Afterschool

Afterschool


Antonio Campos

Drammatico | Usa
(2008)

La curiosità era tanta. Perché si sa, nell’affrontare una generazione artificiosa sempre più alla deriva, come quella rappresentata in “Afterschool”, non basta la competenza di un buon regista, quanto soprattutto una spiccata introspezione del problema degna del miglior psichiatra. Specialmente se a mandare avanti la baracca è un giovane ventiquattrenne al suo esordio dietro alla mdp.

Robert, fragile ragazzo che frequenta una prestigiosa scuola del New England è l’archetipo di un’adolescenza ipnotizzata dalla tecnologia, uno dei tanti adepti che vengono morbosamente attratti all’iniziazione del rito di Youtube. Il video a bassa risoluzione visto come porta d’accesso al voyeurismo, al porno, alle risse amatoriali (basterebbero i primi cinque minuti di pellicola per garantire ad Antonio Campos una certa dose di coraggio e personalità), più di una semplice trasgressione, insomma. La droga che impernia il film non è solo quella della cocaina, ma anche quella che manifesta il bisogno di filmare tutto ciò che capita sotto tiro, lo stesso bisogno che ha Robert nel rivedersi in video dopo essere già stato catturato dalla telecamera o dalla webcam. La sensazione è che anche lo stesso Campos cada nel tranello di voler ostentare di tutto, un po’ come Robert, a cominciare da un linguaggio punteggiato da sproloqui sessuali inauditi, dalla costruzione del classico stereotipo del falso moralismo e perbenismo (che ledono le figure di un preside meschino e di uno psicologo capace di screditare il suo segreto professionale), sino all’eccesso di voler filmare tutto al limite del rappresentabile. Succede così che il vero fulcro della pellicola (la ripresa, il video) si polverizzi minuto dopo minuto, perda di consistenza per lasciare spazio a problematiche contingenti come la scoperta del sesso, il traffico giovanile di cocaina (spacciata per veleno per topi) o ancora l’elaborazione di un lutto che cade nel ridicolo (l’intervista ai genitori delle vittime, lo sfogo del compagno di stanza di Robert).

Scritto, diretto e montato dallo stesso Campos, “Afterschool” ricorda molto per lo stile ma anche per le tematiche affrontate il Gus Van Sant di “Elephant” o di “Paranoid Park“. A partire dalla staticità delle immagini, dai numerosi piano sequenza e dalla rinuncia quasi totale della colonna sonora (le uniche note del film sono quelle conclusive di una ninna nanna dalla sospetta natura ossimorica e pessimistica). Anche la depersonalizzazione progressiva di Robert somiglia molto a quella subita da Alex nel capolavoro di Van Sant (il pianoforte, la somiglianza fisica ma soprattutto la conferma più lampante, il colpo di scena conclusivo).

In un’importante sequenza del film lo psicologo domanda al ragazzo: “Ti piacciono i film?”, la risposta, immediata e sicura: “No, solo filmati brevi”. Forse il plot della pellicola sarebbe stato molto più proficuo se il regista newyorkese fosse rimasto saldamente a contatto con questo botta e risposta essenziale. L’inesperienza (o forse più semplicemente la scelta) di Campos ha invece dato vita a una confusa accozzaglia di disagi giovanili che girano senza meta attorno al vero problema centrale (mai fino in fondo analizzato a dovere).

Rimane comunque il coraggio di un giovane regista dalle doti indiscusse. Per ora decisamente troppo poco.

Presentato al festival di Cannes 2008 nella sezione “Un Certain Regard”.

30/06/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Afterschool
Distribuzione
Bolero Film
Durata
122'
Produzione
BorderLine Films
Sceneggiatura
Antonio Campos
Fotografia
Jody Lee Lipes
Scenografie
Kris Moran
Montaggio
Antonio Campos
Musiche
Rakotondrabe Gael
Costumi
Catherine Akana

Trama

In una prestigiosa scuola del New England, Robert, uno studente particolarmente introverso e tormentato, riprende per caso la morte per overdose di due compagne più grandi che conosceva a malapena e che ammirava per la loro bellezza. L'impatto psicologico sul ragazzo è devastante
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