Legend

Legend


Brian Helgeland

Biografico, Thriller | Regno Unito
(2015)

Per capire l’importanza che i gemelli Ronald e Reginald Kray rivestirono nell’immaginario del mondo anglosassone basterebbe rammentare che nella prima versione filmata dell’incredibile ascesa  che, a partire dagli anni Sessanta, e per circa un ventennio, li portò a dominare la scena malavitosa della capitale britannica  (“The Krays – I corvi”, 1990), a impersonare i gangster dell’East End londinese erano stati Martin e Gary Kemp, rispettivamente bassista e chitarrista degli Spandau Ballet, il gruppo inglese che negli anni Ottanta fece battere il cuore di milioni di teenager. Una scelta non certo dettata dalle qualità attoriali degli interpreti, frequentatori poco memorabili dei set cinematografici, ma piuttosto conseguenza della volontà del regista Peter Medak, intenzionato a sfruttare il glamour e la fascinazione legate all’iconografia dei due musicisti, per ricreare quell’alone di ricercatezza e di riconoscibilità che accompagnò la scalata al potere dei temibili fratelli. I quali, bisogna dirlo, non si fecero mancare nulla né in termini di strategia criminale, basata sulla sistematica eliminazione del resto della concorrenza e sulla forzata complicità di importanti figure del panorama politico istituzionale, né in termini di vita sociale, portata avanti ai massimi livelli attraverso la frequentazione del bel mondo londinese che soleva ritrovarsi nel locale notturno gestito dai fratelli.  

Un mix di violenza e spettacolarità che, dal punto di vista drammaturgico, fa sì che “Legend” possa contare da una parte sul contrasto caratteriale dei protagonisti, uniti da un legame indissolubile ma distanti sia sul piano della personalità (omosessuale dichiarato, Ron era affetto da disturbi mentali) che su quello della predisposizione mentale, con Reggie  differente dal gemello per la visione pragmatica e imprenditoriale della sue “attività”; dall’altra sul pathos prodotto dal tormentato e romantico legame che contraddistinse l’unione tra Reggie e la bella e fragile Frances, la donna che sarebbe diventata sua moglie e che nel corso della loro relazione avrebbe cercato – senza successo – di convincere il marito a non lasciarsi coinvolgere dalle tendenze autodistruttive dell’imprevedibile fratello.

Diretto da Brian Helgeland, che prima di “Legend” era stato coinvolto in qualità di sceneggiatore –  di “L.A. Confidential” e “Mystic River” – e poi di regista – di “Payback” con il Mel Gibson dei tempi migliori – in progetti impegnati a declinare le diverse modalità della crime story, il film si inserisce a pieno titolo nel revival di quel modello di biopic che da un po’ di tempo e a vario titolo imperversa sugli schermi delle nostre sale. Però a differenza di una tendenza generale che si è appiattita su estetiche tipicamente televisive e, che in certi casi procede – senza averne la credibilità – con un taglio da resoconto documentaristico, “Legend” si muove in direzione opposta, smarcandosi dal proposito di perseguire istanze di un realismo a qualunque costo, come pure qualsivoglia tentazione di matrice divulgativa, per abbracciare un dispositivo che privilegia la spettacolarità della messa in scena e il culto della performance attoriale. Nel primo caso, sfoltendo i momenti di riflessione e di approfondimento sulla materia filmica, sostituiti da una sovraesposizione degli elementi attinenti alla violenza – sempre in primo piano quando si tratta di rendere “giustizia” alla determinazione dei fratelli Kray – e al bizzarro, rappresentato dagli inserti che ci ragguagliano sul comportamento maniacale di Ron e sulle conseguenze prodotte dai suoi loop mentali. Nel secondo, realizzando una plusvalenza di carisma e di divismo nello sdoppiamento dell’ottimo Tom Hardy che, nel duplice ruolo di Ron e Reggie, rende merito alle proprie credenziali, diventando strumento di quella capacità di meravigliare (vedere per credere la perfezione con cui l’attore, all’interno della medesima scena, riesce a essere altro da sé, rapportandosi con un doppio che per lui non sembra essere tale) che appartiene al cinema fin dai tempi dei fratelli Lumiere.

Passato un po’ in sordina nell’ultima giornata della festa del cinema di Roma appena conclusasi, “Legend” è un film che guardi tutto d’un fiato e senza pentirti di averlo fatto.

24/10/2015

Cast e credits

Distribuzione
Universal Pictures
Durata
131'
Produzione
Anton Capital Entertainment, Cross Creek Pictures, StudioCanal, Working Title Films
Sceneggiatura
Brian Helgeland
Fotografia
Dick Pope
Scenografie
Tom Conroy
Montaggio
Peter McNulty
Musiche
Carter Burwell
Costumi
Caroline Harris

Trama

La leggendaria vita dei gemelii Kray, i criminali venuti dall'East End londinese che a cavallo tra gli anni 50 e 60  si impadronirono della città inglese
Noi, un po’ meglio
Noi, un po’ meglio

Nel raccontare la genitorialità dei nostri tempi alle prese con nuove filosofie di famiglia e con le possibilità fornite dalla ricerca medica Luchetti non perde mai il contatto con il cuore dei personaggi, facendo di questi il barometro di una grande storia d’amore con gli eccellenti Elio Germano, Maria Chiara Giannetta e Anna Bonaiuto

Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale