La figlia oscura

La figlia oscura


Maggie Gyllenhaal

Drammatico | Israele, Usa
(2021)

Per la sua prima volta dietro la macchina da presa, Maggie Gyllenhaal si è cimentata con il compito insidioso di adattare la materia letteraria al grande schermo. La trama de “La figlia oscura” segue pedissequa quella del romanzo omonimo di Elena Ferrante: Leda Caruso (Olivia Colman; Jessie Buckley nei flashback) è una professoressa di letteratura comparata in vacanza in Grecia. Durante il soggiorno, l’incontro con Nina (Dakota Johnson) e sua figlia Elena (Athena Martin) le ricorda l’infanzia travagliata delle sue due figlie, Bianca e Martha. È un esordio alla regia controllato, a tratti insondabile, di sicuro ambizioso.

Scoordinazione

Il film, come il romanzo, vive di inneschi narrativi illusori. È Leda a disattivarli: quando ritrova Elena, quando restituisce la bambola che ha rubato alla bambina a Nina, quando pare le stia per accadere qualcosa di brutto ma così non avviene. Lo schema di Gyllenhaal è lo stesso di Ferrante: la narrazione è costellata da sommari, in cui il tempo del racconto è più breve del tempo della storia. Ma la regista sfrutta il sistema diacronico del romanzo per reinterpretare e in parte destrutturare (al di là delle esigenze strettamente cinematografiche) l’impianto narratologico del romanzo stesso. L’operazione di Gyllenhaal è di assoluto valore: nella pellicola, i temi del romanzo non soffrono del didascalismo della scrittrice, ma emergono tranchant. La regia non esaspera la propria (intrinseca) funzione deittica, resta spesso a distanza, non stringe quasi mai l’inquadratura. La focalizzazione zero del narratore del romanzo è sostituita dall’occhio tutt’altro che onnisciente della camera. In “La figlia oscura” abbiamo la sensazione di essere noi stessi i narratori (in sincronia), anche a causa della subordinazione pressoché totale tra camera, soggetto/oggetto e azione.

La colonna sonora fa da contro altare alla regia insondabile di Gyllenhaal. L’utilizzo allodiegetico delle musiche di Dickon Hinchliffe è asfissiante, onnipresente; verifica ciò che Leda disinnesca e amplifica il suo comportamento spaesato, nevrotico. Anche il montaggio di Affonso Gonçalves invera, per così dire, la regia, e fa da cassa di risonanza al contrasto tra diacronia e sincronia della storia. L’accelerazione della narrazione è sincopata, il battito filmico è irregolare, solo la circolarità dell’intreccio sembra dare una regola. Arriviamo dove siamo partiti, il montaggio è alternato; le analessi del film, a differenza del libro, hanno una funzione diegetica parallela, non anzitutto analitica.

La scelta di Gyllenhaal di scoordinare (in parte) la regia dal resto non è la causa di un film disunito, ma corrisponde a Leda: Olivia Colman è una donna che vorrebbe fare a pezzi se stessa, ma si perdona, ma non è convinta; la sua frustrazione esplode per cose da poco (la scena dei ragazzi che ridono ad alta voce al cinema), al contrario, la soffoca quando si tratta del ricordo delle figlie.

