La zuppa del demonio

La zuppa del demonio


Davide Ferrario

Documentario | Italia
(2014)

 

A te, de l’essere

Principio immenso,

Materia e spirito,

Ragione e senso

(Giosuè Carducci, incipit dell’Inno A Satana, 1863)

Se lo immaginava così il poeta Carducci il Progresso nella seconda metà del 1800: un treno a vapore inarrestabile condotto da Satana, macchinista divenuto emblema della scienza e del lavoro, del nuovo che avanza schiacciando tutto e tutti incontri per la sua strada. Il Progresso in fin dei conti è sempre stato associato a un qualcosa di pericoloso facilmente identificabile con l’ambiguo, con l’imprudenza di un futuro solo apparentemente roseo e ricco di nobiltà e ricchezza. Prova ne sia la citazione che Davide Ferrario, autore camaleontico dall’innato carattere sperimentale, sceglie per dare vita al suo nuovo lungometraggio presentato fuori concorso alla 71esima Mostra del Cinema, quella “zuppa del demonio” coniata dal giornalista Dino Buzzati nel pieno del boom economico (riferendosi agli altoforni) che sembra evocare una pozione stregonesca, dalle conseguenze nefaste e che tanto ricorda l’inno di Carducci sopraccitato.

Abbiate fiducia nel Progresso ché ha sempre ragione, anche quando ha torto. Perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza. E guardatevi dall’intentare dei processi al Progresso, sia pure impostore, perfido, assassino, ladro, incendiario. Il Progresso ha sempre ragione…

(Filippo Tommaso Marinetti, 1915)

Dopo la commedia “La luna su Torino“, Ferrario torna dunque al documentario, genere che gli è forse più congeniale, realizzando una disamina che ha come punto focale lo sviluppo industriale e tecnologico del novecento. Ottanta minuti di immagini di repertorio, montate sapientemente attraverso una ricostruzione storicistica che affronta i primi decisivi passi di un Paese deciso a voltare pagina e aprirsi al futuro, con la stessa speranza che evocava il poeta futurista Marinetti. I commenti di poeti e scrittori quali Gadda, Parisi, Calvino, Levi, Pasolini (solo per citarne alcuni) accompagnano il già di per sé eloquente racconto evocato dalle immagini, in un viaggio nostalgico (i vecchi operai della diga che, davanti a un tavolo e a un bicchiere di vino, si chiedono se mai qualcuno si ricorderà dei sacrifici, del lavoro e del sudore versato per realizzare un lavoro di così ampie proporzioni) e formativo atto a ricomporre il puzzle di uno spaccato dell’Italia che non tornerà mai più. Rimpianti e rimorsi concorrono a elevare un’opera spogliata da qualsiasi valore non solamente stilistico ed estetico ma anche politico e sociologico, dove la regia ha il solo merito di presentare la profondità richiamata dalle immagini di repertorio che provengono dall’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea e che inquadrano le meccaniche e alienanti azioni all’interno del mondo Fiat, Olivetti, Italgas, passando per le ruspe che hanno sradicato olivi secolari per far posto all’Ilva di Taranto così drammaticamente attuale nella cronaca odierna.

Tutte le cose che oggi ci appaiono orrende allora ci sembravano bellissime. Chi non ha visto quegli anni non può capire la fuga a occhi chiusi verso il benessere e le radici della crisi economica e morale di oggi. Godevamo con pochissima ironia e molto compiacimento delle luci che si accendevano e si spegnevano. Ci lasciammo trascinare dalle speranze? Probabilmente si, ma quel periodo fu veramente particolare, felice

(Giorgio Bocca, 1980)

L’idea originaria di Ferrario era dunque quella di un lavoro che fosse in grado di riuscire a discostarsi dalla nostalgia e dalla denuncia. Il fine ultimo è allora esclusivamente quello di riuscire a capire come siamo giunti a dove siamo ora. E seppure da una parte la volontà del regista è stata accolta a pieno, dall’altra la soggettività dello spettatore non può esimersi dal manifestare le inevitabili sensazioni di rimpianti e rimorsi che concorrono ad animare il documentario. E la sensazione è quella di un passato con parecchie ombre e poche luci (impressionante la sequenza delle auto gettate in mare) ma dal giudizio scontato perché oggi viviamo in un presente che ci porta a farci inorridire davanti alle immagini che mostrano le diaboliche gesta dell’uomo contro la natura e l’etica. “Eppure per lungo tempo l’idea che la tecnica, il progresso, l’industrializzazione avrebbero reso il mondo migliore ha accompagnato soprattutto la mia generazione, quella nata durante il miracolo economico italiano”.

“La zuppa del demonio” è in definitiva un documentario gravido di emozioni e sentimenti, realizzato col cuore di chi quegli anni li ha vissuti felicemente (il pensiero va alle affini opere del maestro Olmi), senza immaginare il crollo economico e morale di oggi, e che nonostante la mole di informazioni e di sensazioni che vibrano e pulsano nell’aria a visione ultimata è destinata a non rispondere se, in fondo, non fosse meglio vivere la felicità di un passato ambiguo anziché la malinconia di un presente anestetizzato dalle energie e dalla forza lavoro, un presente dove la locomotiva del Carducci sembra aver frenato bruscamente la sua eroica marcia.  

 

13/09/2014

Cast e credits

Titolo Originale
La zuppa del demonio
Distribuzione
Microcinema
Durata
75'
Produzione
Rai Cinema, Rossofuoco
Sceneggiatura
Davide Ferrario, Giorgio Mastrorocco
Fotografia
Ezio Gamba
Montaggio
Cristina Sardo
Musiche
Fabio Barovero

Trama

Il film documentario di Davide Ferrario presentato fuori concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia: un ritratto dell'evoluzione del progresso dalle origini del Novecento ai giorni nostri
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