Intervista a Valentina Visintin

12-10-2025

Valentina Visintin ha recentemente vinto il David di Donatello per “Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta” e ha collaborato, tra l’altro, con registi del calibro di Ridley Scott, James Gunn, Matteo Rovere, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Ha fatto inoltre parte del team di lavoro di “Harry Potter” e di “Game of Thrones“. Abbiamo avuto l’occasione di scambiare con lei quattro chiacchiere nel suo personale laboratorio VivaFX presso Bareggio, sulla sua storia personale e professionale e sul dietro le quinte del cinema.

1: PRESENTAZIONI E RAPPORTO CON LA MUSICA

Gabriele: Ciao Valentina! La prima domanda è “per rompere il ghiaccio”, perché OndaCinema è la sorella gemella di OndaRock, ed essendo tu una cantante djent [sottogenere del progressive metal, il cui nome è un’onomatopea che rimanda al suono prodotto dalle corde di chitarra suonate con la tecnica del palm mute, ndr], giusto…?

Valentina: Esatto!

Gabriele: …volevo chiederti: per te quanto è importante la musica e quanto influisce sul tuo lavoro nel mondo del cinema?

Valentina: Che bella domanda. Questa è diversa da quelle che mi rivolgono di solito! Intanto ciao anche a te e a voi che leggete. Per me la musica è un elemento fondamentale, perché mi accompagna in tutta la realizzazione dei miei effetti speciali. Non lavoro mai senza un sottofondo, che spesso è musicale. Ultimamente sto ascoltando anche un po’ di podcast, perché avere nelle orecchie una voce che fa apprendere qualcosa mi fa sentire un po’ più acculturata rispetto solo ad ascoltare musica. Con il nostro lavoro non abbiamo tanto tempo per leggere e paradossalmente anche per vedere film, quindi i podcast aiutano in questo senso. Da quando sono piccola la musica è una forma d’arte complementare, anche se non la traduco direttamente nel mio lavoro. È indubbio, però, che abbia un’influenza sulla mia creatività in generale.

2: IL LICEO ARTISTICO E LA FORMAZIONE ADOLESCENZIALE

Gabriele: La seconda domanda è la seguente: come sei entrata nel mondo del Cinema e quando hai capito che potesse essere la tua strada nella vita?

Valentina: Come persona, ho sempre avuto un’indole artistica, visibile fin da bambina. Passavo il tempo a disegnare e la mia famiglia per fortuna ha sempre sostenuto questa predisposizione. Quando si è trattato di scegliere le scuole superiori mi ha consentito di fare il liceo artistico. Era aperta mentalmente e, nonostante quella strada fosse più rischiosa di tante altre, sapeva che io avessi molta forza di volontà.

Durante il liceo mi ero già appassionata al cinema. Guardavo film horror, con il secondo dei miei quattro fratelli, e compresi i retroscena a seguito delle videocassette e poi dei DVD: mentre frequentavo il liceo, infatti, siamo passati da un supporto multimediale all’altro. Nelle pellicole che guardavo, soprattutto nella produzione fantasy, i personaggi venivano acconciati da dei truccatori professionisti tramite l’utilizzo di pannelli appositi.

Ho iniziato ad appassionarmi, scoprendo che gli effetti speciali non fossero, giusto per fare un esempio, soltanto lo spruzzo di sangue, ma che dentro quel mondo ci fosse molto di più, come, tra le altre cose, anche la creazione di personaggi in 3D sugli attori. Ho scoperto che in Italia esisteva l’accademia di Carlo Rambaldi, l’inventore di E.T., fondata a Terni, in Umbria.

Gabriele: Potresti spiegare meglio in cosa consistesse?

Valentina: Era una sorta di università, molto specializzata, per diventare un maestro degli effetti speciali a trecentosessanta gradi. Si studiava animatronica, trucco, oppure anche elementi atmosferici, perché gli effetti speciali spesso consistono in pioggia, fuoco o fumo sul set.

Dire solo “effetti speciali” può confondere infatti, in quanto ogni tipo di effetto è concepito come un mestiere diverso: noi specifichiamo che facciamo effetti speciali di trucco perché lavoriamo a contatto con gli attori, ma spesso chi fa effetti in generale può essere legato più all’ambiente che alle persone.

Gabriele: Avevi quindi trovato cosa fare dopo il liceo.

Valentina: Così pensavo, perché l’anno della mia maturità questo particolare corso ha chiuso. Ero disperata, dal momento che nella scelta di un’accademia successiva al liceo non volevo focalizzarmi unicamente su una singola disciplina, ma poter spaziare simultaneamente, per esempio, tra pittura, scultura e scenografia. In altre parole, volevo approfondire, scoprire e sperimentare tutto ciò che costituiva il mondo dell’arte.

Non volevo neanche essere un’artista che crea per conto terzi, ovvero che sviluppa la propria opera e poi la vende, poiché odiavo l’idea di dipendere da qualcuno. Mi affascinava di più il concetto di lavorare per committenza nel mondo del Cinema.

Gabriele: Potresti fare un esempio per chiarire meglio ciò che intendi?

Valentina: Uno scenario ipotetico potrebbe essere questo: un regista ha un’idea, ma non sa darle una forma. Allora io gli propongo la mia visione e le mie soluzioni. La spinta iniziale però origina dall’esterno. È forte come concetto, perché più che “creare” dal nulla, si tratta di “interpretare” i desideri e la volontà di qualcun altro.

