Locarno Film Festival 79
“Paper Tiger” segna non solo un tassello della filmografia di James Gray coerente con la propria poetica autoriale ma anche, contemporaneamente, un momento di autoriflessione da parte del regista, una pausa dedicata a tirare le somme dopo i capolavori degli anni passati, rivolti alla ripresa dei generi hollywoodiani e alla loro riattualizzazione. Gray è indubbiamente di uno dei registi più importanti degli ultimi 20-30 anni, come dimostra il conferimento del Pardo alla Carriera ricevuto in questi giorni presso il Locarno Film Festival. Tuttavia, la critica nostrana ha sempre dimostrato poca attenzione a questo grande cineasta, per motivazioni che si fatica a comprendere: si tratta di un autore che ha lavorato all’interno delle dinamiche industriali e di genere del cinema contemporaneo, traghettando interi filoni verso la contemporaneità, al contempo rivisitandoli dall’interno in senso critico e riattualizzandone il formato. Forse la mancata attenzione critica deriva dalle forme poco controverse attraverso cui il regista dà luogo alla sua riflessione interna al cinema di genere: non è uno sperimentatore o un iconoclasta animato dal desiderio di distruggere ciò che rimane per far largo al nuovo, ma è invece più vicino al filologo, che con amore e rispetto per la fonte si china su di essa per rileggerla e capirne l’essenza.
Si diceva del carattere riflessivo del film rispetto alla carriera del regista: “Paper Tiger” sembra voler tirare le somme sia della propria filmografia che dell’oggetto verso cui Gray ha sempre diretto il proprio sguardo, cioè il cinema hollywoodiano nella sua interezza. Iniziamo dal primo aspetto: il lungometraggio si caratterizza per una forte ripresa di elementi tratti dalle sue opere precedenti e questo avviene sia affrontando nuovamente tematiche fondanti la propria filmografia, come la centralità del nucleo familiare, fonte tanto di sicurezza quanto di dissidi e pericoli, o l’ambizione e la tensione verso la promessa di ricchezza e gloria che si trasformano nel loro contrario, oltre all’ineluttabilità del proprio (spesso tragico) destino; sia dando luogo a piccoli richiami delle proprie opere relativamente a elementi inerenti la trama che a intere scene. Esempi di quest’ultimo caso sono il desiderio protratto verso un mondo nuovo e ricco di promesse di ricchezza che ricorda “Civiltà perduta”, oppure le dinamiche familiari divise tra polizia e mafia come “I padroni della notte”, di cui inoltre riprende per pochi attimi anche il bellissimo inseguimento in macchina, caratterizzato oltretutto da una delle marche autoriali maggiormente riconoscibili di Gray, cioè l’uso del suono diegetico a fini espressivi e drammatici (si pensi al suono dei tergicristalli nella scena appena citata e, in “Paper Tiger”, al rumore delle macchine industriali mentre i due fratelli si parlano al telefono).
Invece, per quanto riguarda il secondo aspetto, cioè la riflessione verso il cinema hollywoodiano, è possibile notare come anche “Paper Tiger” appartenga a un genere ben definito, in questo caso il noir. Il film si configura come un nuovo tassello della ripresa dei generi classici operata da Gray, come è accaduto in “Ad Astra” per la fantascienza, “I padroni della notte” per il gangster movie, “C’era una volta a New York” per il melodramma e via discorrendo. “Paper Tiger”, inoltre, fa proprie le caratteristiche più classiche e tradizionali del cinema statunitense come, ad esempio, la struttura narrativa in tre atti e la centralità conferita al sogno americano (il desiderio di arricchimento condiviso sia dai due fratelli che dalla mafia) come motore delle dinamiche umane del film, con il relativo corollario di morte determinato dal fatto che questo sogno porta i protagonisti a scontrarsi con una realtà molto pericolosa, coniugando così a livello simbolico l’eros del desiderio con il thanatos del rischio e della minaccia. Altro esempio è la visione manichea della realtà: il mondo narrativo è diviso in due blocchi netti, costituiti dall’onesta famiglia borghese che si contrappone all’illegalità della mafia, dove solo la polizia (altro tema ricorrente in Gray) fa da tramite e da elemento unificante. In realtà la figura del doppio è dominante in tutto il film: oltre alla famiglia mafiosa che si contrappone a quella borghese, troviamo il focolare domestico di Irwin e quello composto dal fratello; inoltre, anche le problematiche che affliggono i protagonisti si caratterizzano per una struttura duale, dato che i dissidi con la mafia e con il mondo esterno si associano ai guai interni alla famiglia, cioè la salute della moglie.
Tuttavia, oltre a configurarsi come un nuovo tassello della propria riflessione autoriale, “Paper Tiger” mostra inoltre un elemento differente rispetto alle opere precedenti: qui Gray sembra trattare le vicende narrative in senso minimale, conferendo a esse meno spessore e importanza rispetto al passato, dando maggiore riguardo ad altri elementi, come la descrizione minuziosa degli ambienti, ottenuta anche attraverso una magnifica fotografia che si caratterizza per splendidi ed espressivi giochi di luce e colori. Si tratta di una predominanza di elementi formali che, tuttavia, sono in grado di compartecipare al contenuto illuminandolo e finendo con il conferire maggiore intensità e spessore alla storia, dando luogo così a una profonda armonia fra stile e tematiche, riprendendo cioè un’altra delle caratteristiche proprie del cinema classico.
Infine, il minimalismo con cui viene trattata la vicenda permette anche l’emersione e la conseguente più facile individuazione di archetipi narrativi afferenti alla tragedia, in realtà da sempre presente nella filmografia di Gray. Le tematiche prima citate dei suoi film sono infatti delineate secondo traiettorie tragiche: l’ambizione diventa hybris, cioè un desiderio partorito dalla mancata conoscenza dei primi limiti e destinato inevitabilmente a scontarsi con questi ultimi, dunque con il proprio destino da cui è impossibile scappare, dando luogo a una lotta senza possibilità di successo e destinata, appunto, alla caduta. In tutto questo, emerge tuttavia una moderna antigone: Hester, in grado di trasformare la propria vicinanza alla morte in un atto di forza, scardinando le logiche maschili dell’onore e dell’omertà per dare luogo all’atto che salverà la propria famiglia da un potere mafioso incentrato sul ricatto e sulla violenza.
09/08/2026