Scendere dal letto il mattino era come
affrontare il muro vuoto dell’Universo.
tratto da “Pulp”, Charles Bukowski
Dalle aspettative che era possibile crearsi guardandone i trailer, “Coyote vs. Acme” aveva tutte le carte in regola per risultare, a fine visione, un film mediocre. Una fin troppo esplicita, e all’apparenza scherzosa, meta-testualità (“questo è il film che la Acme non voleva farvi vedere”) unita alla presenza nel cast di John Cena, attore specializzato a comparire in produzioni semi-serie come quella in esame, non facevano presagire nulla di buono.
Anche guardando alla regia, il nome di Dave Green fa più rima con “mestierante” che non con “autore”, avendo egli a curriculum come sua opera più degna di nota “Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra” (2016), sequel del rilancio su grande schermo delle teenage mutant datato 2014: non esattamente la miglior presentazione.
Eppure, sorprendentemente, “Coyote vs. Acme” risulta invece un film riuscito, sia nella forma sia, soprattutto, nei contenuti.
La profonda freschezza di un barattolo di vernice
Come è stato per un’altra pellicola distribuita in Italia nel 2026, e recensita su queste pagine dal sottoscritto, ovvero “SpongeBob – Un’avventura da pirati”, anche per il lungometraggio targato Warner Bros. si fa uso dell’animazione mista. L’unica differenza è che, nel caso della storia ambientata nelle profondità oceaniche, la suddetta tecnica viene impiegata quasi solo nelle battute finali del film, mentre per le vicende che prendono luogo nei dintorni di Albuquerque questa è presente durante l’intero arco narrativo.
Ciò che cambia però è la capacità di integrare i “cartoni” all’interno del mondo reale in modo credibile e artistico, tenendo come riferimento la pellicola che per antonomasia ha saputo mostrare al mondo come si fa, ovvero “Chi ha incastrato Roger Rabbit” di Robert Zemeckis.
Se infatti in “SpongeBob – Un’avventura da pirati” è a tratti evidente uno scollamento visivo tra i personaggi animati e quelli in live-action, in “Coyote vs. Acme” le due categorie interagiscono tra loro in maniera molto più armonizzata. Ne sono un esempio le varie strette di mano e pacche sulle spalle che gli attori in carne e ossa scambiano coi loro “colleghi” disegnati: per SpongeBob questo tipo di interazione è ridotto al minimo, se non quasi inesistente, mentre invece per Coyote lo sforzo di unire i due mondi viene compiuto prendendosi anche qualche rischio. Si veda, a questo proposito, la scena in cui il personaggio di John Cena stritola Titti, momento nel quale emergono maggiormente i limiti di “credibilità” dell’animazione mista.
Non solo: come fu per la pellicola del 1988, anche in quella del 2026, e in misura molto maggiore rispetto a SpongeBob, vengono esplorate le potenzialità fantasiose che mischiare il mondo in live-action con il mondo dei cartoni può offrire. La sequenza forse più rappresentativa di ciò è quella in cui i protagonisti entrano nella galleria generata dalla vernice affidata loro come indizio dei crimini della Acme: man mano che essa viene applicata alle pareti del tunnel, sempre più in profondità, vengono scoperte parti di essa altrimenti inaccessibili. Un po’ come a voler suggerire, al di là dei risvolti di trama, che la chiave per dischiudere veramente il cuore della pellicola sia avere il coraggio di entrare nei mondi di fantasia, quand’anche oscuri, che i suoi creatori hanno preparato per lo spettatore, sospendere l’incredulità durante la sua durata e lasciarsi così trasportare nei meccanismi improbabili che regolano l’universo dei Looney Tunes.
Nubi di oggi sul nostro meta-testuale domani
“Coyote vs. Acme” è un film interessante anche da un punto di vista contenutistico e non solo formale. Quello che mette in scena è infatti una vera e propria critica alle grandi corporazioni di oggi. Senza necessariamente scomodare le chaebol sudcoreane o i keiretsu giapponesi, afferenti a contesti e sviluppatisi in periodi storici molto specifici dei rispettivi Paesi d’origine, il modello di crescita al centro della stilettata può tranquillamente essere quello di una grande multinazionale occidentale quale, ad esempio, Amazon.
È quest’ultima infatti un’azienda nata per fornire uno specifico servizio (nel caso in esame, una libreria online), ma che nel corso del tempo si è espansa a dismisura integrando nel suo core business anche servizi hi-tech quali server, assistenti alla domotica e perfino computer quantistici.
La critica, come spesso avviene in casi analoghi in realtà, non si concentra tanto sulla crescita aziendale in sé, quanto piuttosto sui mezzi e le modalità che l’hanno resa possibile. La Acme si fa quindi ben pochi scrupoli nel testing dei suoi prodotti, eseguito sulla “pelle” dei cartoni animati ma per portare beneficio agli essere umani in carne e ossa. Dispone inoltre di un CEO megalomane e pieno di sé disposto a sfruttare i suoi simili pur di perseguire l’arricchimento personale nel nome, di facciata, del “progresso” e un team di squali della giurisprudenza sguinzagliato apposta per insabbiare le controversie legali e ripulire l’immagine della società agli occhi del mondo.