3: L’ACCADEMIA DI BELLE ARTI E LA FORMAZIONE ACCADEMICA

Valentina: Gli insegnanti di questa scuola in Umbria, una volta contattati, mi hanno suggerito di frequentare, prima di tutto, un’accademia di Belle Arti, così da introdurmi nel mondo dello spettacolo e, una volta all’interno, conoscere qualcuno che facesse effetti speciali di trucco: accodarmi a lui come apprendista e da lì inserirmi. Al momento mi era sembrata una buona idea. Avevo diciott’anni, non mi rendevo conto di quanto astruso potesse essere quel progetto. Infatti, quando ho iniziato l’accademia, ho cominciato ad accorgermi che scenografia non facesse proprio per me, per via della massiccia presenza, al suo interno, della disciplina di architettura.

Gabriele: Si potrebbe dire, quindi, che tu abbia “perso tempo”?

Valentina: No, non me la sento di essere così drastica, perché ammetto che di alcune conoscenze apprese in accademia ho vissuto di rendita. Ho frequentato Brera, e il corso di scenografia a indirizzo video-cinema era tenuto da un ottimo professore, che mi ha dato delle buone basi come designer in generale. Questo è uno dei tasselli che non mi fanno pentire del percorso, nonostante possa sembrare, di fatto, che io abbia “perso tempo”. Non è stato così in realtà, perché lui ci ha insegnato a leggere il copione e ad abbozzare lo spoglio con le necessità legate alla scenografia e ai costumi: lo stesso lavoro lo si fa anche per il trucco. Mi sono resa conto, negli anni, che il fatto di averlo appreso in anticipo mi è servito, poiché io, a differenza di altri colleghi truccatori, avevo già avuto questa infarinatura ed ero molto più avanti nel controllo globale di un progetto. In poche parole, avevo un’idea di pianificazione avanzata e non ero solo un tecnico.

Gabriele: Quando hai capito che cambiare era la scelta migliore per te?

Valentina: Al secondo anno di accademia, durante il corso di costume. Erano stati chiesti dei bozzetti di personaggi, ma io spendevo più tempo a disegnare le facce piuttosto che l’intero corpo. Curavo il trucco e l’acconciatura, quindi la mia docente mi propose di frequentare un corso di trucco. Mi sono informata, scoprendo che simili insegnamenti in Italia venivano erogati con una parte di effetti speciali veramente limitata, ma decisi lo stesso di iscrivermi a uno di essi, con la speranza di entrare nell’ambiente. Scelsi la BCM di Milano, che, nel corso completo, aveva anche una parte di trucco “artistico” e di effetti speciali, e da quello ho appreso le basi. Poi l’insegnante mi ha introdotto ad alcuni libri americani.

Gabriele: Immagino che quella non fosse l’epoca di YouTube, Facebook, eccetera, quindi se si fosse stato alla ricerca di un’informazione non sarebbe bastato chiederla a Google per ottenerla istantaneamente…

Valentina: Esatto, bisognava consultare i libri e le riviste del settore, oppure guardare i backstage dei DVD. C’erano delle riviste molto specifiche su quel mondo, come ad esempio “Fangoria” e “Cinefex”, oppure appunto alcuni libri che arrivavano direttamente dall’America e che trattavano di maestri del calibro di Tom Savini, Stan Winston, grandi truccatori esperti di film con tanti effetti speciali. Ho iniziato a comprare i libri dall’estero, decidendo di finire l’accademia e usando gli ultimi anni che mi mancavano, nel frattempo, per fare lavori di trucco. Frequentavo i corsi al mattino, poi il pomeriggio-sera lavoravo in televisione a Milano e nella moda in generale, a fare foto alle modelle, per esempio, oppure a truccarle.

4: LE PRIME COLLABORAZIONI E LA FORMAZIONE SUL CAMPO

Valentina: Nel weekend sperimentavo con gli effetti speciali: compravo i materiali usando i soldi guadagnati col trucco, acquistando per l’occasione anche i libri americani di cui prima accennavo.

Ho cominciato a farmi conoscere tramite il primo Internet: c’era un forum meraviglioso che si chiamava “Forum Cinema Indipendente” – era uno dei primi blog dove la gente si poteva scambiare idee – sul quale i registi emergenti chiedevano se ci fosse qualcuno disponibile a fare gli effetti speciali per i loro progetti.

 

Gabriele: Quindi è in questo modo che hai cominciato a metterti alla prova!

Valentina: Esatto: ho stretto le prime collaborazioni frequentando quello spazio virtuale, e ciò mi ha consentito di scattare foto dei miei lavori. Poi ho finito l’accademia, che era di quattro anni, costruendomi nel frattempo un portfolio. Ho spedito quest’ultimo a Roma, dove c’era la maggior parte del cinema italiano. L’ho mandato a Sergio Stivaletti, oppure all’epoca c’erano anche Vittorio Sodano, Fabrizio Sforza e altri, però da loro non ho avuto molti riscontri, anzi la tendenza ai tempi era quella di chiedere dei soldi per lavorare invece che “assumere” a costo zero…

Gabriele: … come quando si vuole suonare nei locali.

Valentina: È vero, mi stai facendo rendere conto che la situazione nel mondo della musica underground non è poi così distante… Fatto sta che ho declinato tutte le proposte di quel genere, perché venendo da Milano dovevo anche pagarmi il costo della vita. Ho deciso di sostenere altri colloqui di lavoro per altre realtà, come per esempio parchi tematici, accorgendomi però che non fosse ciò che desideravo per me.

A quel punto, tra un colloquio e l’altro, ho incontrato una persona. Avendo delle fotografie molto belle, in quanto svolgevo anche lavori di decorazione, mi avrebbe assunto senza problemi, ma che così facendo mi avrebbe rovinato la carriera poiché, con il portfolio che avevo costruito, ero destinata a fare la truccatrice professionista. Mi ha consigliato così di provare all’estero.

5: L’AVVENTURA ESTERA E LE PRIME GRANDI OCCASIONI

Valentina: Ho scritto personalmente ai truccatori professionisti, prendendo i loro nomi dai titoli di coda dei film che guardavo. Mi rispondevano anche dall’America, dicendomi che dopo l’Undici settembre avevano chiuso i confini, soprattutto per i principianti: avrebbero preso con meno difficoltà un esperto, ma con gli emergenti si era molto meno propensi a farlo. In quel momento ho preso in considerazione l’ipotesi di andare a Londra.

Gabriele: Perché proprio Londra?

Valentina: Perché lì, praticamente, c’era una seconda Hollywood, anche se di primo acchito non lo avrei mai detto. Tramite il passaparola ho scoperto l’esistenza della “Millennium FX”, che era una di altre venti ditte circa, perché in Inghilterra si facevano e si fanno tuttora molti film.

Negli anni in cui ho iniziato io era in corso la produzione della saga di “Harry Potter“. Ce n’erano anche altre importanti, come per esempio “James Bond“. In più, c’era un grande storico di film fantasy da “Labyrinth – Dove tutto è possibile” a “Dark Crystal”, entrambi film della “Jim Henson Company”. Non avevo associato che fossero stati fatti in Inghilterra, pensavo a Hollywood in generale come a una bolla in USA.

Gabriele: E in quale delle venti realtà a cui fai riferimento sei riuscita a inserirti? Ma soprattutto: come?

Valentina: Sfruttando il mio portfolio. Quando iniziai a contattare le ditte inglesi, molte mi fecero i complimenti per i miei lavori, sostenendo però di non avere bisogno di una figura come la mia. La “Millennium FX”, invece, mi propose addirittura due settimane di prova. Dopo essermi laureata – perché mancava qualcosa come una settimana alla mia laurea – sono partita subito.

Ho trascorso due settimane lì, che però sono diventate i miei primi sette mesi di lavoro perché sono partita a maggio e sono tornata a Natale per le vacanze. Poi per passaparola – loro sono estremamente meritocratici – mi hanno fatto avanzare velocemente, poiché avevo molta voglia di mettermi in gioco e questo è stato apprezzato. Ho vissuto in seguito un anno a Madrid per via di alcune vicissitudini personali, sempre lavorando nel mondo del cinema, e ho continuato lì fino a che nel 2013 sono tornata in Italia, dove ho fondato il mio laboratorio.

6: IL RITORNO IN ITALIA E LA FONDAZIONE DEL PROPRIO STUDIO

Valentina: Ho iniziato in un posto piccolo, dove ero freelance e lavoravo per altre persone, poi pian piano mi sono strutturata di più.

Nell’anno del Covid, il 2020, ho scelto insieme a mio marito di comprare un capannone a Bareggio, dove lui ha l’officina al pian terreno, io al primo piano ho il mio studio, mentre al secondo viviamo, e ho deciso di dargli un nome. L’ho chiamato “VivaFX” perché mi ero accorta che le produzioni, se la ditta aveva un nome specifico e non quello di una persona, pensavano che fosse una realtà particolarmente importante, quindi “Viva” (VIsintin VAlentina) “FX” (Effetti Speciali). È stato così, mi hanno affidato dei lavori più prestigiosi effettivamente. Da quando siamo nati, non ci siamo mai fermati, neanche col Covid, tranne nel 2024 essendoci stato un fermo nel cinema.

Gabriele: Ah sì, per gli scioperi immagino…

Valentina: Sì, e anche per via del fatto che hanno cambiato il ministro della cultura. Ci sono state molte riforme, uno l’han licenziato (Gennaro Sangiuliano, ndr), poi è subentrato un altro (Alessandro Giuli, ndr) che ha ripreso in mano tutto, ha promulgato altre riforme e, come se non bastasse, ha voluto effettuare dei controlli su come venivano spesi i fondi pubblici nel cinema e lì si è bloccato tutto.

Gabriele: Come ha impattato tutto questo sul tuo lavoro e sul tuo team?

Valentina: Noi siamo stati fermi dei mesi. In realtà, io ero felice, perché volevo farmi un po’ “gli affari miei”, se mi perdoni l’espressione. Lo era un po’ meno il mio team: sono stati senza lavoro per tanto tempo e avevo paura che alcuni di loro cambiassero mestiere. Devi sapere infatti che c’è stato un sondaggio, in alcune associazioni di categoria, dal quale è emerso che una grossa fetta di lavoratori del mondo dello spettacolo avesse cambiato lavoro.

Chiedevano da quanto tempo fossimo senza mansioni da svolgere, dal momento che alcuni di noi lo erano da un anno circa. Adesso, l’unica cosa di cui stiamo soffrendo è il ritorno del lavoro con i produttori che hanno il coltello dalla parte del manico. C’è stata infatti una speculazione enorme col Covid, poiché stando a casa la richiesta di film e serie TV è aumentata, e con essa il nostro lavoro.

Gabriele: Puoi spiegarci meglio cosa intendi quando parli di “speculazione”?

Valentina: Intendo che il mercato era oberato di commesse, e per far fronte all’enorme domanda sono subentrati anche neolaureati o addirittura neodiplomati delle scuole: persone senza la dovuta esperienza, lanciate in questa giungla prima del tempo. Quelli che supervisionavano, hanno iniziato a chiedere delle cifre esorbitanti; quindi, si è creato un meccanismo non sano e adesso è in corso la risacca.

Ovviamente i produttori prima si comportavano in un certo modo perché tutti chiedevano i loro compensi, ma venivano pagati perché non c’era più nessuno libero, mentre adesso fanno il contrario: essendoci moria di lavoro, possono permettersi di stabilire il prezzo.

Ci stiamo di conseguenza riadattando alle richieste, cercando di portare a termine le commesse in meno tempo per non essere costretti a rinunciare ad altre occasioni. Insomma, il più classico dei “se vuoi giocare, devi stare alle regole del gioco”.

7: IL TRUCCO E GLI EFFETTI SPECIALI TRA ARTE E INDUSTRIA

Gabriele: Tutto molto interessante! Ora: qual è la parte più bella del tuo lavoro e quella conseguentemente più noiosa?

Valentina: Sicuramente le parti più belle del mio lavoro sono quelle creative. Parlo proprio di “azioni”: amo dipingere e scolpire. Adoro l’iperrealismo, quindi metterei la pittura sul gradino più alto del podio, secondo posto per la scultura che mi ha appassionata negli ultimi cinque anni. Terzo posto per il design in generale: avendo sempre poco tempo di dedicarmi a quest’ultimo, non riesco ad apprezzarlo come vorrei.

Gabriele: Puoi farci qualche esempio?

Valentina: Mi piace studiare Photoshop, e le trasformazioni a esso legate, ma non mi ci dedico anima e corpo tale da appassionarmi alla follia. Invece la pittura obbliga a stare calmi e dedicarvisi in modo approfondito; quindi, mi appassiona per forza maggiormente in quanto non si potrebbe fare altrimenti. La parte più brutta è litigare con il produttore.

Gabriele: Quella “economica”, quindi…

Valentina: Sono abbastanza brava coi preventivi, però odio questa parte del mio lavoro perché è quella più burocratica in generale. Non ho segretari, perciò sono obbligata a stare al computer al mattino a rispondere alle mail, a spiegarmi, a giustificarmi… È un aspetto lavorativo che proprio non sopporto. Ne vuoi una divertente? Non mi piace sentire il sudore delle persone dopo dodici ore di lavoro, asciugarlo, stare con gli attori sotto il sole sapendo che poi sono costretta a ritoccarli: quello è fastidioso.

Gabriele: Quindi non da un punto di vista odoroso ma proprio tattile…

Valentina: La sensazione, sì.

Gabriele: Che, d’altra parte, loro non possono farci niente, ma tu sei comunque costretta… Prossima domanda: esiste, nel tuo lavoro, qualcosa che, indipendentemente dal tuo gradimento, percepisci come molto faticoso oppure molto semplice?

Valentina: La creazione degli stampi, soprattutto quando bisogna rasare con le macchine, è faticosa. Magari fa caldo e ci si deve anche coprire per non sporcarsi di polveri nocive, indossare una maschera con quaranta gradi, anche se la procedura in sé non è difficile. Invece un’operazione più semplice, che però risulta ripetitiva e noiosa, è, per esempio, la pulizia degli stampi. La procedura è tecnicamente semplice, ma si è costretti a usare uno stuzzicadenti per attuarla dal momento che non abrade troppo. Quindi ci si impiega tanto tempo, procedendo molto lentamente… Anche la ripetitività di produrre in serie le protesi è particolarmente svilente: si scolpisce, si produce lo stampo e poi si estrapola, ad esempio, un pezzo di silicone da attaccare da qualche parte. Ogni giorno di ripresa richiede un campione nuovo, quindi se si hanno venti giorni di ripresa bisogna fare venti copie di silicone e il processo è tutto uguale: si fa lo stampo, si usa lo spray, si chiude e si aspetta. Poi si lava lo stampo, ecc… ed è sempre uguale per venti volte, a volte quaranta.

Il processo di creazione in serie di alcune protesi facciali

Gabriele: Sembra un po’ noioso effettivamente…

Valentina: Oppure anche attaccare i peli o i capelli a una protesi in silicone. Quello lo delego totalmente al mio team, non voglio vedere nessun pelo in quanto è una cosa che detesto.

Gabriele: Nel processo creativo, quanto devi attenerti pedissequamente al copione assegnato e quanto/quando e se puoi prendere invece decisioni artistiche in autonomia?

Valentina: Che bella domanda! La risposta è oscillante perché dipende dalla persona con la quale sto lavorando. Alcuni registi vogliono che io gli risolva un problema, poiché non hanno delle idee loro e io gli propongo le mie.

Altrimenti, può capitare di lavorare per registi che hanno delle idee molto forti e io, che magari non sono d’accordo, li devo dissuadere o condurre verso una soluzione alternativa.

Al di là poi della vera risposta, perché ogni lavoro è a sé, posso dire che all’inizio della mia carriera ero più “gelosa” delle mie idee: tendevo a imporle, a essere meno removibile. Invece adesso il mio obiettivo principale è trovare una soluzione. Solo dopo entra in gioco la mia conoscenza. Le risoluzioni che propongo, quindi, non sono mai troppo distanti da quello che voglio mettere in pratica, ma la priorità rimane ottenere il miglior risultato per quello che i registi vogliono.

Così, anche se finisco per prendere una scelta artistica che non mi soddisfa esteticamente al cento per cento, ma che trovo corretta, sono comunque felice. Devo ammettere che è stata un’evoluzione: prima ero più attaccata a un’estetica personale, adesso meno. Ora preferisco trovare un accordo con il regista, così che possano cercarmi perché io so dare forma alla loro idea. Ovviamente poi, se mi dicono, come surplus, di poterci mettere anche del mio, sono solo più felice.

Gabriele: Interessante, perché normalmente si fa il contrario: all’inizio si tende a sottostare alle richieste di chi ha un nome più altisonante del nostro, poi si acquisisce fiducia e si inizia a imporre un po’ più sé stessi. Tu invece hai fatto il contrario: prima imponevi te stessa e poi hai voluto metterti al servizio del regista. È come se tu fossi diventata più una “professionista” e meno un’”artista”…

Valentina: Questo perché io mi stizzisco facilmente, e però ho visto che, quando eseguivo delle operazioni che mi imponevano, ero comunque aperta ad ammettere che fossero venute bene e che gli altri avessero ragione, in caso fosse effettivamente così. Adesso non riesco più ad affrontare una questione partendo dal presupposto che sia sbagliata a prescindere. Cerco sempre di capire se, una volta portata a compimento, un’idea può risultare forte anche se all’apparenza poteva sembrare debole. In altre parole, mi interessa scoprire se c’è potenzialmente una visione solida dietro di essa.

8: IL RAPPORTO CON I REGISTI

Gabriele: A questo punto ti anticipo una domanda: senza fare necessariamente nomi, ti è mai capitato di dover soddisfare pretese assurde da parte di registi megalomani oppure le cose che ti sono state richieste nell’arco della tua carriera sono sempre state molto standard?

Valentina: Più la seconda, perché le persone con cui tento di osare alla fine preferiscono comunque avere lo standard. Per vivere, lo accetto senza lamentarmi troppo, anche se magari non si tratta della più divertente delle commesse… Ora che mi ci fai pensare, un’altra cosa che mi ha condizionato è che adesso vivo un po’ meno per lavorare. Questo lavoro è una passione ingombrante, quindi tendo a dargli tanto spazio nella mia vita. Però dopo anni che lo faccio comincio ad avere voglia di ritagliarmi del tempo per me. Quindi se mi viene richiesto qualcosa di standard, e cioè che riesco a concludere facilmente, sono comunque contenta. Chiaramente non mi svenderei mai per qualcosa su cui non sono d’accordo. Anche le cose rapide che mi vengono richieste, a volte me lo dicono proprio di non stare a farle bene perché tanto, magari, nel film neanche si vedono. Io però non riesco a non farle bene lo stesso. Diciamo che non mi arrabbio se ci posso mettere meno tempo.

Gabriele: Quando ti viene assegnata la commessa per un film, con chi ti interfacci e comunichi maggiormente?

Valentina: Questo dipende dal progetto, perché se mi chiama la produzione in quanto ha bisogno di effetti, a volte parlo direttamente col regista, e poi sono io che chiedo di parlare col truccatore, con il parrucchiere o con il costumista. Alcune volte il mio lavoro influisce sul loro e quindi ho bisogno di coordinarmi.

Nella maggior parte dei casi, quindi, ricevo le indicazioni specialmente dal regista. Ci sono delle volte però in cui mi interfaccio direttamente col truccatore. Può essere che quest’ultimo mi chiami perché, ad esempio, vuole delle ferite per un personaggio. In tal caso può capitare che io non parli neanche col regista, mi dice già il truccatore come le vuole. Poi, o mi coinvolge anche per andare sul set ad applicarle o gliele spedisco come fornitura. Queste sono le due figure di riferimento per me: o il regista o il truccatore.

Gabriele: Vuoi fare qualche nome per darti un po’ di lustro? Quello che vuoi!

Valentina: Mi è capitato di interfacciarmi, per esempio, con Ridley Scott, che sul set vuole le cose in un certo modo e a me è “toccato” eseguire gli ordini. Un aspetto importante del cinema, infatti, è la presenza di una gerarchia quasi folle: si cerca di essere molto rigidi e di non scavalcare nessuno.

Qui in Italia, invece, ho lavorato tanto con Matteo Rovere, che stimo molto, mentre adesso ho da poco finito di lavorare con Giovanni Veronesi… Ci ho avuto meno a che fare, ma anche con Paolo Sorrentino mi sono interfacciata, perché sono andata a lavorare per lui a supporto di un altro team. Oppure anche con Matteo Garrone, Enrico Maria Artale…

Ho lavorato anche per la serie “Avetrana – Qui non è Hollywood” di Pippo Mezzapesa, ed è stata una delle mie esperienze preferite. Lui mi piace molto. Tra l’altro è un soggetto che non diresti mai essere capace di realizzare certi progetti: è una sorta di rockstar, ma ha una sensibilità molto poetica. È davvero bravo a mio modesto parere.

9: FUTURO DEL CINEMA E MEMORIE DAL PASSATO

Gabriele: Nella produzione di effetti speciali, la componente analogica è fondamentale per garantire quanto più realismo possibile, giusto? Tuttavia, ultimamente si fa un gran parlare di Intelligenza Artificiale. Quindi volevo chiederti che impatto sta avendo o avrà un simile strumento, secondo te, sul tuo lavoro.

Valentina: Partendo dalle origini, alcuni anni fa c’è stato un grande dibattito sull’ingresso del digitale nel mondo dello spettacolo, in quanto alcune soluzioni hanno sostituito certe fasi del nostro lavoro. Per esempio, una creatura che una volta avrei costruito a mano, ora, potenzialmente, potrei farla tutta al PC. Se vivessi ancora a Londra, ti direi che avrebbe avuto un impatto enorme, perché in Inghilterra la computer grafica ha soppiantato molte fasi, e questo vale anche all’interno di un laboratorio. Tanta scultura viene fatta in digitale: si genera direttamente lo stampo in cui si plasma la protesi, in modo da saltare molti passaggi intermedi.

Gabriele: La situazione italiana, invece, com’è?

Valentina: In Italia abbiamo poche figure tecniche in grado di sfruttare bene il digitale. E io sono ancora più veloce coi metodi tradizionali.

Una cosa che ci “salva” sono i tempi troppo brevi per portare a termine le commesse, perché il digitale velocizza le tempistiche su alcuni aspetti, ma le rallenta su altri. La stampa è ancora lenta, per esempio: sono richiesti dei giorni per stampare ad alta risoluzione. A livello di tecnologia, ho già integrato nel mio lavoro la procedura di modellare i calchi, invece che con il materiale applicato direttamente alla testa degli attori, con la scansione a mano o la fotogrammetria. Con la scansione è possibile creare direttamente il modello, con la fotogrammetria invece si realizza una serie di scatti successivamente rielaborata tramite l’utilizzo di un software per ottenere il modello finale. Le due tecniche producono lo stesso file, ma concettualmente sono diverse. D’altra parte, gli attori sono molto felici del loro utilizzo perché non sono procedure invasive nei loro confronti. Anche per noi truccatori è meglio perché il materiale sulla faccia tira giù i volumi, quindi se una persona ha la pelle morbida (di solito dai quarant’anni in su) possono venire dei volumi sfalsati. Soprattutto se un attore è in carne, le protesi scendono un po’ più sulle guance e cambia molto l’approccio al suo trucco.

Gabriele: E per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale nello specifico e non genericamente il Digitale?

Valentina: A noi ha toccato nel momento in cui alcune produzioni ci hanno portato dei concept fatti con la IA, senza chiederci di realizzarli perché li avevano già ideati da loro. Abbiamo però dovuto adattarli alla realtà perché non erano risolti in modo preciso. Nel design, per esempio, ci è capitato un caprone che in originale aveva la faccia da caprone, quindi con gli occhi distanti dalla bocca, e doveva essere messo su un uomo. Noi abbiamo riadattato.

Altra cosa che uso veramente tanto è una app, chiamata “FaceApp”, con cui la gente gioca a ringiovanirsi oppure invecchiarsi “artificialmente”. Implementa un algoritmo molto complesso, e a me serve per fare i pre-design degli invecchiamenti.

L’invecchiamento è uno degli effetti più richiesti in Italia, in quanto il novanta percento circa dei film raccontano storie contemporanee o comunque ambientate nel mondo reale – di fantasy c’è veramente poco. Nelle pellicole capita, per esempio, di dover rappresentare un lasso di tempo in cui il protagonista è invecchiato e quindi spesso utilizzo l’algoritmo di “FaceApp” per interpretare come quella persona può apparire in futuro. Ho dovuto studiare come funziona, perché mi sono resa conto che prendendo la foto di un attore e dandogliela in pasto, se quell’attore, per esempio, ha una luce flash fatta al festival di Cannes che gli genera l’ombra del bavero sul collo, l’app interpreta quest’ultima come fosse un potenziale punto di piega. Se riconosce l’ombra di una mascella, la interpreta come una piega, un volume, quindi quando invecchia il soggetto in quel punto gli posiziona un collo perché vede un’ombra. Così ho capito che dovevo fare le foto agli attori con una certa luce, in modo che gli si leggesse già un naturale cedimento.

Ho somministrato a “FaceApp” quelle col contrasto più giusto, ottenendo un invecchiamento più realistico. In seguito, ho corretto a mano quest’ultimo perché l’applicazione ha un’età standard impostata al suo interno, non dà tutte le possibili opzioni. Ho lavorato per commesse che mi hanno richiesto dieci o più invecchiamenti, e usando l’app la procedura si è velocizzata notevolmente. Nella fase pratica, però, c’è ben poco da usare l’Intelligenza Artificiale.

Tutt’al più, ho provato dei software di elaborazione testuale per estrapolare da un copione le informazioni chiave, in quanto oggigiorno l’interpretazione dei testi è molto precisa. Però non mi fido ancora così tanto da prendere per oro colato il risultato ottenuto senza controllare personalmente la sua correttezza: trova spesso un’interpretazione sua. Se c’è scritto, per esempio, che un personaggio va da un punto a un altro e piove, il software non considera l’appunto relativo al meteo. Le protesi si bagnano perché la scena è ambientata sotto l’acqua, ma io rischio di non saperlo. Se ci sono dei peli devo scegliere tra pelo sintetico e no, devo decidere come arricciarlo, con la permanente o senza. Perché poi se piove e si riasciuga, devo fare in modo di perdere la piega per garantire un maggiore realismo. Riassumendo, non ci si può mai fidare completamente. Ho provato anche a far scrivere all’IA delle mail di risposta, ma nel mio lavoro utilizzo termini talmente tecnici che spesso i risultati si sono rivelati deludenti, almeno per ora. Però chi lo sa, forse in futuro…

Gabriele: So che tu hai vinto un David di Donatello, precisamente per il miglior trucco prostetico del film “Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta“. È questo il traguardo più grande che hai raggiunto nella tua carriera oppure ce ne sono stati altri di personalmente più soddisfacenti? Per esempio, informandomi ho scoperto che tu hai lavorato ai folletti della Gringott nella saga di “Harry Potter“…

Valentina: Sì, sicuramente esperienze come quella avuta con la saga di “Harry Potter” sono diverse. Sono soddisfazioni enormi nel momento in cui le stai vivendo. Di per sé questo David di Donatello m’ha soddisfatto, non posso dire di no perché lo sento molto come un riconoscimento a tutto il mio team. L’ho sempre inteso come un merito collettivo piuttosto che solamente limitato alla mia persona, e ciò perché il lavoro è di tutti noi, non sono mai da sola e mi è piaciuto che ciò fosse riconosciuto. Ero già stata nominata nel 2020, ma non ha avuto luogo nessuna premiazione a causa del Covid. Quindi mi sono tolta lo sfizio di andare almeno alla cerimonia.

Valentina (a sinistra) alla cerimonia di consegna del David

Quello è stato un anno di “bocca asciutta”, perché eravamo collegati tristemente da Internet e purtroppo non abbiamo potuto essere lì fisicamente. Secondo me però sono altre le soddisfazioni.

Per esempio, il lavoro più bello che ho portato a compimento è stato quello di “Avetrana – Qui non è Hollywood” per Disney+. Purtroppo, è una serie televisiva, quindi non ha premi in Italia come potrebbero essere i Saturn Awards o i Grammy all’estero, così non abbiamo avuto nessun riconoscimento ufficiale per tutto ciò che abbiamo realizzato. Il pubblico però ci ha dato un feedback molto positivo a riguardo: ho ricevuto tanti messaggi di apprezzamento da parte di sconosciuti che sembravano aver riconosciuto la portata del nostro lavoro. È stato bello, perché m’ha dato soddisfazione proprio risolvere il personaggio, che, per le caratteristiche fisiche dell’attrice in rapporto a quelle del ruolo che era chiamata a interpretare ha richiesto l’impiego di una bodysuit. In altre parole, abbiamo dovuto farle le braccia e le caviglie di silicone: è stato veramente tutto da studiare. A lei, erano richieste qualcosa come quattro ore di preparazione ogni giorno.

Quella di “Harry Potter” è stata un’esperienza altrettanto gratificante, però nella vita si va avanti, altre cose prendono un posto nel cuore. Tuttavia, “Harry Potter” oppure anche i “Guardiani della Galassia” mi sono rimasti dentro per lungo tempo.

Gabriele: Ah, hai lavorato anche per i Guardiani, quindi hai conosciuto James Gunn!

Valentina: Sì, ho conosciuto James Gunn, e ho anche una foto con Nebula che mi trucca, lei a me! Ho lavorato poi per “Game of Thrones“, mettendoci mano fin dal primo episodio, quando ancora nessuno poteva immaginarsi il fenomeno pop che sarebbe diventata.

Nebula (Karen Gillan) mentre “trucca” Valentina

All’inizio sembrava una serie qualunque. Ho lavorato alla prima stagione, poi mi hanno richiamato a fare un episodio della seconda. Ai tempi non l’avevo ancora neanche guardata, poi è uscito il cofanetto con prima, seconda e terza stagione insieme e ho deciso di colmare la lacuna.

Ne sono rimasta estasiata! Dopo mi hanno chiamato di nuovo per la quinta, la sesta e la settima stagione. Lì è cambiato tutto, era diventata una specie di “Harry Potter” dal punto di vista del budget. Intorno agli studios gli attori non potevano neanche uscire. Era palpabile quella sensazione che tempo addietro avevo provato anche sul set di “Harry Potter“, in quanto a orgoglio.

Gabriele: Tra l’altro eri giovanissima ai tempi di Hogwarts, ventitré/ventiquattro anni se non sbaglio…

Valentina: … e infatti iniziare la mia carriera con “Harry Potter”, al secondo anno che lavoravo all’estero, è stato per me un grandissimo trampolino di lancio. Quando sono andata a vivere a Londra, una mia coinquilina stava lavorando sul quinto film della saga. Lei mi aveva dato i contatti a cui scrivere l’anno dopo, poiché avrebbero girato il sesto capitolo.

Col settimo invece hanno prodotto così tanti effetti speciali che la maggior parte di essi neanche si vede. Per esempio, io ho lavorato sei mesi per una scena di due minuti circa.

Per la scena della Gringott credo di aver dipinto qualcosa come quarantacinque folletti in cinque mesi. La maggior parte erano solo maschere, ma c’erano anche dei pezzi di protesi, con colli, mani, orecchie… Il capo ai tempi era Nick Dudman, e aveva circa un centinaio di persone sotto la sua giurisdizione. Io ero solo una delle tante ruote del carro. Quando mi si chiede quale sia il progetto preferito al quale abbia lavorato, tutti pensano che risponda quello. In realtà la sensazione che hai è di essere una formica in un formicaio. È molto bello perché puoi dire di esserci stato, ma non lo sento veramente mio perché guardando il film mi accorgo di esserci solamente per un minuto e trenta secondi. A malapena si vedono i personaggi che ho fabbricato perché di folletti, in totale nella scena, ce ne sono… sessanta? In Italia invece vedi il film e il tuo lavoro continua a esserci: è un altro tipo di percezione.

Gabriele: Ti spieghi allora perché i titoli di coda sono lunghissimi, con al loro interno un sacco di nomi… Quindi se sto attento, alla fine del sesto capitolo, trovo anche il tuo?

Valentina: E già! La prossima volta vai a vedere gli studios di “Harry Potter” a Londra: lì ci sono tutti i set originali, in cui è possibile seguire il percorso con i costumi esposti. Ci sono anche tante creature di quelle che ho fatto io, e alla fine, prima del BookShop, si trova la bottega di Olivander, dove tutte le bacchette che è possibile vedere sugli scaffali hanno una targhetta con scritto sopra il nome del mago a cui appartengono.

Quelli sono i nomi delle persone che hanno lavorato ai film. Si può chiedere all’addetto dentro la stanza di mostrare dov’è una specifica bacchetta, se si conosce qualcuno che abbia lavorato alla saga.

Gabriele: Ah, quindi potenzialmente chiedendo di “Valentina Visintin” mi viene mostrata la tua bacchetta!

Valentina: No, ti farebbero solo vedere dov’è in caso tu voglia scattare una foto, come fosse un piccolo tributo. Però siccome è pensata per le famiglie di chi ha lavorato alla saga, questa stanza è alta circa tre/quattro metri, e la mia bacchetta è a circa un metro e mezzo di altezza. Sono andata con i miei famigliari pensando che la mia targhetta fosse, per dire, al quinto piano avendo lavorato solo al settimo film, e invece ho scoperto di essere stata piazzata ad altezza uomo: è stato un bel momento.

10: FONTI D’ISPIRAZIONE E CONSIDERAZIONI FINALI

Gabriele: Ora ti chiedo di citarmi qualche figura di riferimento, nel mondo dell’arte, che per te è stata di particolare ispirazione per diventare ciò che sei oggi.

Valentina: Dell’arte in generale?

Gabriele: Sì, non per forza del cinema, per esempio pittori che studiavi e che ti hanno colpito per il loro stile immediatamente riconoscibile.

Valentina: Difficile rispondere, avendo tante influenze. Sicuramente Füssli, un preromantico, perché metteva molte creature fantastiche negli incubi che dipingeva. Anche gli iperrealisti, come Ron Mueck o simili. Di loro a volte mi vado a vedere le mostre, sono curiosa di sapere come abbiano realizzato le loro opere.

Che mi abbia influenzato davvero tanto, però, credo sia più un’unione di mille arti: non saprei come dirlo meglio.

Tra queste, sono soprattutto i film ad avermi artisticamente ispirato. “Labyrinth – Dove tutto è possibile” ne è un esempio, una pellicola che, per la mia formazione, ha giocato un ruolo molto importante. Poi, per quanto non mi facciano impazzire i film di per loro, ma la saga de “Il Signore degli Anelli”, per la presenza di tante creature, mi ha fatto capire più di altri che fosse un mestiere adatto a me. Oppure anche “Dracula di Bram Stoker“, di Francis Ford Coppola, può essere un esempio altrettanto valido.

Gabriele: Nel rispondermi, hai più o meno anticipato le prossime domande. Ti avrei chiesto tre cose. In ordine: quali sono i tuoi quattro album preferiti?

Valentina: È una di quelle domande “da isola deserta”: non si può vivere solo con poca musica, è impensabile. Non saprei veramente cosa scegliere. Per esempio, l’altro giorno ho ascoltato “Piece of Mind” degli Iron Maiden, credo che quell’album sia pazzesco. Ma anche “Painkiller” dei Judas Priest, per me quello ha avuto un’influenza quasi psicologica. Come folgorazione, forse “Cowboys from Hell” dei Pantera. E poi probabilmente uno degli Aerosmith, perché devo dire che il mio avvicinamento al metal è stato tramite loro, un gruppo che amo tuttora alla follia. Ti direi “Get a Grip”, che so letteralmente a memoria. Sì, penso che questi potrebbero essere i quattro prescelti: mamma mia però che difficoltà!

Gabriele: E i tuoi quattro film preferiti?

Valentina: Di nuovo, “Labyrinth – Dove tutto è possibile” è quello che non manca mai. “Dracula di Bram Stoker” probabilmente anche, ma gli altri dipendono dal mood. Per esempio, stranamente mi piace molto “Non ti muovere” di Sergio Castellitto, tratto dal romanzo della moglie Margaret Mazzantini. Infine, potrei nominarti “Into the Wild” perché mi piacciono molto i film d’avventura, essendo io per prima una viaggiatrice accanita.

Gabriele: Infine, quali sono i quattro film che, secondo te, possono essere delle pietre miliari da un punto di vista del trucco prostetico?

Valentina: Prima di tutto, ti citerei “Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre”.

Gabriele: Comprensibile, infatti nel film c’è anche una scena con molte maschere appese ad un muro e, secondo me, quel momento vuole essere un tributo al mondo del trucco. Normalmente non si vedono le maschere se non attaccate al volto dell’attore, no?

Valentina: Sì, concordo! “Dracula di Bram Stoker” è un altro capolavoro indiscusso del trucco, con effetti speciali molto “realistici”, approccio che io amo particolarmente.

Gabriele: Io recentemente ho visto per la prima volta “Predator“, tu come lo definiresti?

Valentina: È bello, non sono però io una grande fan delle creature concepite in quel modo.

Gabriele: Ne deduco quindi che “Alien” non sia il tuo pane… Te lo chiedo perché so che ai tempi è stato portato avanti un importante lavoro nel concepire la creatura da un punto di vista morfo-psicologico.

Valentina: In realtà “Alien” mi piace, è che si tratta un po’ meno di “trucco” e più di “creatura”. Noi pensiamo al trucco più come a qualcosa di attaccato alla faccia dell’attore, mentre quello di Alien è un costume a tutti gli effetti. Per ultimo direi “Il labirinto del fauno“.

Gabriele: So che Guillermo Del Toro utilizza poca CGI e tanto trucco vero e proprio. Credo che anche “Hellboy” sia stato fatto su questa falsa riga, confermi?

Valentina: Sì, decisamente! La DDT SFX di Barcellona è la ditta che ha gestito praticamente tutti i film di Del Toro. David Marti, uno dei fondatori, è un esperto nel suo campo. Tra l’altro, adesso aprono il loro museo a Barcellona, perché hanno realizzato talmente tante creature nel corso degli anni da avere materiale sufficiente per un’esposizione.

Gabriele: Ci sarà anche “La forma dell’acqua – The Shape of Water” immagino…

Valentina: Non so se l’hanno gestito loro, però, quel film, mi sa che se ne sono occupati gli americani.

Gabriele: Ah.

Valentina: L’ha concepito un americano di cui non ricordo il nome, il “pesciolone”… [ride, ndr]

Gabriele: Sì, diciamo… l'”umanoide mezzo anfibio” [rido anche io, ndr]

Ringraziamo sentitamente Valentina Visintin per il tempo dedicatoci e le auguriamo la più radiosa delle continuazioni nel mondo della Settima Arte!