Hanno ucciso l’uomo ragno – La straordinaria storia degli 883

Hanno ucciso l’uomo ragno – La straordinaria storia degli 883


Sydney Sibilia non è più lo sconosciuto cineasta salernitano che attuò una piccola rivoluzione del cinema seriale italiano con la trilogia “Smetto quando voglio“. Dopo la suddetta saga, un piccolo miracolo che applicava le regole del cinema in serie d’oltreoceano a una produzione nostrana, senza tradire però lo spirito della commedia locale, il regista si è confermato con due pellicole che hanno molto in comune, “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” e “Mixed By Erry“. Entrambe raccontano infatti due storie vere, che partono però da assunti e personaggi ai quali, non fossero esistiti per davvero, si farebbe fatica a credere.

E a ben pensarci, nel lontano 1992, chi ci avrebbe mai creduto che due ragazzi dell’amena Pavia, assolutamente incapaci di suonare uno strumento musicale che fosse uno, avrebbero conquistato la vetta della classifica di vendite italiana al primo tentativo? E quindi ecco spiegato quell’articolo “straordinaria” nel sottotitolo di “Hanno ucciso l’uomo ragno”, che si ricollega all’”incredibile” del titolo dell’opera seconda di Sibilia.

“Hanno ucciso l’uomo ragno” non è però, e soprattutto non vuole essere, soltanto un biopic formato serie di Max Pezzali e Mauro Repetto. La storia dei due (non)musicisti non solo è un pretesto per raccontare altro, ma viene in parte stravolta, arricchita, tempestata di aneddoti da annodare alle canzoni del celebre disco che le fornisce il titolo e alla cultura pop italiana degli anni ‘90. Così facendo, gli showrunner (gli altri sono Francesco Agostini, Chiara Laudani e Giorgio Nerone, mentre Alice Filippi e Francesco Ebbasta si avvicendano a Sibilia nel ruolo di registi) hanno ideato un racconto che cattura la poetica della band pavese, intrisa com’è di sogni impossibili, mal di provincia e dolcezza, e arriva a un epilogo che tutti (perlomeno dalle nostre parti) conosciamo, inventando però numerosi tratti della corsa verso il traguardo.

Più che come una serie, carica com’è di messaggi e riferimenti, “Hanno ucciso l’uomo ragno” sembra svilupparsi come una canzone della band. Le divertentissime versioni giovani di Pezzali e di Repetto (interpretati con la giusta dose d’irriverenza e spontaneità da Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli) sono quindi le protagoniste di una divertentissima e soave favola di provincia. Della quale, proprio come accadeva ai protagonisti delle canzoni del duo, Max e Mauro sono una vera e propria emanazione – formidabili le numerose gag nei quali nessuno sembra riconoscere i due dai nomi, salvo poi identificarli come “quelli di Pavia”.

È difficile, addirittura insensato, immaginare una distribuzione di questa serie fuori dai nostri confini. Per alcuni dei suoi aspetti, specie quelli che ne fanno una commedia, la serie è un gioco continuo e irresistibile per partecipare al quale è indispensabile una conoscenza nazionalpopolare. Il campanello della De Filippi, Fiorello versione albergatore, i remix di Fargetta, le ragazze di “non è la Rai”, il concerto all’Aquafan e Albertino, ma soprattutto Claudio Cecchetto (un macchiettistico Roberto Zibetti), costituiscono una girandola di citazioni inarrestabile, gestita in sede di scrittura da veri nerd. Lo spunto da cui parte la sceneggiatura, il libro di Pezzali “I cowboy non mollano mai”, garantisce invece a tutta la parte in cui la serie si sofferma sulla realizzazione delle canzoni del primo disco degli 883 veridicità e curiosa accuratezza.

C’è però una parte di “Hanno ucciso l’uomo ragno” che verrebbe da definire universale. Si tratta della gestione dei sentimenti e delle relazioni tra i numerosi personaggi, sia primari che secondari. Le prime cotte, le gelosie, i sogni, i tonfi, la mancanza di fiducia in sé e tutte le altre dolcissime piaghe di quell’inferno chiamato adolescenza, vengono maneggiati da Sibilia e gli altri con una delicatezza che sovente addiviene grazia. In questo, “Hanno ucciso l’uomo ragno” è un prodotto che può colpire e emozionare davvero chiunque, conosca o meno questi brani come “Con un deca” o “Non me la menare”.

Nonostante il formato serie, governato con grande agilità, stilisticamente non siamo lontano dagli ultimi due film del regista. Con un color grading gentile ad acuire il senso di nostalgia per una genuinità e dei tempi andati e un montaggio che giocherella con il tempo in maniera forse un po’ prevedibile ma efficace. Tra zainoni Invicta, vecchi furgoni scassati, pagelle affisse ai muri, sale giochi lampeggianti e placidi circoli di bocce, è un gran bel vedere, e anche in questo caso una gran bella nostalgia, tutto quanto sfoderato dal comparto costumi e scenografia.

Forse un po’ inutile, ma si tratta di un male che attanaglia il mondo delle serie a tutte le latitudini, l’utilizzo di classiconi di Cure, Wham! e tanti altri, se non quando fini a richiamare il background punk e poi hip-hop di Max Pezzali. Sorprendente invece, con le sue dolenti stasi e le timide impennate post-rock, lo score originale del catanese Santi Pulvirenti. Insomma, pur senza grandi invenzioni, “Hanno ucciso l’uomo ragno” sfrutta benissimo la lezione del cinema e della serialità revivaliste in voga questi tempi, sposandola, come solo Sibilia sa fare, a un’italianità tout court.

Un cliffhanger divertentissimo prelude a una seconda stagione, dato anche il successo incontenibile della serie, ormai inevitabile. Quella che in tutta la probabilità si chiamerà “Nord, sud, ovest, est” sarà per il regista e showrunner un duro banco di prova, dove non potrà contare sull’effetto sorpresa e dovrà fare i conti con la separazione dei due protagonisti e una nuova gamma di sentimenti che essa comporterà.

03/12/2024

Cast e credits

Titolo Originale
Hanno ucciso l'uomo ragno - La straordinaria storia degli 883
Canale
Sky Italia
Canale Italiano
Sky Italia
Creatore
Chiara Laudani, Francesco Agostini, Giorgio Nerone, Sydney Sibilia
Produttori Esecutivi
Matteo Rovere, Sydney Sibilia

Trama

Con un team di showrunner capitanato da Sydney Sibilia, la serie di Groenlandia e Sky Italia parte dal racconto della realizzazione del primo disco degli 883 per diventare molto di più

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