Alive in France

Alive in France


Abel Ferrara

Documentario | Francia
(2017)

“Quando nasci nel Bronx, sei sempre nel Bronx”

Abel Ferrara, Alive in France 

Forse qualcuno ricorderà le dichiarazioni rilasciate da Francis Ford Coppola a margine della presentazione di “Un’altra giovinezza”, lungometraggio girato in Romania con un budget lontano anni luce da quelli ricevuti ai tempi delle grandi produzioni hollywoodiane. In quel frangente il regista de “Il padrino” e di “Apocalypse Now” ammise di non essere più al centro delle attenzioni delle grandi major, ma di guardare a quella nuova fase di carriera come l’opportunità di ritornare alla libertà e allo sperimentalismo dei primi lavori. Pur nella differenza dei trascorsi cinematografici e senza la programmaticità insita nella parole del collega, Abel Ferrara si dimostra seguace della medesima lezione, venendo a patti più di quanto abbia sempre fatto con le regola di fare di necessità virtù e quindi di trasformare la scarsità di mezzi e l’ostracismo del sistema nella forza del proprio cinema. D’altronde, come dargli torto, se i risultati sono quelli visti in “Alive in France”, gioiello cinematografico di natura derivativa, per il fatto di nascere come appendice della retrospettiva itinerante dedicata dai cugini d’oltralpe al cineasta statunitense. Accade nella realtà, ma soprattutto sullo schermo, che Ferrara, oltre a partecipare alla presentazione della sua opera e a incontrare i tanti ammiratori, decida di accompagnare la permanenza in terra francese con una serie di spettacoli musicali messi in piedi grazie alla fattiva collaborazione di antichi sodali come Joe Delia e Paul Hipp, autori – insieme al regista – delle colonne sonore di alcuni dei cult più celebri (“The Driller Killer”, “King of New York”), e insieme a Ferrara stesso, principali protagonisti del film che testimonia quell’esperienza.

Abituato a lavorare senza compartimenti stagni, mescolando opposti culturali e assottigliando le distanze tra arte e vita, Ferrara costruisce il film a propria immagine e somiglianza per più di un aspetto. Il primo dei quali, riferito al suo modo di essere artista, discende dalla cosa più ovvia di “Alive in France” e cioè dalla presenza dietro e davanti alla macchina da presa di Ferrara, che arriva a mostrarsi (per la prima volta) nella dimensione di protagonista assoluto del suo cinema: non solo filmaker, attore e anche performer – sul palco, insieme agli altri musicisti della band – ma, addirittura, ufficio stampa di se stesso quando si tratta di andare per le vie delle città francesi e distribuire ai passanti i volantini che pubblicizzano i suoi concerti. Il secondo, più nascosto ma non meno importante, riguarda invece la maniera di concepire il cinema, ancora una volta sincronizzato sui bioritmi del regista e perciò estensione filmata delle vicissitudini e dello stato umorale dell’autore. In questo caso “Alive in France” è la quintessenza della ritrovata vitalità di Ferrara, cui di certo contribuiscono la nascita della piccola Dee Dee e la stabilità delle relazioni affettive, scandite dall’esistenza di Christina Chiriac, compagna di vita e madre di sua figlia, presente – fuori e, soprattutto, sul palco – in veste di sinuosa e silenziosa front-woman e, ancora, l’essersi allontanato una volta per tutte dal centro gravitazionale dei propri fantasmi, per il momento  scacciati dalla propria vita grazie alla felice complicità di un esilio romano (nel quartiere di Piazza Vittorio che era stato al centro del film precedente) ricco di amicizie e ispirazione.

Pur con il viso segnato dal tributo dovuto alle asperità della vita, quello che vediamo in “Alive in France” è un uomo pieno di energia ed entusiasmo, sempre pronto a occuparsi di tutto e tutti, dispensando allo spettatore aneddoti, pensieri e sessioni musicali senza alcuna mediazione. Prendere o lasciare. Così è Ferrara, così è il suo cinema, ritagliato sulla fenomenologia del momento e sul sentire del suo demiurgo. E dunque leggero (camera a mano e troupe ridotta al minimo), rapsodico (simile al cut up discorsivo che il regista lascia ogni volta in sospeso per rincorrere la prossima idea), spudoratamente vero (come dimostra la volontà di montare il film senza tagliare le “invasioni di campo” da parte di tecnici e operatori). Straripante e informale alla maniera di chi vive ogni istante come fosse l’ultimo, Ferrara canta e parla a ritmo di rock, facendo di se stesso il personaggio dei propri film. Come quelli, anche “Alive in France” è sorprendente e iconoclasta.

22/05/2019

Cast e credits

Distribuzione
Mariposa Cinematografica
Durata
79'
Produzione
Nicolas Anthomé
Fotografia
Emmanuel Gras
Montaggio
Fabio Nunziata, Leonardo Daniel Bianchi
Musiche
Joe Delia Abel Ferrara Paul Hipp

Trama

Una retrospettiva cinematografica, una serie di spettacoli musicali, un unico protagonista: Abel Ferrara  

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli