincerano dietro l’alibi dell’esecuzione degli ordini (e la frase “ho solo eseguito gli ordini del mio capo”, come se questo fosse sufficiente a scagionarli da qualsiasi responsabilità, sembra ricordare le frasi dei vari colpevoli di crimini contro l’umanità: dai nazisti agli esecutori delle varie dittature sudamericane e non). Dopo le prime confessioni c’è chi si suicida per il rimorso, chi fugge abbandonando tutto, chi vuole capire chi sono “le ombre”. Gli intermediari, invece, si appellano al bene supremo della collettività, all’interesse di un’oscura ragion di stato (come, ad esempio, il generale che rifarebbe tutto e per questo viene ucciso dal leader delle “ombre”); fino al mandante che ammette di aver ordinato l’omicidio per la sua stessa esistenza, per la conservazione del potere.

Nella ripetizione delle scene di cattura e di tortura, si scopre la messa in scena attuata da “le ombre” che non sono un’organizzazione ma sei disperati reclutati da un uomo (il leader) per vendicarsi di chi ha ucciso la ragazza (in una fotografia finale appare insieme a lei: sarà la figlia? la sorella? Non è dato saperlo, ma non ha importanza ai fini dello sviluppo diegetico).

La metafora del travestimento e del mascheramento (le varie divise indossate di volta in volta da parte delle “ombre”) rispecchiano il teatro della violenza, una recitazione della crudeltà, un gioco dove il risultato è il dolore e la morte. L’indossare un uniforme, un costume, è l’accettazione di un ruolo preciso all’interno della società (chi comanda e chi obbedisce, chi ha privilegi e chi solo doveri, chi è povero e chi ha quantità notevoli di denaro), e dove ognuno ha il proprio posto e non può e non deve uscirne.

La società della violenza

Con  “One on One” Kim Ki-duk mette in scena un j’accuse nei confronti della società del proprio paese, dove la violenza sia fisica che psicologica è a tutti i livelli e trasversale a ogni strato sociale.

Il regista sudcoreano struttura la storia come una rappresentazione di quadri frontali, alternando le sequenze delle torture e delle confessioni degli assassini della ragazza, con sequenze di descrizione della loro vita “civile”, con mogli e fidanzate e il mondo intorno, basata sempre sul sopruso e la prevaricazione verbale.

Anche i componenti delle “ombre” si scoprono durante lo svolgersi della fabula per quello che sono: reietti della società, persone che hanno subito e subiscono umiliazioni e violenze quotidiane. Così – come in tante operette morali – sono illustrati i vari volti della violenza: dall’unica donna del gruppo delle “ombre” che subisce violenze fisiche e morali dal fidanzato; all’uomo che vive con la madre in una tenda in  mezzo alle macerie di un palazzo e che viene minacciato dello sgombero coatto “perché devono costruire dei nuovi palazzi”; quello che è stato tradito dall’amico che gli ha rubato i soldi e lo deride; l’individuo in mano agli strozzini e si aggrappa alla vana speranza della vincita dei “gratta e vinci” per ripagare i debiti; il ragazzo operaio in un’officina che viene redarguito con violenze continue dal padrone; il giovane laureato negli Usa che parla inglese, ma non trova lavoro e vive a casa del fratello che gli rinfaccia quotidianamente la sua inettitudine.

I componenti delle ombre sono i rappresentanti delle vittime di una società dove la violenza è diventata sistema, raggruppati dall’anonimo leader per la sua crociata vendicativa. La risposta di Kim Ki-duk è di un pessimismo totale, perché per poter far sentire la propria voce si è costretti a usare ancora altra violenza. In un continuo deragliamento, anche all’interno del gruppo dove si mettono in atto dinamiche violente che lo sfalderanno.

“One on One” finisce come inizia, con un omicidio efferato, compiuto da un uomo dietro una maschera, un costume, una divisa. Il sistema vince e si perpetua, senza speranza.

Trilogia del dolore

“One on One”va a comporre un’ideale “Trilogia del dolore” insieme a “Pietà” e “Moebius“.

Se nel primo abbiamo un capolavoro sulla rappresentazione del potere del denaro e in “Moebius” si assiste alla dissoluzione della famiglia in un mare di dolore, in questo film lo sguardo sulla violenza si allarga all’intera società civile.

Kim Ki-duk resta fedele al suo cinema lineare e frontale, alla messa in quadro essenziale, alla messa in scena dove il decadimento psicologico è rappresentato anche scenograficamente dalle periferie fatiscenti, sporche, buie e piene di macerie, che sono una caratteristica del suo ultimo corso e si distanziano dalle prime opere più eteree e spirituali. Lì era sempre presente la violenza e il dolore, ma che in qualche modo diventavano anche possibilità di cambiamento, di crescita, di evoluzione spirituale e morale; qui invece tutto ciò viene a mancare e la violenza e il dolore si autoalimentano.

A differenza di “Moebius”, dove i dialoghi erano assenti, “One on One” è un film parlato, spiegato, fin troppo, e a volte fastidiosamente didascalico, dove la voce dell’autore si sovrappone a quella dei suoi personaggi, portavoce delle tesi politiche da esporre allo spettatore. Ma pur con questo limite resta un’opera che non lascia indifferenti e riafferma la visione di uno dei più interessanti registi contemporanei.

30/08/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Il-dae-il
Distribuzione
Fil Rouge Media
Durata
122'
Produzione
Kim Ki-Duk Film
Sceneggiatura
Kim Ki-duk
Fotografia
Kim Ki-duk
Montaggio
Kim Ki-duk

Trama

Una ragazza viene rapita e uccisa da un commando di persone su ordine di un potente politico. Un anno dopo, un gruppo denominato “le ombre” punisce e fa confessare uno a uno i colpevoli del delitto.
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