Toy Story 5

Toy Story 5


Andrew Stanton

Animazione, Avventura, Commedia | Usa
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Rudi Capra, nell’analizzare su queste pagine l’ultimo dei “Nosferatu” arrivati su grande schermo, si riferiva alla ciclica riproposizione della storia di Dracula come a un “mito”, ovvero un “racconto autorevole, senza padrone” che, “pur ripetendo gli stessi archetipi, rimane sempre attuale”. Ebbene, dopo più di trent’anni dall’uscita nelle sale del primo capitolo di “Toy Story”, e con le dovute proporzioni legate alle logiche di botteghino insite nelle operazioni commerciali che rispondono al nome di sequel, si può serenamente affermare che anche l’epopea dei giocattoli più famosi del mondo sia a tutti gli effetti diventata, quantomeno agli occhi degli appassionati, un rito collettivo.

Gli spettatori, anche se solo inconsciamente, in fondo sanno che a ogni iterazione della saga assisteranno alla riproposizione di un familiare, consolidato schema: l’equilibrio iniziale che viene rotto da un evento inaspettato, cui fa seguito la scissione del gruppo in parti distinte, e a cui è possibile porre rimedio con la reunion finale e la generazione di un novella stabilità, sia essa frutto della nascita di nuove amicizie tra i giocattoli (“Toy Story” e “Toy Story 2”), del passaggio di consegne a un nuovo padroncino (“Toy Story 3”) o il definitivo consolidarsi di un amore (“Toy Story 4”).

Più che analizzare “Toy Story 5” in ottica testuale, quindi, vale maggiormente la pena farlo in ottica meta-testuale, chiedendosi, di quella avanguardistica storia che fu alla base del primo capitolo della saga, cosa rimane nel quinto dopo tre decenni dall’uscita dell’originale. Paradossalmente, per chi scrive, la risposta è allo stesso tempo sia molto che poco, e ciò si può evincere già dalle premesse della vicenda.

Metatestualità

In “Toy Story 5” l’era dei giocattoli sembra essere giunta al termine, dal momento che la tecnologia e i suoi “dispositivi” pare abbiano soppiantato, nei bambini, la fantasia come terreno comune su cui intessere relazioni sociali. Questo elemento, presentato fin dai trailer del film in qualità di vero e proprio punto di rottura con le iterazioni passate, in realtà era già stato parzialmente esplorato nella saga, solo in maniera non estesa. “Toy Story: Tutto un altro mondo” è infatti uno special televisivo datato 2014 nel quale i nostri vengono portati da Bonnie a casa di un amico, che da poco ha ricevuto una nuova consolle di ultima generazione e che per questo non presta particolare attenzione ai giocattoli “analogici”, preferendo a questi ultimi la loro versione videoludica. Il tema centrale del cortometraggio ruota quindi attorno alla questione se, in un mondo dove i videogiochi sono apprezzati anche dai più piccoli, ci sarà o meno spazio, in futuro, per i balocchi classicamente intesi. Quel “tutto un altro mondo” del titolo, quindi, non rappresenta solo la landa preistorica dei dinosauri umanoidi con i quali il nostro gruppo si scontra, quanto piuttosto la dimensione virtuale dove i bambini stanno cominciando a trasferirsi per evadere con la propria fantasia. 

“Toy Story 5” aggiorna la tematica ai nostri tempi – ridendo e scherzando, da qui al 2014 è trascorsa una dozzina d’anni – aggiungendo alla questione videoludica anche quella para-relazionale dei social network, ma la sostanza rimane la stessa. Si assiste, in altre parole, a una riproposizione di stilemi narrativi già consolidati, che al massimo vengono riadattati a contesti nuovi e società differenti senza però venire trasfigurati nel loro significato. Proprio come avviene in un mito, appunto.

C’era una volta uno sceriffo

L’auto-riflessione della saga su sé stessa è incarnata appieno nel personaggio di Woody. Il ruolo, infatti, che quest’ultimo ricopre all’interno della narrazione è pressoché inutile: viene chiamato in causa per via di un errore di comunicazione con Jessie, si limita ad avere quelle due o tre buone intuizioni a cui, a conti fatti, avrebbe potuto arrivare anche Buzz e, da circa metà film in avanti, lascia sempre più spazio di manovra alla coppia cowgirl-space ranger. Esce di scena sul lato passeggero di una macchinina radiocomandata: a condurre il veicolo è Bo Beep, la sua dolce metà.

Il fatto che, per la prima volta in trent’anni, Woody non sia il protagonista di un capitolo della saga di Toy Story è indubbiamente un elemento inedito. Se però ci si sofferma a ragionare su chi ne prende il posto, ovvero Jessie, e su come ella sia in grado di guidare le operazioni di “salvataggio” di Bonnie, degne del miglior Woody all’asilo Sunnyside, ci si accorge di quanto, in realtà, non sia cambiato nulla veramente. Woody ha solamente fatto il suo tempo: da giocattolo preferito di Andy, poi giocattolo “di seconda scelta” di Bonnie, divenuto genericamente “protettore” dei giocattoli al fianco di Bo, deve infine accettare di non essere più protagonista della sua stessa saga. Spesso nel corso della narrazione saranno proprio gli altri giocattoli a ricordargli quanto ormai lui sia diventato vecchio, “sfoggiando” egli una lucente pelata e non riuscendo sempre a trattenere efficacemente una vistosa pancetta. Perfino “You’ve Got A Friend In Me”, canzone iconica del rapporto che intercorre(va) tra lui e Andy, non viene mai riprodotta nel corso della narrazione, mentre a prevalere sono le partiture di “When She Loved Me”, ovvero il tema di Jessie e Emily. Ma il Mito non invecchia per definizione e, invece, si ricostituisce sempre più vivido di prima, quindi ecco che a portare avanti l’avventura ora è chiamata proprio lei. Nel 2022 ci aveva provato Buzz raccontando la sua “vera storia”, con scarsi risultati. Il testimone passa ora quindi alla ragazza dai capelli rossi.

C’è ora una cowgirl

A ben vedere, la scelta non è neanche così peregrina, se si guarda all’esperienza che Jessie ha maturato attraverso le generazioni come giocattolo. Prima Emily (che nel corso del film si scoprirà avere mantenuto un legame molto profondo nei confronti di Jessie, all’insaputa di quest’ultima), poi Andy e infine Bonnie: tre padroncini differenti per tre diversi momenti storici, dal 1955 fino ai giorni nostri. Woody, da questo punto di vista, ha avuto solo Andy e dei brevi trascorsi con Bonnie, vissuti che, per quanto profondi, comunque non raggiungono il coinvolgimento emotivo di quelli di Jessie, che infatti è colei che sembra soffrire maggiormente l’abbandono, avendolo esperito già due volte nel corso della sua vita, rischiando di subirlo una terza e costretta quindi a vedersi ripetere sempre lo stesso ciclo di eventi.

È l’occasione, per il regista Andrew Stanton (“WALL•E”, “Alla ricerca di Nemo” e “Alla ricerca di Dory”) e la co-regista Kenna Harris (al suo esordio su grande schermo) di mettere in scena una vera e propria storia di empowerment femminile, incarnata appieno dalla scelta di coinvolgere sua maestà Taylor Swift nella scrittura del brano originale che accompagna i titoli di coda, ovvero “I Knew It, I Knew You”. Miss Americana ha infatti costruito la sua carriera proprio sul classico immaginario statunitense da self-made che, contro tutto e tutti, con le sue sole forze e nonostante il suo essere donna, l’ha portata a costruire negli anni un vero e proprio impero artistico e finanziario. Al di là delle controversie, inevitabilmente presenti attorno a una figura così esposta mediaticamente come lei, ciò che conta è sottolineare la volontà della coppia di registi di tracciare un parallelo tra la country-girl poligonale e quella in carne e ossa, così da rendere l’uscita di scena di Woody (e più in generale del Protagonista Maschile) più netta di quanto già non fosse. Eletto metaforicamente un nuovo leader, un nuovo “sceriffo”, i giocattoli ora possono finalmente seguire la sua guida, superare le divergenze date dalla loro eterogenea natura e assicurare a Bonnie una nuova amicizia. Di nuovo, il Mito si ripete.

In conclusione, “Toy Story 5” è un’opera scritta e diretta dai fan per i fan, volontà testimoniata dall’enorme quantità di citazioni ai capitoli precedenti sparse qua e là nel corso di tutto il film. Difficilmente piacerà ai detrattori (se anche ne esiste qualcuno), tanto quanto difficilmente non piacerà agli amanti della prima ora. Resta da chiedersi che cosa ne sarà della saga d’ora in avanti, se continuerà a far rivivere i suoi protagonisti su grande schermo oppure se, come già molti sostengono che avrebbe dovuto fare dopo il terzo lungometraggio, deciderà di mettere la parola fine a un’epopea pluridecennale. Chi scrive, lato suo, può solo dichiarare che, in caso, sarà in prima fila per assistere a eventuali nuovi sviluppi. D’altronde, se il motto dev’essere “verso l’infinito… e oltre!”, considerando che si è al quinto capitolo, in fondo è un po’ come essere appena all’inizio.

21/06/2026

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