Ryuzo and the Seven Henchmen

Ryuzo and the Seven Henchmen


Takeshi Kitano

Commedia | Giappone
(2015)
Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano.
D.Charms, Disastri

Ryuzo (interpretato da Tatsuya Fuji, celeberrimo interprete di Ecco l’impero dei sensi) è vecchio e stanco, vive con una famiglia che mal sopporta il suo passato nella yakuza e il suo presente da outsider. Ryuzo, infatti, dopo aver perso il suo ruolo di gangster, è in qualche modo fuori dalla società. In seguito a una truffa a suo danno, escogitata da una banda locale, decide di rimettere insieme il vecchio gruppo di malviventi. Tutti ormai anziani, malinconici e un po’ instupiditi. I sette “scagnozzi” vogliono riprendere il giro, soldi, donne e alcool…

“Ryuzo and the Seven Henchmen” è un film malinconico, abbastanza triste per essere una commedia. Non c’è il riferimento alla comica demenzialità che spiccava in pellicole del passato come Getting Any? ma più a un umorismo lievemente diluito, probabilmente anche dal gusto un po’ occidentale. Ecco, forse l’apparato comico non è la cosa più rilevante del film ed è una cosa che risulta spiazzante nel doverne scrivere. Ci sono sicuramente un paio di momenti esilaranti (il cadavere-bersaglio nella scena del regolamento di conti fa davvero ridere) ma tutti di una comicità piuttosto basilare che non permette voli pindarici di critica e riflessione.

Ma il film è scritto e diretto, oltre che montato, da Takeshi Kitano e richiede anche per questo un tempo di riflessione maggiore. Inoltre non si può non considerare che il film si deve inserire in una filmografia unica, un percorso tanto fenomenale quanto fortemente autoriale. Probabilmente lì si può trovare il senso di un lavoro minore (molto minore) di un grande regista. E allo stesso tempo nel rapporto con il cinema giapponese, in particolare con il genere yakuza-eiga.

Rubo direttamente alcune parole di Dario Tomasi, uno dei massimi conoscitori del cinema asiatico, per sostenere la mia breve riflessione.

Il tono del film è crepuscolare e questo mette in primo piano una serie di considerazioni sulla solitudine dell’anziano Ryuzo, sul suo essere ancorato a un passato ormai dissolto. Un passato però che è, post-modernamente, cinematografico prima che reale. L’immaginario a cui si fa riferimento è quello tipico dei film di yakuza. Ma quasi ogni volta che elementi dell’immaginario vengono citati, c’è un ribaltamento parodistico dell’elemento stesso.

In questo senso gli spunti di Tomasi ci aiutano nell’analisi dei particolari: lo yubitsume (celebre rituale delle dita tagliate) e l’uso dei tatuaggi per dire i due aspetti più rilevanti.

Dalle primissime inquadrature del film il corpo di Ryuzo viene esposto in maniera ostentata, la mano con le dita mancanti, la schiena e le spalle tatuate. Ma nel seguito questi due aspetti vengono a più riprese dileggiati, utilizzati come elementi comici (su tutte, la scenetta nemmeno troppo divertente dell’ippodromo) al fine di smontare, distruggere insistentemente un immaginario collettivo legato agli yakuza. Un immaginario tutto filmico ovviamente. E per questo il film va preso sul serio, perché Kitano negli anni Novanta ha contribuito in maniera forte ad alimentare quel materiale iconografico, con Boiling Point, Sonatine e in parte Hana Bi su tutti. Per poi in un certo senso destrutturarlo in Takeshi’s e riproporlo, solidissimo ma standardizzato, con i due Outrage.

E in questo film, appunto, Kitano distrugge; sembra quasi con un ghigno beffardo. Dalle macerie rimangono nella memoria alcune immagini. Non molte purtroppo, ma notevoli.

Rimane invece fortissimo il dubbio di quale direzione possa prendere il cinema di Kitano. Che a forza di diventare riflessione metacinematografica ha perso il potere delle immagini, la forza di una storia. La leggerezza della poesia.

Insomma, a che pro questo rimischiare le carte? Quando manca evidentemente molto altro al film. “Ryuzo and the Seven Henchmen” non ha follia sufficiente, e dispiace perché la vena demenziale di Kitano comunque aveva una sua valenza, per rimanere impresso. Non approfondisce abbastanza la parte più interessante, ovvero quella relativa alla vecchiaia vissuta ai margini della società, per virare verso un intimismo che poteva rimandare a un cinema ad “altezza di tatami”. Insomma manca il colpo clamorosamente.

Per chiudere un ultimo appunto: il viso bloccato di Kitano, qui anche attore, è sempre magnifico e iconico. Vederlo nella parte del poliziotto, invecchiato, fa uno strano effetto. Fa venir voglia di vederlo più giovane non ancora in parte paralizzato, interpretare il ruolo di Azuma, o di Uehara o di Murakawa… insomma Kitano, per quanto voglia annichilire l’immaginario della mafia giapponese in questo film, rimane sempre uno dei più importanti punti di riferimento dei film di yakuza con le sue pose, la violenza, i tatuaggi e le dita mozzate.

07/05/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Ryûzô to 7 nin no kobun
Durata
125'
Produzione
Office Kitano
Sceneggiatura
Takeshi Kitano
Fotografia
Katsumi Yanagijima
Montaggio
Takeshi Kitano, Yoshinori Ôta
Musiche
Keiichi Suzuki

Trama

Ryuzo è vecchio e stanco, vive con una famiglia che mal sopporta il suo passato nella yakuza e il suo presente da outsider. In seguito a una truffa a suo danno, escogitata da una banda locale, decide di rimettere insieme il vecchio gruppo di malviventi. Tutti ormai anziani, malinconici e un po’ instupiditi. I sette “scagnozzi” vogliono riprendere il giro, soldi, donne e alcool…
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi