Saint Omer

Saint Omer


Alice Diop

Drammatico | Francia
(2022)

saint omer recensione

 

Una donna di ventisei anni uccide la figlia di quindici mesi.

A fronte di questo gesto incomprensibile Rama (Kayije Kagame), scrittrice e professoressa di lettere, accantona le lezioni su Hiroshima mon amour di Marguerite Duras e parte per Saint Omer, dove si tiene il processo a Laurence Coly (Guslagie Malanga), la novella Medea. Nel dibattimento emerge il progressivo distacco di Laurence dalla famiglia d’origine, in Senegal, il sogno di cercare fortuna in Francia, la relazione tossica con un uomo molto più anziano, il fallimento accademico, l’indigenza, la gravidanza indesiderata, ma non chiarisce nulla del gesto oscuro, mitologico, che compie abbandonando la figlia sulla battigia in una notte di luna durante la bassa marea.

Alice Diop, affermata documentarista al suo primo feature film, ricostruisce il processo con rigore forense attraverso una messa in quadro statica e lunghi, immobili piani sequenza che immergono lo spettatore nel presente apolide e anodino del tempo quotidiano. I personaggi vi compaiono come figure segnaletiche, in piani medi tagliati alla cintola. La mezza figura, così inconsueta rispetto al piano americano o al mezzobusto, decentra i personaggi nelle scenografie, denunciando l’impossibilità di ricondurli a una centralità di ordine visuale, e dunque psicologico e morale.

Il desiderio e la simultanea impossibilità di comprendere misurano la cifra che separa Rama e Laurence, una distanza che deflagra in potenti dialettiche di campo/controcampo dove i volti assumono un’espressività dreyeriana, mistica. Il montaggio di Amrita David lavora per brusche giustapposizioni che in una successione graduale ma inesorabile avvicinano i profili di Rama e Laurence. Orrore ed empatia si sovrappongono, fondendosi al cuore dell’immagine. E in questo cuore di tenebra si legge l’eterno conflitto tra cronaca e mito, tra civiltà e barbarie, tra giurisprudenza e magia, laddove la razionalità occidentale (che parla attraverso il pubblico ministero) si sforza di definire e di comprendere il pensiero magico espresso dalla madre di Laurence, che dice: “il vuoto che ha dentro, le è stato trasmesso.”

L’ipotesi non sembra così lontana dalla realtà, dato che (arringa la difesa) durante la gravidanza madre e feto si scambiano una parte di cellule che diventano ibride, note come “cellule chimeriche”. La chimera è un mostro assemblato da varie parti, e in un certo senso “lo siamo anche noi donne, noi madri: siamo mostri, ma terribilmente umani”. Come “Alien”, anche “Saint Omer” adotta la prospettiva di una donna per esprimere l’angosciosa ambivalenza che circonda la maternità, il mistero che genera la vita dal nulla, che sfida il vuoto del tempo riempiendolo con le generazioni.

Insomma, Diop si allontana dal dramma legale per ispirare una riflessione, in un solco dichiaratamente pasoliniano, sul rapporto tra progresso e mistica, tra lato umano e ferino, laddove “per una cultura post-olocausto in particolare, la domanda se sia possibile distinguere civiltà e barbarie sembra particolarmente urgente” (M. Kilgour in K. Guest, Eating Their Words. Cannibalism and the Boundaries of Cultural Identity, SUNY 2001). Rama, dunque la scrittura (che avvenga tramite lettere o tramite immagini), si pone come ideale terzo termine capace, se non di spiegare, almeno di mediare tra le parti. Come una bussola in un deserto di valori e di senso, lo sguardo di Rama segnala il disorientamento di chi incarna l’alterità, colorando il film con l’ennesimo filtro, quello di una critica post-coloniale (ma in che modo uno stato che tuttora emette in quattordici paesi africani un franco controllato dall’erario può dirsi pienamente post-coloniale?).

Il concetto di colore giunge a proposito, perché a palesare lo spaesamento e l’alienazione concorre un vocabolario cromatico. Le vesti africane colorate di giallo e indaco si stagliano con la forza di un evento contro le tiepide gradazioni marroni e grigie degli interni. Il difficile conflitto tra alterità e integrazione culmina nella scena in cui Rama (in jeans e sneakers) siede accanto alla madre (in abiti tradizionali) che piange davanti a uno specchio. Come in “Zombie Child” di Bonello, come nel sorprendente “Pacifiction” di Serra, il passato coloniale della Francia torna a bussare alle porte della modernità come un ospite inquietante.

E il cinema transalpino, abitualmente Paris-centrico, realizza in “Saint Omer” una periferizzazione dell’immagine, muovendosi lungo una frontiera ondosa in cui convergono dettagli autobiografici e mitologemi universali. Tutto è sfumato, stratificato, anche il razzismo sottaciuto di professori universitari che ritengono gli studenti africani incapaci di capire Wittgenstein perché troppo lontano dalla cultura di origine. Alice Diop invece Wittgenstein dimostra di averlo capito alla grande: “Tutto ciò che si può dire, si può dire chiaramente”, eppure “ciò che non si può esprimere tuttavia esiste. Esso si mostra: è il Mistico”. E il Mistico in “Saint Omer” si mostra benissimo.

18/12/2022

Cast e credits

Titolo Originale
Saint Omer
Distribuzione
Medusa Film, Minerva Pictures
Durata
122'
Produzione
Minerva Pictures, Srab Film
Sceneggiatura
Alice Diop, Amrita David, Marie NDiaye
Fotografia
Claire Mathon
Scenografie
Anna Le Mouël
Montaggio
Amrita David
Musiche
Thibault Deboaisne
Costumi
Annie Melza Triburce

Trama

Una donna uccide la propria figlia di quindici mesi. Una scrittrice assiste al processo
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia