Il caso Spotlight

Il caso Spotlight


Tom McCarthy

Biografico, Drammatico, Storico | Usa
(2015)

La sistematica tolleranza delle migliaia di casi di pedofilia che coinvolgono preti e sacerdoti da parte della Chiesa cattolica avrebbe potuto ispirare molti film dal diverso esito critico; dal dramma focalizzato sulle vittime delle violenze e sul dolore delle loro famiglie all’occultamento di prove da parte dei colpevoli. “Spotlight” – lo chiameremo col titolo originale, ignorando l’inutile aggiunta del titolo italiano – è la vera storia dell’inchiesta condotta dal Boston Globe nel 2001, volta a far luce sulla copertura di numerosi abusi sessuali ai danni di minori da parte dell’arcidiocesi di Boston nel territorio locale – si parla di accuse rivolte a 249 sacerdoti per un totale di 1.500 vittime circa – ed è uno dei migliori film che si potessero girare sul delicato argomento. “Spotlight” si iscrive infatti nella migliore tradizione dei film d’inchiesta americani, che trova in “Tutti gli uomini del presidente” un esempio di cui tentare di replicare il successo. Con il film di Pakula, datato 1976, “Spotlight” intrattiene una curiosa relazione di continuità: l’attore John Slattery interpreta Benjamin Bradlee Jr. del Boston Globe, figlio di Benjamin Bradlee senior, direttore del Washington Post che attraverso una celebre inchiesta denunciò lo scandalo Watergate.

“What did the president know and when did he know it?”, si chiedeva il senatore Baker a proposito di Watergate. L’efficacia cinematografica, detto di uno specifico ritmo spettacolare che consente la piena immersività spettatoriale, dell’indagine condotta dal team Spotlight del Boston Globe è rintracciabile nell’inseguimento a una risposta alla stessa domanda in un diverso contesto e con diversi protagonisti. “Spotlight” non digrigna i denti contro un nemico dapprima invisibile, che tesse una ragnatela di relazioni con le istituzioni, ma affronta il materiale dell’inchiesta con lucidità, lavorandolo senza mai piegarsi ad esso. Il risultato, eccezion fatta per brevi sequenze che esulano dall’inchiesta vera e propria e che restituiscono la quotidianità dei membri del team, respinge ogni facile sentimentalismo e s’immerge in un’investigazione condotta manualmente da giornalisti che devono lottare contro una dilagante omertà. “Spotlight”, infatti, è una grande lezione di giornalismo, un caso che ricorda la composizione delle scatole cinesi o delle matrioske russe, dal piccolo al grande, dalla singola vicenda alla visione generale, secondo un principio di costruzione, più che di decostruzione. È qui che “Spotlight” diventa un film non solo efficace, ma anche necessario e difficilmente dimenticabile.

Il contesto intorno cui si sviluppano le indagini ne influenza lo svolgimento. Una sociologia cinematografica individuerebbe nella città di Boston un territorio fertile per operare sperimentazioni sul genere crime; da un capolavoro dimenticato come “Gli amici di Eddie Coyle”, passando per “Heat” e “The Departed” e arrivando a “The Town“, Boston ha restituito al cinema di genere una particolare ambiguità nell’eterna lotta tra bene e male. In una città a maggioranza cattolica, sono gli stranieri a minare un ordine che sembra essere prestabilito. In “Spotlight”, il nuovo direttore Marty Baron – interpretato dal grande attore shakesperiano Liev Schreiber – è un ebreo proveniente dalla Florida, il giornalista Michael Rezendes – uno straordinario Mark Ruffalo – è di origine portoghese, e l’avvocato difensore delle vittime Mitchell Garabedian – Stanley Tucci – è un armeno trapiantato in Massachusetts. Boston si eleva da semplice sfondo della vicenda a protagonista della stessa attraverso le coincidenze che muovono l’emotività dello spettatore. In una sequenza, una vittima racconta alla giornalista Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) una violenza subìta dettagliatamente, e sullo sfondo si staglia un parco giochi adiacente a una chiesa. Michael Rezendes precedentemente lavorava come tassista nella zona di provenienza di una delle vittime. Uno dei preti colpevoli allenava la squadra di hockey della scuola frequentata da Walter Robinson, il giornalista interpretato da Michael Keaton a capo del team Spotlight, comprendente infine Matty Carroll (Brian d’Arcy James), che abita insieme alla sua famiglia nello stesso quartiere di uno dei preti sospettati.

Questo labirinto profondamente materiale in cui è facile smarrirsi protegge segreti che i membri del team Spotlight si impegnano a far emergere, conservando la propria integrità e rivalutando precedenti prese di posizione ed errori da cui non sono certo esenti, palesati nella parte finale. Baron, Rezendes, Pfeiffer, Carroll e Robinson sono mossi dall’etica, piuttosto che dal moralismo. In un primo momento, si distanziano dalla natura degli eventi, fallendo nello stabilire un contatto con le vittime. Si passa poi all’individuazione di un caso generale che accumula sempre più tensione nei personaggi, ed è quando questi scoprono la cospirazione che il film assume i ritmi del thriller, tra Mark Ruffalo che consegna un monologo di pregiata fattura e un montaggio sempre più frenetico. Il crescendo ci suggerisce che questo specifico film non potrebbe evitare di focalizzarsi sulle vittime; una sottostoria didascalica che inquadra la crisi di coscienza di Pfeiffer, la cui nonna si reca ogni domenica in chiesa, non ha la stessa spinta che muove il resto del testo.

Allora, in un cinema che lavora i materiali a sua disposizione, i veri protagonisti di “Spotlight” sono gli attori, prima che i personaggi da loro interpretati. Ruffalo, Keaton, McAdams e Tucci prendono il sopravvento con la crescita della tensione narrativa. La regia di McCarthy – che, ironicamente, interpretava nella serie televisiva “The Wire” il personaggio di Scott Templeton, un giornalista disposto a falsificare le sue storie pur di inseguire la propria ambizione, il contrario di quanto avviene nel suo film di maggior successo – interviene direttamente sulle reazioni che si dipingono nei volti degli interpreti restituendole tramite zoom funzionali, dirigendo l’attenzione dello spettatore analiticamente e confermando i sospetti che egli nutre prima che questi si materializzino sullo schermo. McCarthy anticipa sempre ogni prosecuzione dell’intreccio in modo nascosto, concentrando il proprio lavoro sulla sfera dell’inconscio, rispetto a un film che s’interroga su quanto realmente sappiamo di una vicenda tabù.

“Spotlight” è un film che, oltre a rappresentare la vera inchiesta del Boston Globe, la riflette consapevolmente. L’obiettivo non è stato quello di vendere qualche copia in più, né di ricevere qualche applauso in più al termine delle proiezioni, quanto quello di offrire un lucido e impressionante ritratto svuotato da ogni superficiale sentimentalismo e trionfalismo di sorta. I risultati sono un Pulitzer nel 2003 e sei nominations agli Oscar 2016, colpevoli, tuttavia, di avere ignorato le splendide musiche di Howard Shore, alle quali sembra fondersi un lontanissimo eco di bogartiana memoria. “È la stampa, baby, la stampa…”.

17/02/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Spotlight
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
128'
Produzione
Anonymous Content, Faust, Participant Media, Rocklin
Sceneggiatura
Tom McCarthy, Josh Singer
Fotografia
Masanobu Takayanagi
Scenografie
Vanessa Knoll, Shane Vieau
Montaggio
Tom McArdle
Musiche
Howard Shore
Costumi
Wendy Chuck

Trama

2001. La squadra investigativa "Spotlight" interna al Boston Globe scopre e denuncia numerose molestie su minori da parte di preti coperti dall'arcidiocesi di Boston. Da una storia vera.
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