Love and Mercy

Love and Mercy


Bill Pohlad

Biografico, Drammatico | Usa
(2014)

Nella soleggiata California dei primi anni 60 i raggi battenti su sabbia, mare e corpi da copertina di ragazzi e ragazze formulano una cartolina da tramandare ai posteri, scolpiscono un’unità spazio-temporale che tutt’ora sembra echeggiare un’epoca da sogno. In questo contesto, tra sorrisi e tavole da surf la colonna sonora diffondeva una musica, per l’appunto il Surf-Rock, che, influenzata comunque dalla musica nera, partendo dalla chitarra di Dick Dale trova un approdo, una fine e una nuova era con i Beach Boys. La band comprendeva inizialmente Brian Wilson, i suoi fratelli minori Dennis e Carl, suo cugino Mike Love e l’amico Al Jardine.

Canzoni da spiaggia allegre e scanzonate ma contagiose per questi giovanissimi ragazzi bianchi della middle class statunitense che fondevano rock’n’roll con ricche armonie vocali. Successo di pubblico immediato (“Surfin’ Safari”) e fenomeno di costume nazionale: surf, automobili ed amori adolescenziali. Il perfetto manifesto per l’ottimismo kennediano pre-Vietnam.

Sono schegge che vediamo appena durante i titoli di testa di “Love and Mercy”. Ma il forte attacco di panico in aereo subito da Brian Wilson nel 1964 è proposto ad inizio film e applica da subito una rottura tra le spensierate armonie e problematico vissuto quotidiano.

Il film prende così due strade, due archi narrativi che si alternano lungo la sua durata: 1965-1967, apice artistico e prime turbe psichiche, e 1986-1992, presunta resurrezione dell’uomo.

Reduce dall’attacco di panico di cui sopra, Wilson rinunciò a girare in tour con il gruppo. Già autore di notevoli canzoni (“All Summer Long”, “When I Grow Up (to Be a Man)”, “I Get Around”,” Help Me,  Rhonda”, “California Girls”), a quel punto si immerse del tutto nello studio di un suono che nelle idee doveva fondere il Wall of Sound di Phil Spector, sua vera ossessione artistica, con  le armonie vocali già tipiche della band. Realizzare un album che non avrebbe dovuto essere una semplice raccolta di canzoni, dunque, ma opera musicalmente omogenea, non rock’n’roll quanto piuttosto congiunzione tra musica popolare e arte colta (noto il suo amore per Gershwin).

Le sequenze ambientate nello studio di registrazione sono tra le pagine più felici del film, che restituiscono con leggerezza un lavoro che ribalta il mito del rock’n’roll secondo il quale dietro al lavoro artistico delle rockstar debba esserci sempre un tumulto negativo, maledetto.

Il risultato furono le canzoni che vanno a comporre “Pet Sounds” – di fatto un album di Brian Wilson cantato dai Beach Boys – rivoluzionario in tanti sensi nell’ambito della musica pop:  nell’utilizzo dello studio di registrazione, sfruttato stavolta non come semplice luogo dove vengono suonati gli strumenti e si cantano le melodie, bensì come lo strumento “finale”; nella composizione della musica, barocca e tecnica come mai era stata in un disco pop, totalmente priva di qualsiasi sentore rock ‘n’ roll, eppure completamente e decisamente onesta ed emozionante, fino al raggiungimento di divine vette; negli arrangiamenti ricchi e sontuosi, con una curiosità e una scoperta fanciulleschi per strumenti nuovi e insoliti per la musica da classifica. Ma più di tutto “Pet Sounds” è per Wilson il risultato di un momento decisivo e irripetibile, frutto di un grande slancio d’amore oltre che di uno sforzo artistico unico al mondo.

Provato dal parziale insuccesso commerciale dell’album,  il singolo “Good Vibrations” doveva essere una eloquente anticipazione del progetto “SMiLE“, album incompiuto per eccellenza nella storia della musica pop. Nelle intenzioni un’ambiziosa opera di pop d’avanguardia, naufragata nell’esasperazione di una ricerca che fece scontrare il proprio autore con lo scetticismo dei membri della band ma, soprattutto, con proprie debolezze e paranoie: rappresentativa la sequenza al tavolo, durante la quale voci altrui ed oggettistica prendono le sembianze di un ingestibile ed ossessivo armamentario musicale.  Decretò a conti fatti la deriva artistica dell’autore, nonché un crollo nervoso.

Psiche devastata che ritroviamo nel Brian Wilson degli anni 80: uno strascicante fantasma abbandonato che ha assorbito e rigettato chili e droga, psicofarmaci e immobilità (a letto), incatenato dallo psicologo-carnefice Eugene Landy.

La scelta di scegliere due attori diversi per interpretarlo – il somigliante Paul Dano (ottimo) e il meno immediato John Cusack – conduce una plateale scissione del Corpo anti-divistico del protagonista, tra le speranze giovanili e una maturità rubata e da riappropriare.

Pur priva di facili scorciatoie melodrammatiche, questa seconda ricostruzione è più tradizionale e debitrice verso un cinema che delega al più puro degli amori il compito della rinascita umana. Una fase quasi spoglia dalle melodie giovanili, spesso dimessa nella narrazione, incentrata dunque sulla possibilità di rinascita del Wilson uomo attraverso l’amore di e per Melinda Ledbetter (Elizabeth Banks), dal fortuito incontro alla definitiva riconciliazione. Ideale dispensatrice di libertà dallo sfruttatore Landy (Paul Giamatti).

La somma delle componenti ci offre un ritratto di un uomo fragile, incapace di controllare la sua stessa genialità artistica e di conseguenza, in un certo qual modo, il più grande talento musicale sprecato del 900.

Capace comunque  di donare al mondo “Pet Sounds”, per chi scrive l’album più bello della storia della musica pop.

Uno speciale ringraziamento a Donato Capuano, fratello e amico di ascolti musicali

04/04/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Love and Mercy
Distribuzione
Adler Entertainment
Durata
121'
Produzione
John Wells productions, River Road Entertainment
Sceneggiatura
Oren Moverman, Michael A. Lerner
Fotografia
Robert D. Yeoman
Scenografie
Keith P. Cunningham, Maggie Martin
Montaggio
Dino Jonsäter
Musiche
Atticus Ross
Costumi
Danny Glicker

Trama

Ritratto intimo di Brian Wilson, leader dei Beach Boys, in due archi narrativi: 1965-1967, apice artistico e prime turbe psichiche, e 1986-1992, resurrezione dell'uomo.
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