L’amant d’un jour

L’amant d’un jour


Philippe Garrel

Commedia, Drammatico, Sentimentale | Francia
(2017)
Di triangolazioni il cinema di Philippe Garrel si è nutrito, probabilmente perché sono un topos di molta Nouvelle vague dalla cui spinta il regista, ancora giovanissimo, prese le mosse. Diversamente però dai rapporti presenti nell’opera di Truffaut e Godard, considerato da sempre il suo inarrivabile maestro, in Garrel anche i figli possono comporre un triangolo: a richiamare la trinità laica padre-madre-figlio è già uno dei suoi primi lavori, “Le Révélateur” (1968).
Nel prologo vediamo un docente, Gilles, (Éric Caravaca) e una ragazza, Ariane, (Louise Chevillotte) salire le scale dell’università: camminano a distanza l’uno dall’altra come se non si conoscessero ma, una volta arrivati all’ultimo piano, si nascondono in bagno per un breve e intenso amplesso: così inizia “L’amant d’un jour”, con un incontro amoroso, segreto e fluido, che brucia di passione la più fredda delle quotidianità. Dopo i titoli di testa, l’inquadratura mostra una giovane che piange a dirotto per strada, di notte; chiede asilo al padre, cioè al professore di cui prima che, però, non abita più da solo. Jeanne (Esther Garrel, figlia del regista) è stata lasciata dal fidanzato con cui conviveva ed è in preda al panico: la sua presenza nella quotidianità ordinata di un amore ancora giovane ma apparentemente stabile, fra il professore e una sua allieva, porterà gradualmente delle modifiche. Ariane accudisce Jeanne, la consola, facendole da madre nonostante siano coetanee; la scopre mentre, sul cornicione della finestra di casa, è in procinto di gettarsi, sventandone il suicidio. E Jeanne le chiede di non dire niente al padre: è il primo legame stretto dalle ragazze e che darà il là al loro sodalizio, un rapporto fondato sui segreti reciproci e sul non-detto. La narrazione è commentata da una empatica voce fuori campo che sembra il contraltare femminile del narratore di “Jules et Jim“, la quale con onniscienza ci riferisce i pensieri dei personaggi. La famiglia ri-creata con questo scambio tra madre e figlia ha come vertice Gilles, il quale, benché soggiogato dal desiderio provocante della sua allieva, oppone come filtro alla realtà una certa indolenza esistenziale che lo relega ai margini dell’azione narrativa. Se le due donne sanno e trasformano in segreti ciò che sanno, Gilles non vuole sapere, non vuole vedere. Sono due le vere scelte compiute dal protagonista maschile, quelle che fanno prendere una direzione al racconto piuttosto che un’altra. Nella prima, in particolare, spicca lo scontro tra sentimento ed etica, nel solco dei racconti morali rohmeriani: una sera, dopo aver litigato con Ariane, Gilles passeggia, va in un locale e si mette a chiacchierare con una ragazza, un’altra sua allieva; Gilles – dice la voce narrante – sa che rimanere lì gonfia le aspettative per un esito che lui non si sente di dare, eppure, vuole procrastinare la separazione. Ogni incontro è unico e, per quanto impalpabile, ha una fragranza che si vorrebbe respirare per sempre, ma Gilles decide di tornare a casa, deludendo la giovane.
Ariane è l’amante del titolo, amante di un giorno per gli uomini che seduce o da cui è sedotta. Gilles ne intuisce il potenziale libertino ma, vista la giovane età, non ne vuole stigmatizzare il comportamento, sentendosi al di sopra di tali ipocrisie piccolo borghesi. Una delle scene più belle vede un altro studente di Gilles prodursi in una lenta e studiata coreografia per accendere una sigaretta con un fiammifero, dimostrando l’attrazione che prova per la fidanzata – segreta – del professore. Garrel, con una economia di mezzi sbalorditiva, sbozza il ritratto di una giovinezza piena, carnale, e una maturità piana ma non completamente rassegnata alla solitudine, che aspira a un’armonia spirituale. E Jeanne si insinua in questa routine, una figlia acquisita che lavora su entrambi i fronti della coppia spostandone gli equilibri, mutandone inconsciamente le regole del gioco. In questa fluidità di ruoli in cui Ariane è madre, amante ma, a tratti, anche figlia e, dunque, sorella di Jeanne, la complessità mentale di quest’ultima, degna di una Elettra in miniatura, erode i piani in silenzio e senza clamori. Il regista filma con quella magica capacità di sintesi propria del linguaggio cinematografico una breve parentesi, come se fosse un solo giorno che, tramontato, apparentemente non lascia traccia. 
D’altronde, le immagini de “L’amant d’un jour” emergono dal buio e al buio ritornano: è in questi momenti di luce che riusciamo a cogliere la verità proiettata sullo schermo. Girato nel consueto bianco e nero affidato all’esperto Renato Berta, la gradazione cromatica rende le immagini sorprendentemente luminose, lasciando i contrasti chiaroscurali più netti a inquadrature-tableaux dalla grana pittorica (si veda, a tal proposito, l’immagine di Ariane stesa seminuda accanto al giovane amante): il valore estetico nel cinema garreliano ha un preciso riscontro narrativo e semantico e in questo rondò sentimentale scorre una vena ironica che slitta il dramma in commedia. Senza pesantezze intellettualistiche, l’autore quasi settantenne torna a riflettere sui suoi temi prediletti: l’amore e l’amore filiale, il sesso, la gelosia e la separazione. Durante la presentazione cannense all’interno della Quinzaine des Réalisateurs, ha dichiarato che “L’amant d’un jour” ha per lui come protagonista l’inconscio femminile; insieme a “La gelosia” e “All’ombra delle donne“, che, rispettivamente, avevano al centro la nevrosi e la libido femminile, formano una trilogia. In quest’ennesima variazione, però, Garrel trova una sublime misura che fa de “L’amant d’un jour” un’autentica gemma a suggello del suo percorso: sciorinando l’inventario di temi e figure del suo mondo autoriale, anche la rivisitazione di una prolungata scena di ballo che abbiamo visto in molti dei suoi film passati (qui sulle note di “Lorsqu’il faudra”, scritta da Michel Houellebecq) sembra vivere di una sincera forza primigenia, grazie anche al gioco di sguardi e di espressioni delle due attrici. Il montaggio asciuga la narrazione, la regia è pura cronaca sentimentale ma il taglio intimo dello stile garreliano realizza una serie di pezzi di vita intagliati in pellicola che riescono a incatenare gli occhi allo schermo.
In ogni lavoro, Garrel sembra colorare di sfumature diverse la sua idea di amore: in uno splendido dialogo tra Ariane e Jeanne l’amore viene definito come una coperta che protegge e allontana il freddo; al contempo, senza quella coperta siamo costretti a lottare, a muoverci; l’amore anestetizza, tranquillizza, ma quando non c’è ne abbiamo un disperato bisogno. Ma non c’è disperazione qui, il sorriso stempera, asciuga le lacrime e rasserena i desideri più difficilmente controllabili. Si intravede la serena rassegnazione di chi continua a vivere pur non sentendo più la chitarra e che, dopo un’innocenza selvaggia, porta con sé molte cicatrici interiori.

Il prossimo film – ha chiosato il regista a Cannes – segnerà una nuova fase e sarà girato a colori.

28/06/2017

Cast e credits

Durata
76'
Produzione
Arte France Cinéma; SBS Productions
Sceneggiatura
Philippe Garrel, Jean-Claude Carrière, Arlette Langmann, Caroline Deruas
Fotografia
Renato Berta
Montaggio
François Gédigier
Musiche
Jean-Louis Aubert
Costumi
Justine Pearce

Trama

La storia di Gilles, professore di filosofia, della sua ventitreenne figlia Jeanne, che torna a vivere con lui dopo essersi lasciata con il fidanzato, e della sua nuova fidanzata nonché studentessa Ariane, che ha a sua volta 23 anni e vive con lui…
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