Alejandro González Iñárritu torna a confrontarsi con la figura dell’uomo che si crede più grande del mondo che lo circonda, costruendo con “Digger” una parabola grottesca sulla caduta di un magnate del petrolio convinto di poter ancora assumere il ruolo di salvatore dell’umanità. Digger Rockwell, interpretato da un Tom Cruise irriconoscibile sotto protesi, trucco e un’imponente caratterizzazione fisica, ha contribuito con la propria attività allo sfruttamento del pianeta e alla crisi che lo sta conducendo verso il collasso; quando le conseguenze delle sue azioni diventano impossibili da ignorare, la sua prima reazione non è interrogarsi sulla propria responsabilità, ma riaffermare la centralità di sé stesso. L’idea contiene già il nucleo satirico dell’opera: l’uomo che ha costruito la propria fortuna scavando nelle profondità della Terra pretende di essere anche colui che può salvarla.
Il nuovo film di Iñárritu si colloca così nel solco di una filmografia popolata da protagonisti titanici, individui convinti di poter opporre la propria eccezionalità alla precarietà dell’esistenza e destinati, prima o poi, a misurarsi con il fallimento. Da “Birdman” a “Revenant”, passando per “Bardo”, il regista messicano ha spesso osservato questi personaggi attraverso una combinazione di fascinazione e distanza, lasciandoli precipitare mentre la macchina da presa continua a seguirne la grandezza, il ridicolo e l’autodistruzione. Digger Rockwell rappresenta una versione particolarmente estrema di questa figura: miliardario, magnate dell’energia, narcisista e uomo di spettacolo, è allo stesso tempo artefice della catastrofe e protagonista della narrazione che dovrebbe raccontarla.
È proprio il controllo della narrazione a diventare uno degli elementi centrali del film. Quando la crisi ambientale precipita, Digger non cerca soltanto una soluzione concreta: cerca di determinare il modo in cui quella crisi verrà percepita. La politica, i media, la comunità scientifica e il pubblico diventano parte di una rappresentazione nella quale la responsabilità può essere continuamente spostata, deformata o assorbita dalla personalità di chi occupa il centro della scena. Il disastro ambientale, allora, non è soltanto il contenuto della vicenda, ma anche il materiale attraverso cui Iñárritu costruisce una riflessione sulla trasformazione della realtà in spettacolo.
Da questo punto di vista, la teatralità dichiarata di “Digger” non è un semplice ornamento. Fin dalle prime immagini il film insiste sulla propria natura di rappresentazione: le tende che si aprono come un sipario, gli ambienti costruiti con un evidente gusto artificiale, il paesaggio che appare quasi come un fondale e la disposizione degli interpreti all’interno della scena definiscono un universo nel quale ciò che viene mostrato è costantemente accompagnato dalla consapevolezza di essere mostrato. Il rapporto con “Birdman” è quindi evidente, ma la teatralità assume qui una funzione differente: non serve soltanto a interrogare il confine fra cinema e palcoscenico, bensì a mettere in discussione il modo in cui una catastrofe può essere trasformata in racconto, intrattenimento e strumento di consenso.
La sceneggiatura, firmata da Iñárritu insieme ad Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman, costruisce una struttura nella quale rappresentazione e realtà finiscono continuamente per sovrapporsi. Il disastro ambientale è reale, ma viene osservato attraverso una serie di dispositivi che ne alterano la percezione; Digger è contemporaneamente responsabile della crisi e interprete della propria versione dei fatti; il film racconta uno spettacolo e, nel farlo, diventa esso stesso spettacolo. La dimensione metanarrativa non è dunque un semplice gioco formale, ma costituisce il modo attraverso cui Iñárritu tenta di affrontare una delle contraddizioni più evidenti del presente: la capacità di trasformare persino l’emergenza in un prodotto da consumare visivamente.
Il bersaglio della satira è volutamente ampio. “Digger” mette insieme crisi climatica, sfruttamento delle risorse, dipendenza dai combustibili fossili, concentrazione della ricchezza e incapacità della politica di sottrarsi agli interessi economici. Digger rappresenta il volto più vistoso di questo sistema, ma non ne è l’unico responsabile. La sua esistenza dipende da una struttura più vasta, fatta di consumatori, istituzioni e rapporti economici che hanno permesso a un uomo come lui di accumulare un potere pressoché illimitato. La satira acquista così una dimensione meno semplicistica di quella che potrebbe suggerire la caricatura del protagonista: la responsabilità non appartiene soltanto al singolo magnate, ma anche al sistema che ne ha reso possibile l’ascesa.
Il film preferisce tuttavia affrontare questa materia attraverso la deformazione grottesca anziché attraverso il realismo. È una scelta coerente con il cinema di Iñárritu, ma anche una delle ragioni per cui “Digger” può risultare meno immediato rispetto alla gravità dei temi affrontati. La caratterizzazione dei personaggi secondari è spesso volutamente esasperata: il potere politico, la comunità scientifica e gli apparati istituzionali vengono rappresentati attraverso figure che appartengono più alla farsa che alla rappresentazione naturalistica.
Ed è proprio la performance a occupare il centro della costruzione visiva. Tom Cruise assume il ruolo di Digger come una radicale deformazione della propria immagine cinematografica. L’attore che per decenni ha incarnato il corpo dell’eroe capace di correre verso il pericolo viene trasformato nell’uomo che quel pericolo ha contribuito a generarlo e che continua a comportarsi come se fosse indispensabile alla salvezza del mondo.
Cruise costruisce così un personaggio che è contemporaneamente caricatura e protagonista tragico. Digger non è semplicemente un miliardario ridicolo: è un uomo incapace di concepire un mondo nel quale non sia lui a occupare il centro. La sua convinzione di poter risolvere la crisi è la prosecuzione naturale della stessa logica che lo ha condotto a provocarla. Anche quando sembra assumersi una responsabilità, il gesto può diventare immediatamente una nuova forma di autoaffermazione. L’attore sfrutta questa contraddizione con una recitazione costantemente sopra le righe, coerente con un universo nel quale l’eccesso non è una deviazione, ma la regola.
Iñárritu asseconda questa impostazione attraverso una messa in scena altrettanto imponente. Girato in VistaVision dal direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, “Digger” costruisce immagini di grande precisione compositiva, nelle quali scenografie, effetti digitali e ambienti naturali vengono organizzati come parti di una gigantesca macchina spettacolare. La nitidezza dell’immagine e la ricchezza dei set contribuiscono a creare un mondo sospeso fra iperrealismo e artificio, perfettamente coerente con la natura metacinematografica dell’opera. Il paesaggio stesso diventa spesso un fondale, una superficie da contemplare e contemporaneamente da mettere in discussione.
Questa magnificenza visiva è però anche il punto in cui il film rischia maggiormente di ripiegarsi sulla propria stessa idea di spettacolo. Iñárritu sembra consapevole del pericolo e lo incorpora nella struttura narrativa, ma non sempre riesce a trasformare questa consapevolezza in una reale messa in discussione. Le immagini continuano a esibire la propria complessità, i piani sequenza rivendicano la precisione della loro costruzione, gli ambienti vengono caricati di significati e la rappresentazione del disastro assume una dimensione sempre più monumentale. Il paradosso è evidente: il film mette in guardia dalla spettacolarizzazione della catastrofe mentre costruisce una delle sue rappresentazioni più grandiose.
È una contraddizione che non necessariamente costituisce un difetto. Anzi, in alcuni momenti diventa il principio più interessante dell’opera. “Digger” sembra chiedersi se sia possibile raccontare la crisi senza trasformarla in intrattenimento, e allo stesso tempo riconosce l’impossibilità di sottrarsi completamente ai meccanismi dello spettacolo. Il cinema non può limitarsi a denunciare la trasformazione della realtà in immagine perché anche la denuncia, una volta portata sullo schermo, diventa immagine. La difficoltà sta allora nel capire se la consapevolezza di questa contraddizione sia sufficiente a superarla.
La risposta di Iñárritu rimane volutamente ambigua. In un momento particolarmente significativo, la stessa rappresentazione viene messa in discussione dall’interno, quasi che il protagonista avvertisse la deriva farsesca dello spettacolo al quale sta partecipando. È una crepa interessante perché sembra aprire la possibilità di un’autocritica: il film potrebbe fermarsi e interrogare il proprio gusto per l’eccesso, chiedersi se l’esibizione della propria complessità non finisca per riprodurre esattamente il meccanismo che intende criticare. Ma la crepa rimane circoscritta. La rappresentazione riprende il sopravvento e il film torna a fare ciò che sa fare meglio: costruire una scena sempre più grande, più rumorosa, più elaborata.
