The Predator

The Predator


Shane Black

Azione | Usa
(2018)
Diceva Roger Ebert del primo “Predator” (1987) che inizia come “Rambo” e finisce come “Alien“, in ciò sottintendendo la natura al contempo derivativa – nel suo selezionare i luoghi ricorrenti dei generi guerresco e fanta-horror, così com’erano esposti nei suddetti film – e fantasiosamente ibrida – chi mai avrebbe immaginato che una muscolare scampagnata nella giungla potesse preludere allo scontro tra una compagine di militari in missione e una violentissima creatura aliena? – di una pellicola che, col proprio corollario di psicologie rozze, secche parlantine, improvvise deviazioni e ritmi sostenuti segnò l’immaginario degli anni 80.
Ora Shane Black, che nel capostipite vestì i panni del primo militare maciullato dalla furia del mostro, scivola fuoricampo e, penna in mano e occhio nel mirino, scrive e dirige il quarto capitolo della saga (dimenticando i crossover con l’alieno di Ridley Scott), che, però – in ottemperanza al principio per cui ogni epoca ha la mitologia che si merita – inizia come “Jurassic World” e finisce come un qualsiasi episodio delle ultime guerre stellari.

È sempre buona regola, in un film che vede scagliarsi militari in tenuta d’assalto contro feroci creature dalle mascelle retrattili, ordire intrecci rudimentali, così da favorire il piacere di chi, al cinema, vorrà godere di quell’orrido schiudersi di ganasce, della ritmica pioggia dei proiettili e delle strategie messe in atto da ambo i contendenti per sopravanzare l’avversario. Un primo, pur grossolano, giudizio sul film seguirà, dunque, il semplice raffronto delle trame: nel capostipite un gruppo di soldati paracadutato nella giungla sudamericana apparentemente per una missione di salvataggio, in realtà per sottrarre documenti segreti a un gruppo di guerriglieri, si ritrova a combattere contro una feroce creatura aliena ivi precipitata; in “The Predator” un cecchino si impadronisce del casco di un essere alieno precipitato in territorio messicano e, temendo il discredito dei superiori o, peggio, l’eventualità che lo mettano a tacere, spedisce a casa il prezioso reperto, che, per un disguido postale, viene ricevuto e inconsapevolmente attivato dal figlio dodicenne autistico, suscitando l’attenzione di un altro cacciatore dello spazio, che si precipita sulla Terra per eliminare il proprio simile e recuperare la tecnologia aliena prima che gli umani se ne approprino.
All’universo elementare, ma visivamente sontuoso, di John McTiernan, Shane Black oppone uno sguardo debole e fuori fuoco su un mondo di alieni prevedibilmente evoluti, cultori delle pratiche eugenetiche e non meno scossi da dissidi interni dei terrestri che vorrebbero selezionare.

Dov’è, in tutto ciò, la mano di Black, che avevamo apprezzato nella commistione di nero e grottesco di “Kiss Kiss Bang Bang” e nello scatenato ritmo da screwball del buddy movie “The Nice Guys“? Se ne trova traccia nella resa degli alienati che affiancano il protagonista – al solito, un divertito gruppetto di cialtroni precipitati in un intrigo che non li riguarda e pronti ad arrabattarsi per tirarsene fuori indenni; nel ritmo scanzonato della scena nel motel, punteggiata da volgarità ridanciane; nella capacità di minare la rassicurante moralità del cinema hollywoodiano – riprendendo il protagonista mentre dichiara il piacere che gli procura l’uccisione di un nemico o chiudendo con una battuta padre/figlio la scena in cui cotanto genitore non esita a sopprimere l’avversario con una stilettata in un occhio dinanzi al pargolo.
Come, però, nel terzo capitolo di “Iron Man” si tratta di momenti isolati, che mal si integrano col resto del film, da par suo arreso alle più educate convenzioni dell’etica del blockbuster, con l’aggravante che se nell’episodio marvelliano il contesto supereroistico consentiva – e addirittura incoraggiava – l’incursione ridanciana, qui la deviazione caciarona ha l’effetto di indebolire quel sospettoso terrore che l’avvento di una feroce creatura dalle profondità dello spazio dovrebbe indurre in noi.

Dell’originaria fascinazione del mostro, della sua ributtante anatomia, ora che la consuetudine ha prevalso sul disgusto, non rimane che la memoria. In breve, il gioco era di rinvigorire la nostra sorpresa e possiamo concludere che non sia riuscito. Un filo d’ansia, certo, ci coglie quando il protagonista, fuggendo tra gli spalti di uno stadio, rischia di vedersi trinciato un arto dalla furia di una bestia aliena, ma la regia di Black non regge la tensione e tutta la fantasia degli autori sta nel darci un inseguimento con cani spaziali di taglia smisurata. È, in effetti, come già ci annunciava il paradigmatico “Jurassic World”, una questione di dimensioni: quando l’assuefazione si insinua tra gli spettatori, è sufficiente incrementare le taglie per lenire la noia. Ecco, allora, che il maggior contributo del film alla mitologia degli alieni predatori sta nell’aver immaginato la loro artificiale evoluzione in una nuova razza di crudeli culturisti cosmici dalla muscolatura steroidea.

Chiude il film una trovata che rilancia, in chiave ancor più fracassona, le possibilità della saga, e il cui cattivo gusto rivaleggia con l’ossessione virile che in “Predator” spingeva la creatura a liberarsi dall’elmetto e affrontare a nudi artigli il futuro governatore della California. Senza svelare di cosa si tratti, nasce spontaneo un apparentamento: in un’epoca che ha visto Chris Pratt addomesticare una muta di velociraptor, non ci stupiremmo di scovare un predatore spaziale dal cuore d’oro.

12/10/2018

Cast e credits

Titolo Originale
The Predator
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
107'
Produzione
Dark Castle Entertainment, Davis Entertainment
Sceneggiatura
Shane Black, Fred Dekker
Fotografia
Larry Fong
Scenografie
Martin Whist
Montaggio
Harry B. Miller III
Musiche
Henry Jackman

Trama

Un cecchino in missione si impadronisce del casco di un essere alieno precipitato in territorio messicano e, temendo il discredito dei superiori o, peggio, l'eventualità che lo mettano a tacere, spedisce a casa il prezioso reperto, che, per un disguido postale, viene ricevuto e inconsapevolmente attivato dal figlio dodicenne autistico, suscitando l'attenzione di un altro cacciatore dello spazio, che si precipita sulla Terra per eliminare il proprio simile e recuperare la tecnologia aliena prima che gli umani se ne approprino.
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