La sempre più evidente influenza di Shinkai Makoto sul cinema asiatico più intimista e al contempo estetizzante arriva ancora una volta al Far East Film Festival di Udine e stavolta nella forma di un vero e proprio adattamento, quello del suo influente secondo lungometraggio “5 cm al secondo“, dopo che due anni orsono il nippo-taiwanese “18×2 Beyond Youthful Days” aveva in sostanza trasfigurato in chiave transculturale e più apertamente drammatica il cult del 2007. Al netto di alcune assonanze anche visive fra la pellicola diretta da Fujii Michihito e il live action di “5 cm al secondo” (ad esempio l’uso di una grana fotografica peculiare per dare un aspetto retrò alle sezioni narrative più distanti nel tempo), in parte determinate proprio dall’evidente influenza di Shinkai sul film del 2024, ciò che accomuna i due lavori è anche il modo in cui reinterpretano la narrazione di un passato ormai inaccessibile e che genera struggimento (nel protagonista Takaki) o nostalgia (per la co-protagonista Akari). Se l’opera originale di Shinkai optava per una rigida struttura a episodi, con il passato costretto entro limiti precisi e a cui si aveva accesso solo in sogno o mediante la riscoperta illuminante di artefatti provenienti da quella dimensione, sia in “5 Centimeters Per Second” sia in “Beyond Youthful Days” si ricorre a una più canonica costruzione a cornice, in cui il presente contiene al suo interno vari flashback che servono a motivare gli sviluppi nella dimensione crono-narrativa principale.
Se la conseguenza più evidente di questa scelta è l’aumento vistoso del minutaggio (si passa dai 63 minuti dell’anime ai 121 dell’adattamento dal vivo), vi sono prevedibilmente effetti significativi anche nella costruzione del racconto e nella caratterizzazione dei personaggi principali. Il film di Shinkai si sviluppava d’altronde quasi interamente attorno al punto di vista di Takaki, abbandonandolo sporadicamente solo nel corso del secondo episodio, dove il personaggio di Sanae permetteva di avere una prospettiva esterna sul protagonista, e nella sezione che conduceva al finale, quando finalmente era anche la voce di Akari a tirare le fila del racconto. “5 Centimeters Per Second” riprende vari personaggi secondari dell’anime (la sorella maggiore di Sanae, la collega con cui Takaki pare avere una sorta di relazione), così come ne aggiunge di nuovi (i colleghi di Akari, il responsabile del centro astronomico), per moltiplicare i punti di vista non tanto sugli eventi del passato, quanto sulla loro interpretazione ed elaborazione nel presente. L’effetto secondario, ma certamente non indifferente, di questa scelta narrativa è perciò l’inflazione della sezione ambientata nel presente (cioè il 2009, l’anno dopo quello in cui terminava l’originale “5 cm al secondo”), la quale assume in modo più deciso un ruolo nel definire la traiettoria dei due protagonisti.
Alla caratterizzazione minimale e allusiva di Shinkai, d’altronde elemento centrale nel suo cinema anche quando è approdato a storie e mondi ben più ricchi, l’esordiente (ma con una lunga carriera in ambito fotografico e di videomaking) Okuyama Yoshiyuki oppone il tentativo di dare una forma ai complessi profili psicologici di Takaki e Akari, puntellandone con maggiore forza gli sviluppi negli avvenimenti del passato che riemerge continuamente dai loro ricordi (anche qui soprattutto in quelli del più malinconico Takaki). Al di là di dettagli invero poco rilevanti come le motivazioni per cui il protagonista non è capace di impegnarsi con altre figure femminili, ciò che deriva da questa scelta è il rischio della banalizzazione che purtroppo accompagna spesso i tentativi di complessificare ciò che era semplice, e veniva appunto reso con maggiore efficacia da una narrazione allusiva. A livello narrativo questo comporta l’instaurarsi di un racconto più canonico, in cui la linearizzazione del processo emotivo di rielaborazione del passato finisce però per depotenziarne l’efficacia e l’universalità di “5 Centimeters Per Second” rispetto all’opera fonte, mostrando un percorso individuale, anzi due, di maturazione visto nelle sue fasi salienti, come ormai tipico di molta narrazione coming of age.
Una delle conseguenze principali di questa riconfigurazione narrativa del lavoro di Shinkai e della conseguente adesione più stringente ai canoni del filone di cui fa parte è l’accumulo di finali, vera e propria piaga del cinema asiatico e non solo contemporaneo (e ben evidenziata già dal succitato “Beyond Youthful Days”), dovendo portare a conclusione i filoni narrativi legati ai due personaggi principali e alle varie figure con cui hanno interagito. Nel caso di “5 Centimeters Per Second” questo si rivela particolarmente significativo, essendo l’originale, e tutti i successivi adattamenti, un’opera (anche) sull’impossibilità di un epilogo, cui l’anime di Shinkai rispondeva con l’iconico finale aperto ai due lati del passaggio a livello. Invece, la pellicola di Okuyama accumula epiloghi nel tentativo, quasi disperato ma forse (ed è quel che è più importante) cosciente, di sottolineare la difficoltà di Takaki di venire a patti con quel passato ormai inaccessibile, fino alla resa (forse) all’impermanenza di tutte le cose davanti al passaggio a livello, sotto una pioggia di petali di ciliegio. E se quell’epilogo smarrisce parte della sua ambiguità proprio per via dell’arricchimento narrativo per cui hanno optato il regista giapponese e la sceneggiatrice Suzuki Fumiko, col rischio di sembrare più efficace come omaggio all’opera fonte che come vera conclusione, la traiettoria che ne consegue è chiara per la prima volta dall’inizio della pellicola. E a questo punto si può concludere.
In omaggio al lavoro di Okuyama e al suo accumulo di finali pare opportuno non concludere la presente analisi e menzionare brevemente la sfaccettatezza visiva e stilistica della pellicola, impegnata nel non difficile compito di rendere l’estetica sfavillante delle opere di Shinkai Makoto e il suo uso peculiare della luce. Come testimoniano le immagini scelte ad accompagnamento della recensione, “5 Centimeters Per Second” ricrea (e a tratti aggiorna) la peculiare palette di colori dell’originale, facendo sì che ogni sezione della pellicola sia connotata da un colore: il nero/grigio della maturità, il giallo dell’amicizia fra Takaki e Akari, il blu dell’adolescenza a Tanegashima, il bianco della visita a Tochigi, i colori, di nuovo, del finale. La formazione di Okuyama Yoshiyuki come fotografo e videomaker permette così di valorizzare visivamente al massimo un adattamento che per il resto è difficile definire riuscito del tutto, proprio perché ormai molto lontano dall’opera originale in virtù di tutti i cambiamenti narrativi e strutturali apportati, una lontananza che può generare a sua volta struggimento nel tentativo di afferrare ciò che rendeva memorabile l’opera seconda di Shinkai Makoto. E questo, in fin dei conti, è uno degli omaggi più grandi che si poteva fare a “5 cm al secondo”.
26/04/2026