La strada dei Samouni

La strada dei Samouni


Stefano Savona

Animazione, Documentario | Francia, Italia
(2018)

Tra il 27 dicembre del 2008 e il 17 gennaio del 2009, la Striscia di Gaza è stata oggetto di una massiva operazione di guerra denominata “Piombo Fuso”, una campagna militare disposta dall’esercito israeliano con lo scopo di mettere in ginocchio l’amministrazione di Hamas e che ha provocato oltre duemila vittime palestinesi, in larga parte civili innocenti. Tra loro, anche ventinove membri della famiglia Samouni, una comunità di contadini scambiati erroneamente da un commando di Israele come guerriglieri nemici. È il documentarista e antropologo palermitano Stefano Savona a raccontarci la loro storia, sulla base delle testimonianze dei superstiti, dal loro ricordo ancora tormentato e vivido. Forte dell’esperienza dei suoi similari, nonché pluripremiati, lavori precedenti (“Piombo fuso” del 2009 e l’ultimo “Tahrir Liberation Square” del 2011), lascia questa volta che il pathos delle immagini visive prenda volutamente il sopravvento sull’argomentazione e la ricostruzione storicistica/politica.

“I Samouni sono lo specchio vivente di una società complessa che merita di essere raccontata” sottolinea infatti Savona tra le note di regia. “Sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio: il mio film non si poteva ridurre al mero rendiconto del massacro, al compianto sulla tragedia o alla denuncia di un’ingiustizia. Le televisioni e i giornali del mondo intero in quei giorni dopo la fine della guerra stavano già offrendo al mondo in ogni più macabro dettaglio il racconto di quella tragedia, mentre i principali partiti politici di Gaza, da Hamas alla Jihad Islamica, provavano in tutti i modi ad appropriarsi di quei lutti per la loro propaganda. Ma una volta che le televisioni sono andate via e i funerali terminati, i Samouni sono restati soli. Iniziava per loro la fatica più ardua: ricomporre le ferite fisiche ed emozionali tra le rovine delle loro case, in un territorio dove i confini sono ermeticamente sigillati”. Un’esigenza autoriale che è alla base del riconoscimento dell’Oleil d’Or che il Festival di Cannes ha conferito a “La strada dei Samouni” per il miglior documentario.

Questa complessità emozionale di cui parla Savona può essere investigata attraverso molteplici fulcri tematici: la famiglia, i bambini, il ricordo. La famiglia viene rappresentata allegoricamente dalla terra con un sapiente uso dei paesaggi e dei dettagli di ambientazione, ieri rigogliosa tra verdi distese di piantagione e alberi da frutto, oggi smembrata dalle macerie, annullata cromaticamente dal grigio cinereo e desertico delle rovine. Il sicomoro, ormai eclissato tra i ricordi del passato, è allora il simbolo di una cesura straziante, di una famiglia distrutta. I bambini, come spesso avviene tra i reportage di guerra, sono le vittime più assurde di questo assurdo massacro. È su di loro che la macchina da presa di Savona si sofferma, rappresentando dichiaratamente il punto su cui ripartire, quella speranza che in quei territori sembra così tanto utopia e che invece prende corpo, magari anche fugacemente, nelle ultime, liberatorie sequenze della pellicola. Tocca a loro l’arduo compito di lavorare la terra da zero, di ripiantare e far rifiorire il verde non solo sui campi coltivati ma anche nella loro anima torturata.

Poi c’è forse il nucleo tematico più importante e anche quello più ricorrente, il ricordo, senza il quale Savona non avrebbe mai potuto sviscerare un argomento così lacerante e intimo. E qua il regista è bravissimo ad ascoltare le parole della piccola Amal, quando lamenta, tra le prime battute del film, di “non essere in grado di raccontare una storia”. Quel ricordo così intimo e doloroso viene quindi affidato all’animazione tenebrosa e soffocante (eppure così meravigliosa al tempo stesso) dell’artista pergolese Simone Massi (“La memoria dei cani” del 2006, “Dell’ammazzare il maiale” del 2011 sono solamente due dei suoi prodigiosi lavori).

È a questo punto che la staticità del reportage e la liquida esigenza dell’animazione raggiungono l’ibridazione. In un osmosi tra cinema del reale e un passato che rivive in foschi ricordi ben dettagliati e certosini ritocchi artificiali (comprese le immagini dei droni dall’alto), a prevalere emotivamente non può che essere quest’ultimo proprio perché Savona e Massi hanno modo di rendere visibile quello che la macchina da presa non può filmare. È un lavoro di introspezione delicatissimo, a tratti di difficile assimilazione a causa di un soggetto sfiancante e una durata piuttosto prolissa, a tratti coraggiosamente sperimentale che permette di vivere il racconto al fianco dei giovani protagonisti. Lo spettatore combatte anch’egli per la resistenza dei Samouni, per la loro libertà. Perché, come precisa lucidamente Savona, “la tragedia di un popolo non potrà mai raggiungere l’eloquenza narrativa che solamente l’imprevedibile varietà, le contraddizioni, le peripezie delle vite individuali possono avere”.

13/10/2018

Cast e credits

Titolo Originale
La strada dei Samouni
Distribuzione
Cineteca di Bologna
Durata
130'
Produzione
Alter Ego Production, Dugong Films, Picofilms, Rai Cinema
Sceneggiatura
Stefano Savona, Léa Mysius, Penelope Bortoluzzi
Fotografia
Stefano Savona
Scenografie
Animazioni di Simone Massi
Montaggio
Luc Forveille

Trama

Da quando la piccola Amal è tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Un sicomoro su cui lei e i suoi fratelli si arrampicavano. Si ricorda di quando portava il caffè a suo padre nel frutteto. Dopo è arrivata la guerra. Amal e i suoi fratelli hanno perso tutto. Sono figli della famiglia Samouni, dei contadini che abitano alla periferia della città di Gaza. È passato un anno da quando hanno sepolto i loro morti. Ora devono ricominciare a guardare al futuro, ricostruendo le loro case, il loro quartiere, la loro memoria (dal pressbook)
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