Alpha

Alpha


Julia Ducournau

Drammatico, Horror | Belgio, Francia
(2025)

A come Alpha

Il cinema di Julia Ducournau è focalizzato principalmente su figure femminili che affrontano il cambiamento del proprio corpo, che “mutano” come lei stessa ha dichiarato più volte. Così come fin nel suo primo cortometraggio, “Junior”, si assisteva alla trasformazione di una ragazzina occhialuta e piena di problemi in un’affascinante adolescente sicura di sé, per poi proseguire con la giovane studentessa in veterinaria Justine, protagonista di “Raw“, alla scoperta della sua identità cannibale tramandata per linea matriarcale e arrivare a “Titane“, dove una giovane donna compie una copula macchinica-carnale (à la Cronenberg) per procreare un nuovo essere cyborg, in “Alpha” abbiamo una giovanissima adolescente che a una festa, mentre è stordita da alcolici e droghe, le incidono malamente una A sul braccio, un brutto tatuaggio casalingo fatto con un ago e dell’inchiostro raccolto chissà come, trasformandola in una possibile vittima di un virus epidemico che uccide le persone pietrificandone il corpo.

La Ducournau si concentra su Alpha, sulle sue insicurezze di tredicenne, sui rapporti con i suoi coetanei che la vedono adesso come una possibile untrice. Il virus che si diffonde tramite rapporti sessuali e il sangue sono una metafora della diffusione dell’Hiv negli anni 80 e 90, così come le corsie di ospedali pieni di letti di pazienti ricordano quelle della recente pandemia di Covid, in una messa in scena di un trauma sopito di intere generazioni.

Se poi il sangue di Justine in “Raw” era un simbolo di potere femminino sul mascolino, in “Alpha” il sangue assume un significante contrario: simbolo di solitudine, di stigma sociale, di timore dell’infetto. Ci sono tre sequenze significative in questo senso. La prima quando cola dalla ferita causata dal tatuaggio sul disegno proiettato sul muro davanti a tutta la classe, che reagisce inorridita. La seconda durante la partita di pallavolo nella palestra della scuola: il sangue fuoriesce dal braccio, dove ha fatto l’esame per il test della malattia, sporcando il pallone, con le compagne che si discostano impaurite e il professore che raccoglie la palla con un asciugamano per gettarlo nei rifiuti. Infine, in piscina è bullizzata dalle compagne e nella foga della nuotata sbatte la testa contro la parete della vasca e intorno a lei si forma una nuvola ematica che colora l’acqua, con tutti che fuggono terrorizzati alla vista del sangue. In ogni caso, si crea il vuoto intorno ad Alpha, un’esclusione e repulsione verso una persona trasformata in vettore di malattia, corpo infetto da allontanare, da isolare.

Una solitudine che si esprime anche nel rapporto soffocante con la madre, in un legame conflittuale, di ricerca di indipendenza da una simbiosi opprimente. Questo senso di claustrofobia è reso dalla Ducournau in tutto il film con la scelta di una messa in scena principalmente in interni, in spazi chiusi – appartamenti, aule e corridoi scolastici, bagni, ospedale, auto. Una prima inquadratura in campo lungo l’abbiamo dopo un terzo del film e altre sequenze in esterni notturni nell’ultimo terzo di “Alpha”. Inoltre, la fotografia dai colori desaturati, che producono una luce plumbea e omogena, accentua l’atmosfera soffocante dei luoghi abitati da Alpha e la madre. La sequenza però emblematica è durante l’incubo vissuto da Alpha che vede il soffitto della sua camera abbassarsi lentamente e inesorabilmente su di lei: dimostrazione visiva della prigione in cui è rinchiusa la sua anima, il peso che le comprime il corpo.

A come Amin

Tra la madre e Alpha si inserisce Amin, fratello tossicodipendente della madre e zio di Alpha. Con lui, la regista francese introduce un altro tema: al trauma collettivo di una società colpita dalla malattia, innesta quello individuale e familiare. Il rapporto della madre con il fratello è simile e simbiotico a quello che ha con la figlia, in un continuo farsi carico della salvezza delle persone. La madre di Alpha è un medico che lavora in un ospedale specializzato e questa sua empatia nei confronti non solo dei familiari ma del mondo intero la estrinseca nel cercare in ogni modo di fornire un sollievo ai pazienti o nei continui salvataggi del fratello dall’overdose. Il fratello rappresenta un’ulteriore iterazione simbolica della solitudine esistenziale dell’uomo che lo porta all’autodistruzione, all’annullamento di sé. Del resto, la scelta della regista francese di rendere anonimi tempo e spazio con generici riferimenti agli anni 90 o a una città francese non identificabile afferma la volontà di perseguire una ricerca intima, rappresentare un processo metafisico individuale tra metafore e simboli.

In questo senso, la dimensione del sogno è introdotta fin dall’incipit con la macchina da presa che inquadra dall’alto un terreno sabbioso scalfito dal vento e lentamente zooma verso una faglia del terreno per sprofondare fino a un pozzo che si trasforma in un buco del braccio di Amin, con la piccola Alpha che crea una mappa, un tracciato di morte, collegando con il segno di un  pennarello i buchi infetti delle iniezioni delle siringhe. Una sequenza che immediatamente dichiara la rigidità dell’esistenza dell’individuo, fratturato e arido come un terreno desertico. Questa dimensione è riaffermata durante la lezione del professore di inglese citata in precedenza. Il docente legge una poesia di Edgar Allan Poe “Un sogno dentro sogno” e interroga Alpha che interpreta il verso e chiede: “non è forse un incubo quello che sta vivendo?”

A come un incubo dentro un incubo

Nello svolgimento della storia si comprende così che Amin è un personaggio fantasmatico inserito in una struttura temporale parallela – tra passato e presente. Amin è un terzo attante che crea una forma triangolare isoscele; dove Alpha e la madre formano i lati congruenti mentre Amin è la base non congruente. Così, nel rapporto tra madre e figlia la presenza costante e surreale del fratello e dello zio, nel suo doppio ruolo familiare, è un elemento di dissociazione dalla realtà per entrambe che vivono in un incubo permanente.

E se la malattia che trasforma le persone in statue di marmo è un simbolo della pietrificazione della realtà, della sua immutabilità in un tempo e spazio indefinito e indefinibile, la dimensione onirica è messa in scena in modo esplicito in una delle sequenze finali. L’Alpha tredicenne sale su un autobus dove incontra lo zio e vanno verso un albergo, davanti a loro si scorgono di spalle lo zio e l’Alpha bambina di cinque anni che dorme appoggiata alla sua spalla. L’autobus non ha un numero ma è segnalato con la lettera A. La triplice ripetizione della prima lettera dell’alfabeto – comprese le iniziali dei nomi dei due personaggi – è il simbolo della realtà onanistica che vive Alpha. Così come la scena dell’overdose nella stanza d’albergo con la madre che tenta di salvare il fratello e il controcampo su Alpha piangente la mostra ora una bambina di cinque anni del passato e nell’inquadratura successiva l’adolescente tredicenne del presente.

Come fin qui detto, “Alpha” è all’interno di una visione di cinema personale in un percorso registico definito della Ducournau. Il suo limite però è l’affastellamento di due temi – trauma collettivo di fondo e individuale in primo piano – all’interno di una sceneggiatura con linee temporali su diversi piani compresenti che vorrebbero creare un’opera complessa ma in realtà la rendono solamente complicata. La complessità è intesa come elementi diversi che si compenetrano, si fondono, riconoscibili e non sempre scomponibili, il cui insieme crea una novità, un’originalità. La complicazione non è altro che rendere difficile qualcosa di semplice, allungare inutilmente un percorso tra due punti con deviazioni e scarti in vicoli ciechi. Ad esempio di quanto vogliamo dire, con strutture di sceneggiature simili, se compariamo le opere di Oz Perkins con “Alpha”, “February – L’innocenza del male” e “Sono la bella creatura che vive in questa casa” sono opere complesse, mentre l’ultimo film della regista francese è inutilmente complicato: la struttura temporale si aggroviglia su sé stessa in più punti e lo stesso impianto metaforico e simbolico è continuamente iterato in più sequenze. È pur vero che si vuole mettere in scena l’immobilità, ma la ripetizione delle scene non accrescono e sviluppano la storia e si riducono a una continua accumulazione.

In conclusione, “Alpha” pur avendo spunti interessanti e confermando una ricerca di un percorso originale, appare un mezzo passo falso della regista francese.

20/09/2025

Cast e credits

Distribuzione
I Wonder Pitcures
Durata
128'
Produzione
BeTV, Frakas Productions, France 3 Cinéma, Kallouche Cinéma, Mandarin & Compagnie, O, Proximus, Rtbf
Sceneggiatura
Julia Ducournau
Fotografia
Ruben Impens
Scenografie
Emmanuelle Duplay
Montaggio
Jean-Christophe Bouzy
Musiche
Jim Williams
Costumi
Isabelle Pannetier

Trama

L’inquieta tredicenne Alpha torna a casa con un rozzo tatuaggio sul braccio. La madre, medico in una clinica specializzata in malattie infettive, è spaventata che abbia contratto un pericoloso virus che sta facendo molte vittime. Nel frattempo, appare anche il fantasma dello zio tossicodipendente...
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