È qui che emerge il rapporto più problematico con l’eccesso che attraversa il cinema di Iñárritu. La sua regia possiede una forza indiscutibile e una notevole capacità di trasformare ogni scena in un evento visivo, ma la continua intensificazione dei registri rischia talvolta di ridurre la possibilità di modulazione. Quando ogni immagine è costruita per essere significativa, spettacolare o perturbante, diventa più difficile stabilire una gerarchia fra ciò che conta davvero e ciò che appartiene alla superficie dello spettacolo. “Digger” vive di questa sovrabbondanza e, allo stesso tempo, ne mostra i limiti.
Anche la satira risente di questa impostazione. Il film possiede un bersaglio preciso e una premessa narrativa efficace, ma tende talvolta a esplicitare ciò che le immagini avevano già reso evidente. La caricatura dei personaggi, la moltiplicazione dei registri e la continua ricerca della battuta o della situazione paradossale possono attenuare la forza di alcune intuizioni. Non si tratta di un problema di ambizione, quanto piuttosto di equilibrio: la materia avrebbe forse bisogno, in alcuni passaggi, di una maggiore capacità di sottrazione per lasciare che il grottesco producesse da sé il proprio effetto.
Eppure, sarebbe riduttivo considerare “Digger” soltanto come un esercizio di stile. Sotto la superficie iperbolica rimane una riflessione precisa sulla responsabilità e sulla possibilità di trasformare una colpa collettiva in una questione individuale. Digger è certamente responsabile, ma la sua responsabilità non esaurisce il problema. Il sistema che lo ha prodotto continua a funzionare anche quando il singolo individuo viene messo sotto accusa. La crisi climatica, nella prospettiva del film, non è il risultato dell’azione di un unico antagonista: è il prodotto di un modello che ha trasformato lo sfruttamento in normalità e che continua a produrre le condizioni della propria sopravvivenza.
In questo senso il protagonista è tanto il colpevole quanto il prodotto di una società che gli ha permesso di diventare ciò che è. La sua convinzione di essere il salvatore del mondo contiene una parte di verità proprio perché il sistema gli ha insegnato a identificare il potere con la capacità di intervenire. Non sa concepire una soluzione che non passi attraverso di lui, così come non sa immaginare una realtà nella quale il suo ruolo non sia centrale. La sua caduta diventa allora anche la crisi di un modello di leadership fondato sull’eccezionalità individuale.
Il risultato è un’opera certamente ambiziosa, spesso inventiva e sorretta da una notevole padronanza tecnica, ma che non sempre riesce a far coincidere la ricchezza delle proprie idee con la precisione della loro elaborazione. La sua complessità non è priva di fascino e alcuni passaggi dimostrano quanto Iñárritu sappia ancora costruire immagini capaci di imporsi con forza, ma la continua sovrapposizione di satira, tragedia, farsa e metacinema può rendere il percorso meno compatto di quanto le premesse lascerebbero immaginare.
Forse il limite e insieme la qualità più interessante di “Digger” risiedono proprio qui. È un film che sembra voler mettere in discussione il proprio stesso dispositivo, ma che non rinuncia mai completamente al piacere di esibirlo. Critica l’uomo che trasforma ogni crisi in una nuova occasione per affermare sé stesso e, contemporaneamente, costruisce un’opera che porta in primo piano la propria firma, la propria tecnica, la propria spettacolarità. È una contraddizione irrisolta, ma non necessariamente sterile: perché se Iñárritu non riesce del tutto a uscire dalla rappresentazione che mette sotto accusa, almeno rende quella prigionia parte della materia stessa del film.
“Digger” rimane così una satira sul potere che sceglie deliberatamente la forma dell’eccesso per raccontare un mondo nel quale l’eccesso è diventato sistema. La caduta di Digger Rockwell è quella di un uomo che continua a credersi indispensabile mentre il terreno sotto di lui scompare, ma è anche la caduta di un’idea di cinema che cerca di osservare la catastrofe senza rinunciare alla propria natura spettacolare. Iñárritu non trova sempre il punto di equilibrio fra queste due esigenze, ma proprio nella loro collisione costruisce un’opera riconoscibile, imperfetta e tutt’altro che priva di interesse.
06/10/2026