Father Mother Sister Brother

Father Mother Sister Brother


Jim Jarmusch

Commedia | Francia, Giappone, Irlanda, Italia, Usa
(2025)

Coffee without cigarettes 

Jim Jarmusch presenta in concorso all’82sima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia “Father Mother Sister Brother”, un ritorno alla commedia umana dopo l’incursione nello zombie movie di “I morti non muoiono“. E, come nel caso della precedente variante sui generis, è piuttosto alto il rischio di non affrontare seriamente l’opera, scavando sotto la superficie del quattordicesimo lungometraggio del maestro di Akron. Il regista combina due tradizioni, la commedia indie americana sulle famiglie disfunzionali e una certa tendenza del cinema d’autore che va dalla Francia di Eric Rohmer e Alain Resnais e arriva in Estremo Oriente con le peculiari rimodulazioni di Hong Sang-soo (e dell’Hamaguchi di “Il gioco del destino e della fantasia“): un cinema romanzesco che gioca con le parole, esercita lo stile e con questo divarica le storie componendo infinite variazioni sulla medesima trama. L’operazione è calata all’interno di un film a episodi – tre, “Father”, “Mother”, “Sister Brother” – che richiamano inevitabilmente la struttura di “Taxisti di notte” e “Cofee and Cigarettes”. Il linguaggio cinematografico è quello minimalista che in “Paterson” ha probabilmente raggiunto l’apice nella sua fusione di teoria e prassi nella compressione/dilatazione di spazio e tempo, sfruttando il ritmo dialogico e le rime cromatiche quali punteggiatura di un discorso iterativo attraversato – in quel caso – dal protagonista. In “Father Mother Sister Brother” ci sono invece tre gruppi di personaggi distinti, tre geografie tra loro molto distanti (un paesino del New Jersey, Dublino, Parigi), tre storie che si avvicendano e tra loro si completano.

Si può brindare con l’acqua?

Jeff (Adam Driver) e Emily (Mayim Bialik) vanno a trovare il padre rimasto vedovo (Tom Waits), la cui casa è isolata nei boschi: l’uomo abita nei paraggi e vede spesso il genitore, mentre la sorella trasferitasi in un altro stato manca da qualche anno. Una madre (Charlotte Rampling) attende le figlie Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps): abitano tutte a Dublino, ma si vedono solo una volta l’anno per il rito del tè. Skye atterra a Parigi dove la attende il fratello gemello Billy: devono visitare per l’ultima volta l’appartamento in cui sono cresciuti e decidere cosa fare di tutte le cose dei genitori, morti improvvisamente a causa di un incidente aereo. In breve, queste le trame dei tre episodi che seguono un interessante climax drammaturgico: “Father” e “Mother” si muovono dalle parti della cringe comedy, l’umorismo delle situazioni si fonda sull’imbarazzo tra i personaggi la cui parentela stabilisce un legame non sentito da tutti allo stesso modo: nel primo episodio è un fastidio a cui assolvere per Emily, un dovere morale per il solerte figlio maschio, mentre il padre si traveste da anziano un po’ rimbambito dall’età ma vorrebbe restare da solo forse per continuare la ritrovata vita da single. In “Mother” il personaggio della Rampling è una scrittrice di successo che all’inizio, parlando (al telefono) alla psicoterapeuta dell’imminenza di quest’incontro, delinea brevemente il rapporto che intrattiene con le due figlie; Timothea e Lilith sono sorelle descritte come agli antipodi che parallelamente, ciascuna per conto proprio, ciascuna coi propri tempi, si avvicinano alla casa materna. Il percorso di avvicinamento è un on the road in miniatura che permette a Jarmusch di introdurre i caratteri e dilatare l’attesa, quell’intervallo di tempo che precede il momento decisivo dell’incontro; quando questo arriva, però, non si manifesta alcuna catarsi.

La messa in scena, attraversata da un gelido umorismo, sottolinea la claustrofobia di personaggi che vorrebbero semplicemente scappare a gambe levate, oltre al falso movimento dei protagonisti di “Father” che più volte si scambiano di posto – per guardare il lago – mantenendo inalterata la loro distanza emotiva. In “Mother”, che del primo episodio è una variazione in un gioco di differenze e ripetizioni, prevalgono i silenzi imbarazzati di cui Mia Wallace fu fine esegeta. Gli incontri in cui si brinda con acqua e caffè, nel primo episodio, e col tè, nel secondo, sono un tentativo di rompere il ghiaccio ma, alla fine, si ha la sensazione che si sia soltanto scalfito superficialmente un iceberg. Jarmusch costruisce gli incontri per leitmotiv verbali – “si può brindare con…?”, “Bob’s your uncle” – che rimano di episodio in episodio e procrastinano le risposte più vere e complicate, ossia confessare come si sta. Il montaggio affilato del sodale Affonso Gonçalves è elaborato per stacchi improvvisi che spezzano possibili crescendo, deragliando l’attenzione sovente distratta da piccoli dettagli: è sempre incredibile il tempismo della comicità deadpan cara a Jarmusch che coglie smorfie, sguardi e microespressioni in fulminei reaction shot che acuiscono i vuoti di senso, l’ansia da performance sociale, l’impossibilità di esprimere sinceramente i propri sentimenti. 

