Grand Tour

Grand Tour


Miguel Gomes

Drammatico, Sentimentale, Storico | Portogallo
(2024)
7.5

“Grand Tour” s’inserisce come un tassello fisiologico nella ricerca antropologica che caratterizza la filmografia di Gomes, ampliando a dismisura i suoi orizzonti narrativi. La scelta è chiara fin dal principio: sfruttare la potenza delle immagini per connettere e fondere due realtà distanti più di cento anni, riducendo la coerenza cronologica a una superflua misura che costringe il flusso della natura umana in confini artificiosi. Un discorso portato avanti con sperimentazione e tipica voglia di innovare, creando un melting pot di generi cinematografici decisamente inusuale. Il punto di partenza è l’occhio documentaristico applicato a una storia di finzione, già visto in “Tabu” e questa volta diretto sull’Asia, trasportandoci nelle fondamenta culturali di vari Paesi (dalla Birmania alla Cina, passando per Vietnam, Thailandia, Singapore, Filippine e Giappone) con un collage visivo che restituisce la sensazione di un mondo movie massimamente edulcorato. A ciò si aggiungono sprazzi eloquenti di dramma storico e commedia a tratti surreale, costellati da tracce profondamente metacinematografiche.

Il punto di vista è duplice, frammentato nei due atti in cui si divide la trama: inizialmente seguiamo Edward, funzionario britannico a Rangoon, che decide di fuggire a causa dell’imminente arrivo della fidanzata Molly. Quest’ultima diviene la protagonista della seconda parte, imperterrita nel voler sposare l’uomo e quindi pronta a inseguirlo per un intero continente. La vicenda, ambientata nel 1917, disegna così due caratteri inconciliabili, quello di chi fugge dalle insicurezze e quello di chi rincorre forsennatamente i propri obiettivi, a loro volta destinati a non intrecciarsi e a disperdersi nella densità universale dell’ambiente che li ingloba. Tuttavia, è proprio nel modo di approcciarsi ai personaggi che “Grand Tour” mostra i suoi lati più deboli. L’intero racconto è condotto fin troppo semplicemente da voci narranti ridondanti e didascaliche, che rimangono fuori campo a osservare insieme allo spettatore l’eccessiva bidimensionalità che caratterizza i protagonisti, con cui diviene molto difficile empatizzare. L’esplorazione dell’animo umano condotta da Gomes rimane così in superficie, preferendo consapevolmente non addentrarsi nelle più intime profondità e trasformandosi in un escamotage che permetta al regista di sfogarsi artisticamente in un virtuoso esercizio di stile.

D’altro canto, è indiscutibile l’eccellenza tecnica che permea ogni reparto del film.

La regia compone con essenziale fluidità dei dipinti dallo splendore biforcato in due anime contrastanti e complementari: la ricostruzione in studio delle scene di finzione ricalca il sapore più esotico del cinema classico hollywoodiano, la cui controllata formalità lascia spazio a una maggior libertà, scevra da qualunque regime teorico, nelle sequenze di repertorio raccolte in territorio asiatico. Ricostruzione scenica e found footage si intersecano così attraverso un ritmo metronomico, grazie al montaggio che detta senza forzature il dialogo ideologico tra mondi solo apparentemente distanti, all’interno di un nucleo di alienazione febbrile sospinto dall’ipnotico tappeto di musiche e sfasamenti sonori.

Ancora più impattante è la liricità della fotografia (gestita addirittura a sei mani da Gui Liang, Sayombhu Mukdeeprom e Rui Poças): il bianco e nero prevalente è tra i più raffinati ed eleganti del cinema contemporaneo, un malinconico amalgamarsi di luci e ombre impresse sulla patina seducente della pellicola 16 mm, che sostiene la sospensione dimensionale della narrazione attraverso la sua ruvida pastosità. Tutto questo confeziona un vortice espressionista che risucchia lo spettatore, al quale non resta altro che lasciarsi trasportare dalla pura essenza cinematografica, all’interno di un’esperienza che ricorda più che mai la poetica visiva di Apichatpong Weerasathakul, seppur svuotata del suo radicale misticismo.

“Grand Tour” è dunque un film complesso e ambivalente, la cui identità ne rispecchia i saltuari intermezzi a colori: una grande ruota panoramica con una vista affascinante sull’intangibilità dello spirito orientale, ma che avvicinandosi ai suoi protagonisti si tramuta in un teatro burattinesco, a volte un po’ fine a sé stesso. Bisogna però riconoscere che il regista lusitano dimostra umilmente di non voler fare altro che abbandonarsi al godimento del mezzo artistico, regalando al pubblico un risultato forse non completo quanto i suoi lavori precedenti, ma comunque un divertissement cinematografico che stimola i sensi e sazia l’appetito cinefilo. Il prezioso invito di Miguel Gomes, elegiaco saltimbanco del cinema europeo, a perdersi totalmente nella fiera itinerante del suo sguardo appassionato.

21/12/2024

Cast e credits

Titolo Originale
Grand Tour
Distribuzione
Lucky Red
Durata
128'
Produzione
Cinéma Defacto, Shellac Sud, Uma Pedra No Sapato, Vivo film
Sceneggiatura
Miguel Gomes, Mariana Ricardo, Telmo Churro, Maureen Fazendeiro
Fotografia
Sayombhu Mukdeeprom, Guo Liang, Rui Poças
Scenografie
Marcos Pedroso, Thales Junqueira
Montaggio
Telmo Churro, Pedro Filipe Marques
Costumi
Silvia Grabowski

Trama

Birmania, 1917. Edward, ufficiale dell'Impero britannico di stanza a Rangoon, decide di fuggire dalla fidanzata Molly nel giorno del suo arrivo per il loro matrimonio. Inizia così il viaggio di Edward attraverso l'Estremo Oriente, che ben presto si trasformerà in un profondo percorso di contemplazione esistenziale. Nel frattempo, Molly rimane imperterrita nel voler sposare l'uomo e si mette sulle sue tracce, in quello che diviene un vero e proprio grand tour asiatico.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi