Ghost Elephants

Ghost Elephants


Werner Herzog

Documentario | Usa
(2025)

Herzog non ha mai girato un documentario incentrato su un animale o una specie di animali e “Ghost Elephants” non costituisce un’eccezione, per quanto il titolo – ma anche il contenuto – possa far pensare diversamente.

Il cinema di Herzog è stato del resto sempre fondamentalmente antropico, anche quando ha trattato temi strettamente naturalistici, sia – più frequentemente – nei suoi aspetti ambientali e fenomenici (vulcani, meteoriti, deserti di sabbia o di ghiaccio), sia nell’altra sola grande occasione in cui un elemento faunistico sembrava dover essere centrale (“Grizzly Man“, che però lasciava presagire, fin dal titolo, un’accessorietà dell’animale rispetto all’uomo).

Anche in “Ghost Elephants” il focus è sull’uomo e sulle sue azioni: gli elefanti sono un pretesto per trattare, ancora una volta, i temi herzoghiani delle ossessioni dell’uomo, delle tradizioni e soprattutto della pulsione umana verso la conoscenza e l’ignoto.

In “Ghost Elephants” Herzog segue le orme del biologo ed esploratore sudafricano Steve Boyes, impegnato nella ricerca nei selvaggi altopiani dell’Angola di una specie di elefanti giganti che forse non esiste più (o non è addirittura mai esistita) e la cui unica traccia potrebbero essere i resti custoditi allo Smithsonian di Washington di un pachiderma cacciato nel 1955.

Boyes, i suoi collaboratori e una squadra di cacciatori boscimani vengono accompagnati dall’ormai ultraottuagenario Herzog (e in particolare dalla sua inconfondibile – ma sempre più affaticata – voce narrante) in un viaggio in quella regione dell’Africa subequatoriale, situata a nord del Kalahari. Seguendo a ritroso il corso del fiume Okavango, che sfocia in un maestoso delta in Botswana dopo aver attraversato per un breve tratto anche la Namibia, Boyes e la sua squadra arriveranno sugli altopiani angolani, dove si pensa appunto di trovare quella subspecie di elefante africano che sembra non poter essere della stessa tipologia di quelli – ben più conosciuti, avvistati e studiati – che vivono nella savana o alle soglie del Kalahari.

Boyes lavora in quella regione da una decina di anni ed è già stato protagonista di un documentario National Geographic del 2018, “Okavango – L’ultimo paradiso”, in cui si avventurava in quelle stesse zone facendo un percorso opposto a quello che compie questa volta. In una decina di anni in cui ha provato a cercare lo sfuggente e misterioso branco di elefanti fantasma è riuscito soltanto a ottenere una manciata di fotografie notturne scattate da fotocamere dotate di sensori di movimento.

Prima dell’arrivo in Angola, una serie di sequenze di pregevole fattura, tratte dal predetto film del 2018, cerca di rappresentare un incontro onirico con quegli animali: alcuni elefanti vengono ripresi da telecamere subacquee mentre si muovono in parziale immersione nel delta dell’Okavango, una sequenza estetizzante (ed estatica) che non può che rimandare alla trilogia della terra (e soprattutto a “L’ignoto spazio profondo“). Come puramente estetiche (da un punto di vista uditivo) sono le melodie dei tenores sardi che accompagnano l’intero lungometraggio, canti tradizionali già diverse volte utilizzati dal regista bavarese (ispirato in ciò dai fratelli Taviani) senza alcuna contestualizzazione specifica: come era già accaduto in “The White Diamond” e in “The Wild Blue Yonder”, quelle melodie sono scollegate dall’ambientazione storico-etnica e geografica, fungendo da mero richiamo ancestrale. Herzog affronta infatti diffusamente anche temi puramente antropologici, nelle sequenze in cui si parla dei boscimani San e di altre popolazioni autoctone di quelle regioni, che con gli elefanti hanno stretto un legame di tipo spirituale e religioso, tanto da essere alla base di alcuni riti e miti fondativi della loro cultura.

Gli elefanti sono dunque l’ennesimo pretesto per portare avanti il discorso herzoghiano sulla tensione umana verso la conoscenza e l’appagamento interiore, leitmotiv che attraversa l’intera filmografia del regista bavarese. In tal senso Steve Boyes è perfettamente in linea con la ormai nutrita schiera degli eroi herzoghiani, da Aguirre a Fitzcarraldo, da Timothy Treadwell a Graham Dorrington: un sognatore solitario (o quasi), dedito a perseguire obiettivi apparentemente irraggiungibili (o quasi).

Analogamente, la spedizione avventurosa pare il pretesto per andare a caccia di immagini nuove e mai mostrate, sigillo di garanzia della poetica visiva herzoghiana. In questo caso saranno le riprese sfuggenti e incerte che alcuni cacciatori della squadra di Boyes immortaleranno con gli smartphone in mezzo alla foresta in cui, d’un tratto, sembra apparire uno di quei pachidermi.

Come in qualsiasi opera di Herzog, resta latente il dubbio su cosa sia vero e cosa invece il regista ci abbia propinato per venderci la sua verità, anche se la firma apposta dalla National Geographic Society dovrebbe essere garanzia di accuratezza.

Insieme a quei dubbi resta, potentissimo, il messaggio della pulsione verso l’ignoto: nulla è più stimolante di ciò che potenzialmente non esiste, perché ci lascia sempre la possibilità di credere nella sua esistenza.

E infatti, quando si scoprirà che quel branco di elefanti fantasma esiste davvero – che siano o meno una nuova specie poco importa, considerato che anche la certificazione scientifica nel finale ambientato in un’università americana appare piuttosto abbozzata -, a Boyes, superato l’iniziale entusiasmo, resterà l’amaro retrogusto di un’impresa che ha avuto sì successo, ma che ha posto fine a un sogno.

10/03/2026

Cast e credits

Distribuzione
National Geographic, Walt Disney
Durata
99'
Produzione
Service (Ariel Leon Isacovitch), Skellig Rock (Werner Herzog), Sobey Road Ente, The Roots Production
Sceneggiatura
Werner Herzog
Fotografia
Eric Averdung, Rafael Leyva
Montaggio
Marco Capalbo, Johann Vorster
Musiche
Ernst Reijseger

Trama

Il biologo ed esploratore sudafricano Steve Boyes viaggia in direzione degli altopiani dell’Angola alla ricerca di una specie di elefanti giganti che forse non esiste più (o non è addirittura mai esistita).
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