Agora

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Alejandro Amenabar

Storico | Spagna
(2009)

La resurrezione del genere peplum, morto e sepolto da decenni, è passata in anni recenti attraverso i muscoli di titanici spartani, gonfiati da effetti digitali ed elevati a eroi da ragazzini sedotti da frasi fatte e muscoli che sembrano sempre sul punto di esplodere.

Abolendo l’onda modaiola, lo spagnolo Alejandro Amenábar vuole realizzare un film di un didatticismo alla Youssef Chahine (a sua volta memore della lezione del Rossellini televisivo), alla maniera di “Ben Hur”. Ma il regista spagnolo vuole andare al di là: pensare in grande attraverso una tessitura capace di creare automaticamente paralleli tra il passato e il presente: quello storico-politico e quello religioso, che si presta ad accese polemiche: tanto più alla luce di recenti scandali clericali. Certo è che il sunto è chiaro e diretto, benché, purtroppo, privo di sfumature e dettagli: la cristianità ammazza la civiltà, la libertà di espressione e la cultura. L’impero romano come quello statunitense contemporaneo (anche se – dice il regista – non dovrebbe esserci un altro Medioevo: troppo facile attaccare in toto un’intera epoca storica) e il concetto stesso di cultura e progresso scientifico affidato a una figura femminile.

Amenábar non si pone limiti e tra dolly che catturano la civiltà dall’alto ed effetti digitali che, partendo dal cosmo, si proiettono a velocità della luce fino ad Alessandria d’Egitto, fa intendere ambizioni alte che vogliono superare la mera rappresentazione di una realtà storica. Onore a chi osa e pensa in grande, ma il tentativo può dirsi fallimentare e didascalico su tutta la linea.

A dispetto dell’altro budget (73 milioni di dollari: cifra rara per una produzione europea), la ricostruzione storica appare schematica nelle scenografie (a tratti riconducibili a quelle che vediamo sulla Rai in speciali come Quark e Voyager) e rozza nella caratterizzazione dei personaggi secondari. La mancanza di leggerezza e saggezza (ecco una differenza non da poco con il sopracitato Chahine, che tra l’altro conosceva a memoria il senso della misura) conducono i momenti riflessivi in un meditabondo clima di didatticismo (tra l’altro appena abbozzato, dunque pretestuoso) che finisce francamente con l’annoiare.

Le azioni dei cristiani contro i pagani, dall’attacco alla Biblioteca alla lapidazione finale, sono schegge che partono senza progressioni drammaturgiche e, come se non bastasse, Amenábar sembra credere poco anche al triangolo amoroso, suggerendo ipotesi passionali, ma non avendo il coraggio di premere il pedale sul versante melò.

Si accenna alle intuizioni che dipingono Ipazia – matematica, astronoma e filosofa greca – come un’anticipatrice di Galileo, tra l’altro non evidenziando mai dubbi o contraddizioni. Un azzardo non da poco, dato che non si conservano reali testimonianze dei suoi lavori. In questo modo il regista agisce secondo l’istinto polemico, riconducendo colpe e santificazioni a sensi unici e, presumibilmente, scontentando in un colpo solo i ragazzini amanti dell’estetica alla “300“, gli adulti ben disposti a una lezione basata sulla dialettica e i nostalgici di “Ben Hur”.

24/04/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Ágora
Distribuzione
Mikado
Durata
126'
Produzione
Mod Producciones
Sceneggiatura
Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Fotografia
Xavi Giménez
Scenografie
Guy Dyas, Larry Dias
Montaggio
Nacho Ruiz Capillas
Musiche
Dario Marianelli
Costumi
Gabriella Pescucci

Trama

391 D.C. Alessandria Egitto all'epoca dell'Impero Romano. Le violente sollevazioni religiose per le strade di Alessandria si diffondono fin dentro la famosa biblioteca della città. Intrappolata dentro le sue mura, la talentuosa astronoma Ipazia cerca con i suoi discepoli di salvare il sapere del mondo antico. Tra di loro, due uomini si contendono il cuore di Ipazia: l'arguto e benestante Oreste e Davus, il giovane schiavo di Ipazia, lacerato tra il suo amore segreto per lei e la libertà che potrebbe conquistarsi scegliendo di unirsi all'inarrestabile insurrezione dei cristiani
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