Vestiti, scatole, cose

“Father Mother Sister Brother” può essere interpretato anche come una versione elevata di fashion film, considerando la produzione targata Yves Saint-Laurent (come l’ultimo meraviglioso Cronenberg). Jarmusch risolve la questione in modo autoironico esplicitando l’esibizione degli abiti di scena perfettamente intonati per rime cromatiche facendo notare ai propri protagonisti come siano vestiti in modo abbinato (il riferimento è a “L’amico della mia amica” di Rohmer). Manifesta è dunque la sostanza di “corpi vestiti” dei propri attori, iper-caratterizzati da look che parlano per loro, guardando ancora una volta a Ozu Yasujiro e al suo approccio ludico-simbolico nei confronti del colore e degli oggetti. I vestiti non sono però gli unici oggetti che hanno una rilevanza nel film, poiché ritornano di episodio in episodio le vecchie fotografie di famiglia (quando i figli protagonisti erano bambini e i genitori giovani), orologi Rolex (forse contraffatti, forse no), le tazze di “Father” che in “Mother” diventano un elegante servizio in porcellana, ripreso in un’inquadratura plongée che decentra le persone sedute al tavolo. Un oggetto rompe l’incanto di angoscia e noia dell’adunata familiare: l’ascia di papà Tom Waits brandita come dimostrazione di perizia e che quasi colpisce la figlia, i romanzi che la madre non vuole vengano letti dalle proprie figlie.

“Sister Brother” mantiene inalterato lo scheletro narrativo, col breve viaggio in macchina che porta i due gemelli all’appartamento dei genitori, ma il registro, pur nella sua levità, assume toni più malinconici e agrodolci. Questa curvatura permette una progressione drammaturgica che scarta rispetto a “Father” e “Mother”, mostrando un possibile controcampo delle relazioni familiari messe in scena nei precedenti episodi. Alla distanza emotiva, alla rigidità nelle posture, all’incapacità di comunicare i propri stati d’animo, a personaggi che non sono a loro agio in compagnia dei parenti, Jarmusch giustappone un rapporto costruito sulla totale complicità tra Skye e Billy la cui prossimità viene ribadita dai numerosi piani a due. I due gemelli devono però confrontarsi con un vuoto effettivo, generato dal lutto: giunti nell’appartamento che li ha visti bambini, l’immobile macchina da presa fissa il movimento dei personaggi che vagano da una camera a un’altra, ormai sgombre da ninnoli e mobilio. Billy ha conservato per Skye vecchie foto, sia loro sia dei genitori, alcuni documenti, patenti contraffatte. Sono piccole scoperte, informazioni e dettagli a loro ignoti, tanto da chiedersi se abbiano mai effettivamente conosciuto quei genitori così eccentrici, ma non dubitano di certo del loro amore. Una delle immagini finali del film è il garage in cui Billy ha stipato tutte le scatole del trasloco appena effettuato: quasi rispondendo alle distanze incolmabili disegnate dai primi due episodi, “Sister Brother” si chiude asserendo che il vuoto dell’assenza è un enorme ingombro di cui non è facile disfarsi. 

05/09/2025

Cast e credits

Distribuzione
Lucky Red
Durata
110'
Produzione
Saint Laurent Productions; Badjetlag; CG Cinéma; Les Films du Losange; Cinema Inutile
Sceneggiatura
Jim Jarmusch
Fotografia
Frederick Elmes, Yorick Le Saux
Scenografie
Mark Friedberg, Marco Bittner Rosser
Montaggio
Catherine George
Musiche
Jim Jarmusch, Anika
Costumi
Affonso Gonçalves

Trama

Tre famiglie i cui membri hanno da tempo diradato i rapporti si riuniscono: in un'anonima cittadina degli Stati Uniti d'America nord-orientali, un fratello e una sorella molto compassati fanno visita all'eccentrico padre; a Dublino, le due figlie di un'austera scrittrice vanno a trovarla per il loro appuntamento annuale di fronte a una tazza di tè; a Parigi, due gemelli si ritrovano a raccogliere le ultime cose dall'appartamento dei genitori dopo la loro morte.
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