La vita nascosta – Hidden Life

La vita nascosta – Hidden Life


Terrence Malick

Drammatico | Germania, Usa
(2019)

Un contadino austriaco, la sua famiglia, in un villaggio alpino – Redegund, che doveva in origine essere il titolo del film. L’avvento del nazismo. L’attrito incomprensibile tra un contesto di vita paradisiaco e un’ideologia moralmente abietta, che trova tutti pronti a sottomettervi, non importa se per mera convenienza. La scelta diversa, sorprendente, caparbia, del contadino, di non prestare giuramento a Hitler. Il primo segmento del film inquadra una tematica centrale della poetica di Malick: il contrasto doloroso fra Male e Grazia, (abiezione della) civiltà e Natura. Da un lato, la magnificenza di quelle vette, di quelle cascate, di quelle valli con cui il protagonista e la sua famiglia sono in comunione armoniosa. Dall’altro, l’orrore del nazismo, raccontato anzitutto attraverso il ricorso a pellicole d’epoca.

“La vita nascosta – Hidden Life” è un’opera a tema, centrata su di un argomento ben definito: il martirio. L’imitatio Christi. La vocazione alla santità. E anche l’angoscia di chi, rinunciando alla Grazia terrena, alla felicità che ha avuto in dono (un matrimonio felice, i figli, la magnificenza naturale) abbraccia il martirio in nome della coerenza interiore, dell’impossibilità a venir meno alla propria coscienza. Sarebbe l’aspetto migliore del film, senonché il protagonista non è praticamente mai sfiorato dall’angoscia del dubbio, che dovrebbe derivare dalla solitudine con cui è costretto ad affrontare il suo calvario.

Tutto il film è costruito intorno alla continua, ripetuta sollecitazione dello spettatore a chiedersi da che parte schierarsi: se da quella del senso comune (che tutti, religiosi compresi, chiedono al protagonista) oppure dalla coerenza inflessibile con la coscienza, che è di scandalo al buonsenso. La levatura morale dell’opera è fuori discussione: una sola persona che sceglie il sacrificio in luogo della gioia terrena appare un folle al senso comune, come Abramo che uccide il figlio. Fa scandalo perché non può essere compreso se non dall’estremo amore con cui è la moglie ad accettare, sia pur devastata, il suo sacrificio. È chiaro che Malick avverte molto l’importanza di proporre oggi un tema così inattuale da apparire più anacronistico che provocatorio, in un XXI secolo più “secolarizzato” del XX. Eppure dobbiamo chiederci: cosa succederebbe se fossero in molti, e non un singolo, a scegliere l’obiezione di coscienza anche a costo del sacrificio della vita? Potrebbero smuoversi le montagne? I regimi crollare? Forse sì. In ogni caso, il messaggio di Malick va inteso in senso filosofico, morale e religioso, prima che civile. “A Hidden Life” è opera pienamente religiosa, intessuta di quel credo che in Malick è divenuto esplicito dal finale di “The Tree of Life“. A scanso di equivoci, non è questo che pregiudica il nostro giudizio. Sono piuttosto le scelte estetiche, lasciate in subordine, ad esempio l’utilizzo della musica sacra che rischia di sembrare più scelta rafforzativa agiografica anziché esteticamente avveduta.

Il tema del martirio era centrale anche in “La sottile linea rossa“: lì il protagonista, pur avendo coscienza della Grazia, accoglieva il sacrificio della vita con serenità, in quanto unico soldato ad avere mantenuto nell’inferno della guerra coscienza dell’armonia del Tutto. In “A Hidden Life” il martirio diventa in poco tempo un’unica nota di basso continuo, che prende per mano la narrazione e ci accompagna alla conclusione senza cambi di registro. La durata (due ore e cinquanta) appare sproporzionata; l’impressione è che Malick avrebbe potuto, asciugando, essere anche più efficace. Al contrario, sembra indulgere troppo nel coniugare una narrazione più lineare e convenzionale rispetto ai suoi ultimi film, al mantenimento dello stile inaugurato con “The Tree of Life”, dominato dall’uso inconfondibile di una camera a mano fluida e volatile. Uno stile, però, qui gestito con meno ispirazione anche rispetto agli ultimi film, e che sembra procedere privo di guizzi, con il pilota automatico. Per giunta, la maniera tipica dell’ultimo Malick si coniuga meglio ai momenti (prevalenti all’inizio) che descrivono Grazia e armonia, ma non si sposa altrettanto felicemente ai momenti più gravi e angosciosi su cui il film si concentra via via maggiormente.

Sull’adozione della lingua inglese chiudiamo un occhio, ma non possiamo evitare di registrare con fastidio che Bruno Ganz sia l’unico membro della corte di giustizia nazista a esprimersi in inglese (non è stato ritenuto possibile risolvere diversamente, dal momento che l’attore da poco scomparso ha un colloquio privato con il protagonista il quale – pur essendo austriaco – parla inglese, come tutti nel film. Beninteso, gli altri membri della Corte parlano tedesco). Rimane l’impressione che la scelta del registro linguistico sia la riprova di quanto le istanze creative siano state subordinate alla pregnanza del messaggio che s’intendeva proporre. Apprezzare o meno il film resta questione squisitamente soggettiva: dipende da quanto siamo disposti a concedere alle scelte di fondo di Malick, che sembra aver scientemente deciso di subordinare l’estetica all’etica, dominato dal fervore con cui aveva a cuore questo progetto.

18/05/2019

Cast e credits

Titolo Originale
A Hidden Life
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
173'
Produzione
Studio Babelsberg
Sceneggiatura
Terrence Malick
Fotografia
Jörg Widmer
Scenografie
Sebastian T. Krawinkel
Montaggio
Rehman Nizar Ali, Sebastian Jones
Musiche
James Newton Howard
Costumi
Lisy Christl

Trama

Franz Jägerstätter, un contadino austriaco, nel 1938 all'arrivo dei nazisti è l'unico del suo paese a votare contro l'Anschluss, l'annessione alla Germania. Scoppiata la seconda guerra mondiale, si rifiuta di arruolarsi nell'esercito, e deve scegliere fra amore e martirio
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