The Bad Batch

The Bad Batch


Ana Lily Amirpour

Fantascienza, Romantico | Usa
(2016)
Prendiamo spunto dall’iconografia di “The Bad Batch”, passato ieri nel concorso della Mostra di Venezia, per affermare che davvero questa potrebbe passare alla storia come l’edizione delle invasioni barbariche. Lo diciamo perché il film di Ana Lily Amirpour conferma il tentativo da parte dei selezionatori di sdoganare certo cinema di genere che fino a ieri, con tali proporzioni, sarebbe stato impossibile ritrovare in competizione accanto ai mamma santissima del circuito festivaliero. A non farsi condizionare dalla tradizione, e anzi a dargli una spallata, ci pensa il film della Armirpour, già autrice dell’acclamato “A Girl Walks Home Alone At Night“, che a Venezia misura le proprie ambizioni con i rischi di cimentarsi con l’opera seconda. Un’eventualità che, a giudicare dal carattere anarchico e tamarro messo in mostra dai protagonisti del film, non solo deve esserle importato ben poco, ma probabilmente le è servito da stimolo per rinfocolare la dimensione antagonista rintracciabile in ciò che stava andando a girare. Entrando nella storia di “The Bad Batch” quello che colpisce, non a caso, è l’esibizione della propria diversità da parte dei personaggi, ostentata e contrapposta alla parte di mondo che li respinge e li esclude relegandoli al di là della rete oltre la quale viene abbandonata la bad girl della nostro film. Colpevole di un oscuro misfatto che gli è costato l’esilio nella waste land popolata da comunità di reietti organizzati secondo regole proprie (cioè nessuna, almeno finché non scopriremo le intenzioni del profeta interpretato da Keanu Reeves) e in alcuni casi dedite alla pratica del cannibalismo, Arlen (l’ex modella Suki Waterhouse) diventa immediatamente il feticcio di una bellezza fuori dai canoni e comunque pronta a sfidare la concorrenza delle colleghe con un corpo che le mutilazioni (di un braccio e di una gamba), subite nella sequenza iniziale, hanno trasformato in una versione punk della Venere di Milo.

La decisione di offrire un’eroina privata della sua avvenenza fisica, e al contempo elevata a modello estetico dell’intera operazione, era di per sé il segno di una sfida al gusto dominante che aveva avuto un unico precedente nello sfortunato “Boxing Helena” diretto da Jennifer Lynch. Alla pari di quest’ultimo, l’incipit di “The Bad Batch” lanciava suggestioni che andavano in direzione di una rivisitazione al femminile di certo cinema di genere (si potrebbero trovare molti esempi, ma a noi piace citare “Il buio si avvicina” e l’ultimo “Mad Max“) attuata all’insegna del più sfrenato anticonformismo. Aspettative a cui la Amirpour tiene fede in fase introduttiva e quando si tratta di gettare le fondamenta dell’universo distopico in cui Samantha e gli altri personaggi si troveranno a interagire: quello popolato da un tessuto umano e subumano che, a colpi di stranezze e mostruosità, dovrebbe giustificare il riferimento del titolo al “lotto difettoso” rappresentato dagli scarti della società che si dividono tra tribù di Comfort, dove Arlen trova asilo, e quella antropofaga, in cui vive Joe, culturista e pittore a cui Arlen, prima forzatamente poi di sua volontà, decide di dare una mano nel tentativo di aiutarlo a ritrovare la sua bambina. Peccato che alla resa dei conti la trasgressione di “The Bad Batch” si risolva in un buco nell’acqua nei ritornelli di musica pop anni 90 ascoltata dai cannibali; e ancora, che la Amirpour non riesca ad andare oltre a una disubbidienza di facciata, incapace di dare spessore alla rabbia e alla follia dei personaggi di contorno – peraltro affidati a gente come Jim Carrey, redivivo e muto, e del fool Giovanni Ribisi – in virtù di una sceneggiatura (da lei scritta) che non riesce a fare di meglio che banalizzare gli spunti semnati in precedenza (per esempio, la filosofia che sta dietro agli adoratori del Sogno guidati da Reeves). Per non dire dell’imbarazzante finale, pronto a tradire lo spirito del film, restaurando l’idea più convenzionale e trita del sogno americano e dell’American Way of Life.

07/09/2016

Cast e credits

Durata
115'
Produzione
Annapurna Pictures, Human Stew Factory, Vice Films
Sceneggiatura
Ana Lily Amirpour
Fotografia
Lyle Vincent
Scenografie
Brandon Tonner-Connolly
Montaggio
Alex O’Flinn
Costumi
Natalie O’Brien

Trama

Storia d'amore distopica ambientata in una desolata landa texana in cui risiede una comunità di cannibali.
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