L’albero

L’albero


Julie Bertuccelli

Drammatico | Australia, Francia
(2010)

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco

(La ginestra, Giacomo Leopardi)

Alla sua seconda fatica, Julie Bertuccelli (già aiuto regista di Iosselliani, Kieslowski, Tavernier, Finkiel), dopo “Quando Otar è partito”, ritorna sul tema del lutto, e della sua elaborazione. Al centro dell’opera c’è la storia della famiglia O’Neill, la cui armoniosa quotidianità viene sconvolta. Il padre, a bordo della sua macchina, mentre si dirige a casa in compagnia della sua piccola figlia, viene colto da un malore e perde il controllo dell’auto, andando a sbattere sul grande albero di fico, che troneggia maestoso davanti la loro casa. Il malore porrà fine alla vita di Peter e da lì in poi la sua famiglia dovrà fare i conti con una nuova esistenza, a partire da un’assenza che condizionerà la loro vita. In particolare, la piccola Simone (Morgana Davies) si rifiuterà di accettare la morte del padre e si rifugerà, nei momenti di sconforto, sul grande albero, cominciando a parlare con esso, convinta che vi riviva – in nuova forma –  il padre. La madre Dawn – una Charlotte Gainsbourg  di classe-  si abbandonerà completamente a se stessa, mentre i figli maschi cercheranno di far parlare la razionalità e la necessità di ricominciare.

“L’albero”, tratto dal romanzo di Judy Pascoe,  pur peccando di una regia a volte atona e di dialoghi a tratti artificiosi, scongiura il pericolo di fare leva su facili sentimentalismi , prediligendo una regia frammentaria e che non indugia sulla narrazione del dolore, piuttosto dà spazio alla sconfinatezza della campagna australiana, dei luccicanti paesaggi, della natura magnificente. L’albero si fa epifania dell’ambivalenza della natura, nella sua leopardiana dicotomia benigna- maligna. Da una parte protegge la casa ed è custode – secondo Simone – della trasmigrazione dell’anima del capofamiglia, dall’altra può farsi distruttrice, quando le radici cominciano a fuoriuscire e a minare la sicurezza della casa. Nonostante il pericolo, Simone si opporrà sempre all’abbattimento dell’albero-padre. Sebbene Dawn e i figli siano animati dal desiderio (anche Simone che immagina il suo futuro)  e dal tentativo di  ricominciare una nuova vita (Dawn instaurerà un feeling intriso di nostalgia con un uomo), il lutto continuerà a estrinsecarsi come sabbie mobili del divenire. L’albero, metafora della vita per eccellenza – cui anche Dawn, sollecitata da Simone, affida i suoi sussurri, pur rimanendo ancorata alla sua razionalità – può farsi forza distruttrice, ancella della Morte. In questo senso il film della Bertuccelli sembra una trasposizione cinematografica del sentire leopardiano riletto in chiave animista. Un film che parte dalla cognizione del dolore per raccontarci il rapporto uomo- Natura nelle sue sfumature contrastanti, offrendoci una doppia chiave di lettura: da una parte la razionalità, dall’altra il panteismo. Siamo solo noi a scegliere in cosa credere. E il finale non offre consolazione, ma sguardo lucido. In un film che non brilla, ma accarezza.

27/11/2011

Cast e credits

Titolo Originale
The Three
Distribuzione
Videa CDE
Durata
99'
Produzione
Backup Films, Dorje Film, Goalpost Pictures, Les Films du Poisson, Taylor Media
Sceneggiatura
Julie Bertuccelli, Elizabeth J. Mars
Fotografia
Nigel Bluck
Scenografie
Steven Jones-Evans
Montaggio
François Gédigier
Musiche
Grégoire Hetzel
Costumi
Joanna Park

Trama

La vita famigliare degli O'Neil verrà sconvolta quando il capofamiglia Peter, colto da un infarto, morirà. La piccola Simone non accetterà la scomparsa del padre e nei momenti di sconforto si rifugerà tra i rami di un grande albero di fico, che svetta davanti la loro casa. Simone comincerà anche a parlarci convinta che nell'albero abbia trovato nuova dimora il padre, finché una tempesta ne metterà in pericolo la vita...


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