Telemaco

La sceneggiatura del film non è minimalista, lo sono i dialoghi, asettici, schizofrenici, parossistici – ciò che richiedeva la costruzione di un personaggio contradditorio come Leda. Nella sceneggiatura di Gyllenhaal c’è molto dell’esercizio metalinguistico di “Lontano da qui”, in cui interpretava una maestra elementare che scopriva lo straordinario talento poetico di un bambino.Non è un caso che Gyllenhaal abbia scelto una storia in cui la protagonista ha un “nome parlante”, poetico, che possiede un’allusione animale precisa, il cigno, forse l’unico essere vivente che, come l’uomo, sa vivere solo. Il sonetto di Yeats – Leda and the Swan – è la punta dell’iceberg di una simbologia ricchissima: la buccia della frutta tagliata a serpente, la bambola, la luce verde del faro, la pigna che le cade sulla schiena, la cicala, “l’ombelico bottone della pancia”. Il linguaggio metaforico de “La figlia oscura” risponde all’esigenza pasoliniana “totalmente verbale[1]” della lingua cinematografica. Per meglio dire, nella pellicola l’impostazione di Gyllenhaal è re-azionaria ed espropriativa; l’appartenenza è un sentimento procedurale, non consequenziale: il possesso non è tale se non in due (almeno), giusto?, direbbe Leda. Pensiamo alla domanda che fa a Will (Paul Mescal), il bagnino, a cena in uno dei pochi effluvi dialogici: “Ho pensato di rifarmi il seno, ma perché, alla fine non è davvero mio, vero?”. Il simbolo, quindi, determina un luogo dell’’appartenenza e non del possesso, ossia un punto in cui riconoscersi ma essere liberi, come facevano Leda e le sue figlie attorno all’arancia, alla mela. Insomma, una re-azione a un legame, quello da figlio a genitore, fondato su un atto di fiducia ex abrupto, disinteressato: “come per Telemaco, è il genitore a dirci che siamo nati[2]”. L’idea di Gyllenhaal è ambiziosa: piegare l’interpretazione all’azione. Ci riesce a metà: se da un lato restituisce una narrazione sospesa, re-azionaria, dall’altro, a volte, è vittima del suo stesso personaggio, il controllo del limite vacilla, l’insondabile diventa insipido, approssimazione, e il possesso fagocita l’appartenenza.

Come una bambola

Leda è una madre vista poche volte al cinema, forse in “Mommy”, quando Diane (Anne Dorval) si avvale dell’articolo S-14. L’assiologia del personaggio è contradditoria (nel romanzo meno), cupa, come la fotografia iniziale: Olivia Colman sembra la protagonista di un racconto di Cechov – la pistola è pronta a sparare (a se stessa). L’ossessione con cui culla la bambola, la pulisce, le ficca il dito in bocca, la chiude nella credenza, l’abbraccia mentre dorme, è infantile, “cattiva” (?), come le dice Lyle (Ed harris). Leda è impenetrabile; dalle sue piccole crisi tracciamo una mappa sommaria del suo stato d’animo. La ragione, forse, è che sbagliamo, Leda non è una madre. In “La figlia oscura” la maternità è una conseguenza fastidiosa, una responsabilità opprimente, “schiacciante”. L’interpretazione di Leda gioca sul registro infantile – antitetico alla (ipotetica) maturità materna –, la prossemica di Colman è schiva, la gestualità e le pose sono bambinesche, come le paure: dopo aver visto una cicala sul cuscino del letto, Leda si nasconde sotto le coperte. La mimica schizofrenica, renitente di Leda non è poi così distante da quella della Regina Anna de “La favorita”.

La critica femminista del romanzo – senza dubbio, il tema più caro alla narrativa di Ferrante – è al centro della pellicola di Gyllenhaal. Ma la percezione che “La figlia oscura” racconti (solo) di una donna vittima della maternità è incompleta, com’è altrettanto parziale l’idea che Leda propugni una resistenza comportamentale. La dimensione (e denuncia) sociologica de “La figlia oscura” è una concausa della caratura esistenziale della storia. Se la Leda di Jessie Buckley  è la Mira del recente “Scene da un matrimonio” – – esuberante, emotiva, autonoma, esplosiva, egoista, soffocata dalla subordinazione a un ruolo, a un marito, a un figlio –, la Leda di Olivia Colman è Anne Karenina: dalla banchina, dalla spiaggia, viene a patti col proprio dolore, in bilinco, vittima di una rompicapo: perché non ho scelto come tutte? Il pianto finale non è liberatorio, ma consolatorio, tristissimo. Come ogni personaggio tolstojano, Leda è solo nel passato.

[1] Cfr. P. Pasolini, Empirismo Eretico, Garzanti (2000), pp- 197-207.

[2] D. Mendelsohn, Un’odissea, Einaudi (2017), p.35.

11/04/2022

Cast e credits

Titolo Originale
The Lost Daughter
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
121'
Produzione
In the current
Sceneggiatura
Maggie Gyllenhaal
Fotografia
Hélène Louvart
Montaggio
Affonso Gonçalves
Musiche
Dickon Hinchliffe

Trama

Leda Caruso è una professoressa di letteratura comparata in vacanza in Grecia. Durante il soggiorno, l’incontro con Nina e sua figlia Elena le ricorda l’infanzia travagliata con le sue due figlie, Bianca e Martha.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi