Maldoror

Maldoror


Fabrice Du Welz

Drammatico, Poliziesco | Belgio, Francia
(2024)

Che quella di “Maldoror” sia stata una storia difficile da raccontare ce lo dice lo stesso regista attraverso il senso assunto dalla cornice visiva che racchiude le sequenze ispirate alla vicenda del Mostro di Marcinelle, il serial killer che nel 1995 seviziò e uccise diverse adolescenti approfittando del malfunzionamento di istituzioni e forze dell’ordine e ancora sulla (presunta) protezione di una rete di pedofili legata ai livelli più alti della società belga. Succede infatti che la sezione iniziale e finale, quelle in cui compaiono i nomi di chi ha preso parte al film, non siano dei semplici strumenti informativi. In quella d’apertura a scorrere davanti ai nostri occhi in un mix di immagini di repertorio e inserti di finzione (tratti dallo stesso film) è un’anticipazione di ciò che vedremo, assemblata come potrebbe esserlo un servizio giornalistico di cronaca nera. Parliamo di una soluzione non troppo originale se non fosse per la scelta del regista di mostrarne una versione VHS praticamente inguardabile, smagnetizzata al punto da ostacolarne l’interpretazione e culminante in pulviscolo di puntini grigi neri e bianchi che nell’insieme rimandano in maniera neanche troppo nascosta ai diversi punti di vista presenti nel film.

Quello del regista che di fronte all’impossibilità di rileggere la Storia alla luce di una verità mai acclarata preferisce trasfigurarla attraverso l’ossessione di Paul Chartier, il giovane poliziotto impegnato in un indagine che un poco alla volta diventa anche una resa dei conti con la propria esistenza. Quello dello stesso protagonista, dapprima costretto a subire una narrazione distorta degli eventi culminati nella negazione/cancellazione (il pulviscolo elettromagnetico) di ciò che è stato e dopo, a giochi fatti, intento a prendersi la sua rivincita, cancellando la memoria di ciò che ha visto e dunque cambiando il significato di quello stesso effetto neve (presente nell’immagine che anticipa i titoli di coda) che in precedenza era stato simbolo di sconfitta e che qui ritorna per incarnare non tanto un riscatto – in “Maldoror” nessuno può vincere – ma il riposizionamento del personaggio in una sorta di terra di mezzo – il carcere – dove si possono prendere le distanze dalla contrapposizione tra buoni e cattivi nella consapevolezza di non appartenere né agli uni né agli altri.

Partendo dallo stesso assunto di “Zodiac”, anche quello incentrato su una storia senza la scoperta del vero colpevole (nel film di Du Welz i responsabili occulti restano tali), e con al centro un protagonista ossessionato dalla ricerca della verità, “Maldoror” se ne distacca perchè diversamente da quello non concentra l’investigazione sul modus operandi dell’assassino (Sergi Lopez, perfetto nell’impersonare un orco contemporaneo) ma la prende in considerazione per costruire uno spaccato sul dolore della condizione umana, con un’attenzione quasi lombrosiana nel trovare una corrispondenza tra i corpi e volti dei personaggi e la natura dei comportamenti umani e dunque nel far emergere la diversità morale di Paul (Anthony Bajon, bravissimo) dal suo viso slavato e dai suoi tratti fanciulleschi; e ancora, a far risalire il vizio e la turpitudine di Marcel “Dedieu” (cognome che sottolinea una costante del film, quella della contiguità tra bene e male) dalla tracotanza caratteriale e dalla sua decadente fisicità.

A differenza degli epigoni americani però in “Maldoror” il tentativo di fermare la striscia di sangue non è affidato al solito cane sciolto, intelligente ma riottoso alle regole. Cresciuto in un ambiente malsano e con l’imprinting di chi ha il destino segnato Paul è un antieroe a tutto tondo, sconfitto in ciò che gli preme di più, quello di “stare dalla parte dei giusti” in un mondo in cui bene e male si confondono.

Così facendo “Maldoror” si trasforma in un viaggio dal paradiso all’inferno che inizia con l’immagine del crocifisso da cui la mdp simbolicamente si allontana e finisce con quella del protagonista all’interno del carcere ripreso in campo lungo in modo da cristallizzare l’irreversibilità della condizione. Antipodi all’interno dei quali la storia prende forma attraverso una progressiva identificazione tra la scoperta dei delitti e delle nefandezze commesse e lo sprofondare del poliziotto in una spirale autodistruttiva in cui si sente l’eco dell’eterno ritorno che caratterizza la filosofia del noir: esemplare in tal senso è la lunga sequenza del matrimonio con la fidanzata italiana in cui la totale aderenza ai valori della vita comunitaria, con ciò che ne consegue in termini d’identità e appartenenza, è messa in dubbio dall’improvvisa entrata in scena della madre negletta (Béatrice Dalle, rediviva), rappresentante di quel passato dal quale il ragazzo credeva di essersi sottratto. 

Partendo da un lavoro documentario e di ricerca sul campo, che trovano riscontro soprattutto nella ricostruzione ambientale caratterizzata da interni spogli e inospitali fatti apposta per non fornire alcun conforto alle pene dei personaggi, Du Welz è bravo a trascendere il reale con una messa in scena che affida al fuori campo le conseguenze del male e mette in mostra una violenza anti spettacolare, più psicologica che materiale, come la scelta di far sentire più che vedere la discesa nell’antro del mostro in cui è solo il buio a salvarci dalla visione della “bestialità” che vi si cela in quella che è la scena più orrorifica del film. Senza esimersi da una parvenza di catarsi quando si tratta di occuparsi del destino del famigerato serial killer mettendo in atto una resa dei conti che fa tornare in mente la differenza con un altro film di David Fincher, “Seven”, laddove lo shock provocato dalla contaminazione morale di chi guarda in faccia all’abisso – in quel caso era il detective David Mills, impersonato da Brad Pitt, come Paul giovane e impulsivo – nel lungometraggio di Du Welz perde il suo pathos, essendo Paul fin dall’inizio portatore di un peccato originale che lo mette al riparo da un simile contraccolpo. Senza contare che parlando di un male universale e inintelligibile, storicizzato il meno possibile per non legarlo troppo a un determinata epoca, “Maldoror” per sua natura non fornisce alibi allo spettatore facendolo restare nel “pantano” della visione, dal quale neanche l’eliminazione del Mostro lo può togliere. 

Presentato in anteprima mondiale fuori concorso all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2024, “Maldoror” è un film da non perdere.    

01/09/2026

Cast e credits

Distribuzione
Movies Inpsired
Produzione
Canal +, Frakas Productions, The Jokers Films
Sceneggiatura
Fabrice Du Welz, Nicola La Porta
Fotografia
Manuel Dacosse
Scenografie
Emmanuel De Meulemeester
Montaggio
Nico Leunen
Musiche
Vincent Cahay
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