A Snake of June

A Snake of June


Tsukamoto Shinya

Drammatico | Giappone
(2002)

Tsukamoto Shinya è uno dei più interessanti registi del panorama cinematografico contemporaneo. Accostato più volte a Lynch e Cronenberg soprattutto per “Tetsuo, The Iron Man” riesce a mantenere una propria compatta identità registica ed una poetica personale solitamente incentrata sulla forma del corpo umano, soprattutto nella sua decadenza e mutazione/trasformazione. Sotto quest’aspetto non fa eccezione “A Snake of June”, un film che il regista giapponese ha dichiarato di voler dirigere da almeno dieci anni prima della sua effettiva realizzazione. Ripreso in un elettrico bianco e nero virato in blu, risulta un film complesso ed ossessivamente penetrante veicolando le riflessioni di Tsukamoto sul rapporto tra malattia ed accettazione di sé, e ritraendo il cinema come un voyeurismo che nel violare l’intimità degli uomini può condurli lungo un percorso di autoscoperta.

Rinko (Kurosawa Asuka) è sposata ad un uomo molto più anziano di lei, tra i due sembra che la passione sia oramai sepolta sotto anni di abitudini. Mangiano separatamente, dormono lontani, quasi non si parlano, trascorrono le loro vite in due solitudini che non si abbracciano. Lavorano e la loro vita è poco altro. Rinko è consulente per un telefono di supporto, sa aiutare gli altri, ma è incapace di soccorrere se stessa. In tutto questo, la sensazione che qualcosa sia andato perduto e che la vita non si riduca a questa morta quiete è avvertibile fisicamente. Tutto cambia quando Iguchi (Tsukamoto Shinya), fotografo malato terminale, irrompe nelle loro vite prima ricattando la ragazza e poi coinvolgendo anche il marito Shigehiko (Koutari Yuji). Inizia, allora, un viaggio di autoriconoscimento nel corso del quale anonimi luoghi cittadini si trasformano in scenari terrificanti in cui le paure e le insicurezze di Rinko prendono forma.

Cinema e voyeurismo. È significativo che il regista vesta i panni del fotografo e ricattatore Iguchi: il regista catturando un’immagine ruba un frammento di intimità e la sua esibizione assume la forma del ricatto. Il compito del regista, per Tsukamoto è quello di minacciare lo spettatore esibendo alla sua vista la messa in scena, l’obiettivazione visiva della sua intimità. C’è uno scarto tra la vita e la sua rappresentazione, c’è uno scarto nella riflessione della vita nella sua immagine che dischiude uno spazio nel quale diviene possibile la consapevolezza di sé. Certamente l’atto del regista che scruta ed esibisce la dimensione privata dell’esistenza umana è un atto di violenza: è un furto, ma non solo: la restituzione dell’immagine diviene una costrizione. La consapevolezza è vana conquista se non conduce ad un mutamento nell’atteggiamento, il pugno nello stomaco dello spettatore non solo deve solo far avvertire il dolore, ma deve condurre ad una reazione.

 Cinema e desiderio. Ma cosa è il voyeurismo se non la passione della distanza? Il desiderio che si insinua in uno squarcio. Una finestra, un foro, una fessura. Un obiettivo fotografico. La visione è già una penetrazione e l’immagine un amplesso. Questo orgasmo mediato sale come una marea, come una marea cresce la sensualità di Rinko che solamente dopo essersi appropria della sua identità, della sua fisicità può proiettare una differente immagine del proprio corpo. La carne lacerata, il seno asportato svaniscono nel momento in cui la ragazza ha finalmente conquistato la propria femminilità, in quel momento la sua bellezza è violenta come una marea ed il desiderio non è più qualcosa di unilaterale o di distate: ogni barriera che il voyeurismo costruiva per appagarsi si frantuma nella comprensione, nell’orgasmo.

Sarebbe facile trovare paragoni all’interno della storia del cinema per inquadrare il lavoro di Tsukamoto, ma sconsiglio di farlo perché sarebbe un esercizio puramente intellettuale mentre questo film è una ferita aperta, è nuda carne che brucia al contatto con l’aria e Tsukamoto è il cinema stesso al suo stato primordiale: regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia, scenografo, attore: il suo film assume le sue sembianze. La sua arte è carnale, il suo istinto alla camera è animalesco.

“A Snake of June” oltre che un’epica della riconciliazione è una riflessione sul cinema e sulla condizione umana. Tra flash, pioggia, cancro, vibratori, mari di ortensie ed un invisibile serpente che si risveglia nel corpo della protagonista è un film poetico in cui l’alba dei sensi sorge nelle immagini mostrate e in quelle nascoste. Un film necessario, puro e sensuale come la pioggia.

21/04/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Rokugatsu No Hebi
Distribuzione
Revolver
Durata
77'
Produzione
Shinya Tsukamoto
Sceneggiatura
Shinya Tsukamoto
Fotografia
Shinya Tsukamoto
Scenografie
Shinya Tsukamoto
Montaggio
Shinya Tsukamoto
Musiche
Chu Ishikawa
Costumi
Hiroko Iwasaki
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