Nulla di originale verrebbe da dire, se non fosse che la casa di produzione di “Coyote vs. Acme” è Warner Bros., attualmente in corso di acquisizione da parte di Paramount non senza preoccupazioni degli addetti ai lavori. Fuor di metafora, la pellicola può essere interpretata quindi come un’accorata, enorme, lettera di protesta firmata dai dipendenti Warner contro i loro dirigenti e la Paramount, che rischiano di appiattire la creatività a scopo meramente di lucro se non addirittura politico. Il messaggio suona ancora più forte se si considera che viene affidato a dei cartoni animati, rappresentando l’Animazione il regno della fantasia e della sperimentazione visiva per eccellenza dagli albori della sua nascita.
Si può quindi rileggere la tagline promozionale del film sotto un’altra luce, più cupa ma al contempo più intensa, ovvero: forse questo non è il film che la Acme non voleva farci vedere, quanto piuttosto il film che la Warner Bros. ha avuto tutto l’interesse a non distribuire1.
Lo zampino di un nerd
Ma prima ancora che un inno politico all’utilizzo incondizionato della fantasia, “Coyote vs. Acme” è un film dedicato agli ultimi, intesi come coloro che nonostante i ripetuti fallimenti riescono sempre e comunque a trovare le forze fisiche e interiori per rialzarsi e provare a inseguire scopi che non sono neanche sicuri di poter raggiungere. In poche parole, “Coyote vs. Acme” è un’opera che celebra e restituisce dignità a chi persevera contro tutto e tutti.
È evidente quindi la mano di James Gunn come co-soggettista della pellicola, in questa sede chiamato anche a rispondere in qualità di produttore. Fin dai suoi primi passi super-eroistici su grande schermo, infatti, il regista del Missouri ha fatto dei loser la sua materia preferita quando si tratta di raccontare storie, con risultati spesso notevoli sia da un punto di vista di pubblico che di critica. Coyote non fa altro che aggiungersi alla lista del suo personale universo di sfigati, paradossalmente venendone elevato e passando da mera macchietta che, nel tentativo di acciuffare Beep Beep, ne subisce di ogni tipo, ad autentico personaggio dotato di spessore proprio.
Il contributo di Gunn alla causa (letteralmente) di “Coyote vs. Acme”, però, non si esaurisce sul piano contenutistico, ma arriva perfino a sfociare sul piano formale. Verso inizio film, infatti, nello studio del protagonista Kevin Avery viene utilizzato sul personaggio lo stesso tipo di long take circolare volto ad annullare il contro-campo di cui si è già ampiamente discusso in questa sede e che anche qui mette al centro la persona rispetto al personaggio.
Ancora una volta, quindi, James Gunn si dimostra interessato alla dimensione umana dei suoi soggetti, divertendosi a gettarli nelle più assurde situazioni larger-than-life e lasciando che questi se la cavino coi pochi mezzi a loro disposizione: poco importa se poi il risultato finale sia una sconfitta, come, di fatto, avviene per Coyote, che neanche questa volta riesce, ça va sans dire, a mettere le mani sulla sua preda.
In sottofondo, mentre scorrono i titoli di coda, non può quindi che essere riprodotta una canzone appartenente a quel genere così caro a James Gunn e che sembra riassumere così bene il suo spirito artistico, ovvero il punk-rock: “I Fought the Law” (and the law won) nella versione dei Clash. Meglio non si poteva riassumere, in una frase, la parabola di Coyote.
Si vuole concludere questa recensione con una riflessione.
La pellicola si apre con le proverbiali parole “tratto da una storia vera” e termina con le didascalie di quello che i personaggi principali hanno fatto delle loro vite dopo le vicende narrate, neanche si trattasse di una romanzata vicenda di cronaca se non addirittura di un documentario, il che è quasi provocatorio se si considera la natura animata dell’opera.
“Quasi”, appunto: si considerino le riflessioni scaturite durante questa trattazione.
A chi scrive piace pensare cioè che, sia che si interpreti “Coyote vs. Acme” come un’opera politica, sia che lo si faccia più in chiave motivazionale, in fondo si tratta di una storia di quotidiana resistenza, che forse non si esaurisce, per il pubblico, nella forma animata con cui Dave Green gliel’ha mostrata ma con i cui contenuti egli può comunque facilmente empatizzare. La “storia vera” di Coyote altro non è, quindi, che la nostra “storia vera”, quella che tutti i giorni sperimentiamo tra alti e bassi e che talvolta ci getta dolorosamente a terra, facendoci dimenticare di possedere una dignità. È rialzandoci e continuando a vivere che ricordiamo di averla: poco importa se per farlo abbiamo bisogno di essere aiutati dal cartone animato di un Coyote.
11/09/2026