Gunda

Gunda


Viktor Kossakovsky

Documentario | Norvegia, Usa
(2020)

Provateci voi a dirigere un maiale. A ben pensarci, nella pur sconfinata letteratura cinefila manca ancora una storia del cinema animale – da intendersi non come declinazione del documentario naturalistico, ma allegoria esopica di trionfi e miserie umane. La drammatica penuria di titoli spendibili (il Franju di “Le Sang Des Bêtes”, il Cousteau/Malle de “Il Mondo del silenzio”, il Wiseman di “Zoo”, gli occasionali scampoli zoofili di Herzog e Piavoli, oltre all’asso pigliatutto “Microcosmos”) certo non aiuta a delimitare quella che, mutuando da Jean Rouch, potremmo proclamare zoofiction.

Nel contribuire alla desolata causa, Kossakovsky si spinge ben oltre i suoi possibili modelli. Presentato l’anno scorso a Berlino e poi al TFF, “Gunda” inscena la parabola dell’omonima scrofa (come anche di due mucche e un eroico pollo monozampa), ma l’effetto cartone animato da sovrapposizione titolo-protagonista si esaurisce qui: anziché antropomorfizzare le laconiche vicende, l’autore si concentra sulla loro meccanica insensatezza, sondando eventuali cause altre/alte con occhio da consumata fly on the wall. Di più: l’elemento umano è pressoché abolito, seppur tangibile non tanto nei manufatti sparsi (che un po’ erodono l’ascetismo della non-messa in scena), quanto nei sentimenti universali che sembrano ispirare i poco loquaci personaggi (affetto filiale, ricerca della libertà, paura della morte). Un misto di tenerezza, pietà e tragedia che Malick aveva azzardato nell’enigmatico prologo di “The Tree Of Life”, ma che qui torna spoglio di retorica o poeticismi di sorta, nel segno del Bresson più impressionista.

Per giocare la sua scommessa, il regista (anche direttore della fotografia e montatore) chiama a raccolta l’alfa e l’omega del cinema russo che conta, dall’Ejzenštejn “rurale” de “La linea generale” al primo Tarkovskij, passando per l’inevitabile Dovženko. Sguazzando in un bianco e nero à la Tarr, sporco ma non opprimente, tesse la sua tela di musi, arti e peli che pian piano si tramutano in pure texture pittoriche, astratti moduli di carne e fango che erigono un totem alla nuda vita. La visione assume presto caratteri ipnotici propri dell’arte informale: con lo scorrere dei fotogrammi ci si concentra su dettagli via via più irrilevanti, si butta un occhio alle espressioni dei vicini di poltrona, ci si scruta dentro per cercare risposte che il film non può dare. Vissuta in sala, l’esperienza è realmente emozionante. Quanto all’anomala protagonista, sa ossessionare quanto le colleghe di “Vase De Noces” o “Benny’s Video“.

Appena la presenza antropica si palesa in tutta la sua invadenza, non può che manifestarsi con tratti minacciosi: il chiassoso trattore irrompe come un Mutoid pilotato dall’autista di “Duel“, mostruosa macchina da guerra che riavvolge il tempo e ricaccia Gunda nell’amniotica stalla da cui era apparsa. La trappola di uno stantio apologo animalista è dietro l’angolo, ma Kossakovsky la sventa annegando la sua fattoria Olmi-ana in uno stagno di mistero che spazza via qualsiasi slogan – comunque sufficiente a garantirsi uno strategico Joaquin Phoenix come produttore esecutivo. Manco a dirlo, non una nota musicale o un commento over in 93 minuti che sanno abbondantemente bastare a loro stessi, immersi in un sonoro così avvolgente da non volerne uscire più. In compenso, tanto rigore non preclude qualche spiazzante tocco di effettistica (la cavalcata bovina al rallenti, degna di un western d’annata).

Viene da chiedersi se l’autore abbia avuto modo di confrontarsi con l’immaginifico “Dell’ammazzare il maiale”, di cui rivolta come un calzino presupposti ed esiti: se il capolavoro di Simone Massi prende spunto dal più contadino dei rituali per veleggiare in un turbine di libere associazioni da manuale surrealista, Kossakovsky esaspera i tempi morti dell’immediatamente visibile per cavarne fuori qualcosa di ancor più profondo.

Insieme Genesi e Apocalisse (rigorosamente laiche), “Gunda” è un apologo panteista che sarebbe piaciuto a Tolstoj, oltre che la pagina decisiva di un libro cinematografico ancora tutto da scrivere.

28/05/2021

Cast e credits

Distribuzione
Neon
Durata
93'
Produzione
Artemis Rising Found, Fritt Ord, Louverture Films, Norwegian Film Institute, Sant & Usant, Storyline
Sceneggiatura
Viktor Kossakovsky, Ainara Vera
Fotografia
Viktor Kossakovsky, Egil Håskjold Larsen
Montaggio
Viktor Kossakovsky, Ainara Vera

Trama

La silenziosa parabola di una scrofa, due mucche e un pollo con una zampa sola.
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia