It Felt Like Love

It Felt Like Love


Eliza Hittman

Drammatico | Usa
(2013)

È un diretto ma debole sguardo in macchina, collocato nella prima sequenza, a costituire il biglietto d’ingresso di “It Felt Like Love” e il suo chiaro “manifesto”. Invito di chi guarda, la protagonista, ad entrare nel suo mondo e a seguire la sua storia. Dichiarazione d’intenti di chi sta dall’altra parte a filmarla posizionandosi alla sua altezza. Al suo esordio, Eliza Hittman si colloca dalle parti dell’indie U.S.: scrive, dirige e produce una storia “piccola” e breve, a basso budget, con giovani attori esordienti. Come analizza Hamilton Santià (nel volume “America Oggi”), questo filone è divenuto, a partire dagli anni Duemila, una vera e propria “categoria produttiva” uno “stile collettivo”, attraverso un sistema simbolico ricorrente e una sensibilità comune. Etichette da cui la regista da subito rende palese il desiderio di sfuggire, attraverso un approccio personale e idiosincratico verso quegli stilemi e cliché riconoscibili che a partire dai film di successo vengono ormai replicati e serializzati. Ciò che racconta non è in particolare qualcosa di programmaticamente originale o fuori dai canali mainstream: al centro delle vicende la quattordicenne Lila, che vorrebbe emulare la sua miglior amica, Chiara, già fidanzata e più esperta in vita sessuale. Volgendo le proprie attenzioni su Sammy, ragazzo più grande che “va a letto con chiunque”, Sammy, cerca di inserirsi nel suo mondo, mettendosi in una situazione pericolosamente vulnerabile.

Il volto e gli sguardi della giovane protagonista (l’intensa Gina Piersanti) indirizzano tutta la narrazione di “It felt like love”: scruta dalla spiaggia i corpi della sua migliore amica e del suo ragazzo che si baciano in mare. Di nascosto il suo fratello minore in intimità con una compagna: persino lui sembra più esperto di lei nelle faccende di sesso. Poi in una sala da gioco, i particolari dei corpi atletici di alcuni ragazzi, soffermandosi su quello di cui sembra essere attratta: i pettorali scolpiti, le muscolose braccia, le mani che colpiscono con forza le racchette da ping-pong. La dinamica dell’attrazione “boy meets girl” è riversata di segno: è la femmina a cercare e a guardare il maschio, fulcro di inquadrature oggettive e esplicite frammentazioni. Ma la potenziale dimensione voyeuristica non è replicata, quanto messa in scacco. La sua posizione non è di controllo o di predominazione, ma ambigua e fragile: occhi rivolti verso il basso, viso pallido quasi ectoplasmatico. La regista si sofferma sui suoi primi piani, registrandone la confusione esistenziale, l’inadeguatezza e la precarietà con cui attraversa gli spazi e si rivolge agli altri. L’enfasi naturalistica evidenzia il suo respiro, i suoni naturali e ambientali che la circondano, senza mai ricorrere ad un accompagnamento musicale extra-diegetico; l’illuminazione poco chiara che domina soprattutto gli interni rende una forte claustrofobia. Tutto converge nel trasmettere la pressione, l’asfissia provata da Lila, che non sembra trovare alcuna via d’uscita. Perfino il rapporto con l’amica Chiara non sembra essere un accogliente rifugio per Lila, ma sempre qualcosa di precario e instabile. Se accusa sempre fatica nel comunicare con le parole, sembra trovare libera espressione di sé solo nei momenti di danza con altre ragazze, in cui far esprimere il proprio corpo e lasciare momentaneamente le proprie insicurezze.

Nei suoi confronti, Hittman si approccia con un’intimità sconcertante che non scade mai nel feticismo, una partecipazione e una prossimità che non implica alcun giudizio dall’alto della sua personalità e dei suoi atti. Non indietreggia di fronte alle immagini che mettono in mostra la sua accondiscendenza verso le richieste sconce che le rivolgono i ragazzi. La seguiamo mentre viene introdotta nel loro microcosmo, volontariamente accetta di soddisfarne gli appetiti, ma senza diventarne mai succube. È lo spettatore ad essere così messo in una posizione poco confortante, costretto a decidere lui stesso come porsi nei suoi confronti, turbato da questa figura che rimane fino alla fine inafferrabile, sfuggente, poco trasparente. “Sembrava amore” quello che provava per Sammy, o forse era solo desiderio di sentirsi all’altezza di Chiara e di tutte le aspettative che gravano sulle ragazze della loro età.

Come nel successivo “Never Rarely Sometimes Always” (premiato all’ultimo Festival di Berlino), l’incipit in medias res che ci butta nel mondo della protagonista senza mediazioni né backgroud e il finale aperto sottolineano l’intenzione di non volerne delinearne il romanzo di formazione o un preciso profilo psicologico-caratteriale. Quanto raccontarne un breve scorcio della sua adolescenza dominato dall’ellissi narrativa, da lunghe sequenze che non sembrano portare a niente, dal non detto nelle conversazioni. Attraverso il rinnovato sguardo in macchina con cui si chiude il racconto, che ne richiama la prima scena e ne evidenzia la mancata evoluzione, Lila si rivolge nuovamente allo spettatore stesso, questa volta con un atteggiamento di sfida, nel chiedergli di accantonare ogni facile sentenza.

03/08/2020

Cast e credits

Titolo Originale
It Felt Like Love
Distribuzione
Variance Films
Durata
82'
Produzione
Eliza Hittman, Laura Wagner, Shrihari Sathe
Sceneggiatura
Eliza Hittman
Fotografia
Sean Porter
Montaggio
Scott Cummings, Carlos Marques-Marcet

Trama

La quattordicenne Lila è una ragazza introversa, che vorrebbe emulare la sua miglior amica, Chiara, già fidanzata e più esperta in vita sessuale. Volgendo le proprie attenzioni su Sammy, ragazzo più grande che "va a letto con chiunque", cerca di inserirsi nel suo mondo, mettendosi in una situazione pericolosamente vulnerabile
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi