Bird

Bird


Andrea Arnold

Drammatico | Francia, Germania, Gran Bretagna, Usa
(2024)

“Bird”. Uccello. Spiccare il volo. Libertà di volare. Levarsi in aria, liberarsi della gravità, della gravosità della vita. Immaginare qualcosa d’altro negli interstizi della quotidianità, oltre le angustie del reale. Protagonista di “Bird” è Bailey, dodici anni: ama osservare gli uccelli, riprenderli in video con il telefonino, riproiettarli in installazioni domestiche amatoriali. Come fa Bailey, si soffermava con lo sguardo sui volatili anche Star, la protagonista di “American Honey” (2016), precedente lungometraggio di finzione della regista. “In soggettiva o semisoggettiva, a volte lo sguardo si posa su stormi di uccelli in volo o posati sui fili dell’alta tensione. Star sembra una di loro” (1), concludevo parlando di “American Honey”.

Il parallelo con “American Honey” non si limita a questo aspetto. In entrambi i film troviamo una protagonista giovane e fragile, sospesa sul filo dei propri sogni, interpretata da un’attrice non professionista (Bailey è l’esordiente Nykiya Adams). Affianco alle protagoniste c’è in entrambi i film un personaggio maschile dalla dimensione affettiva ridotta, disattento verso l’intimità della protagonista. Per la quale dovrebbe costituire un punto di riferimento, ma che si dimostra deficitario in questo ruolo. Il contraltare maschile di entrambi i film è affidato da Andrea Arnold a un attore professionista: in “American Honey” era Jake, interpretato da Shia LaBeouf; in “Bird” è Bug, interpretato da Barry Keoghan. Bug è il giovane padre di Bailey: distratto, ripiegato su se stesso e sulla propria ristretta dimensione personale. Per lui la vita coincide prevalentemente con primarie esigenze individuali. Non dà a Bailey l’affetto e l’attenzione che perciò la ragazza cerca altrove, fuggendo. Volando con la fantasia. Fino a incontrare Bird (Franz Rogowski), figura freak, volatile, che sembra emergere da una dimensione avulsa dalla realtà.

Si ripete nel cinema di Arnold un peculiare naturalismo immediato della messa in scena dove realismo e fiction si ibridano, in un racconto “immersivo, de-drammatizzato, asciugato dal mélo ma accompagnato da un costante vitalismo” (1). A contare, più che il dualismo fra realtà e finzione, è il dualismo-incontro fra naturalismo e vitalismo. Come già in “American Honey”, Arnold trova nella protagonista “la misura per trasfigurare il degrado, riuscendo a scorgervi bellezza, luminosità e purezza” (1). Quella di Bailey è una famiglia disfunzionale, in un contesto sociale disagiato; per tramite di Bailey, e del suo nuovo amico Bird, Arnold ci conduce al di là del degrado. Sin dall’inizio Bailey è una figura in parte aliena alla dimensione cui appartiene. Estranea, per sua intima sensibilità, alle rudezze della realtà. Curiosa, attira gli animali (il gabbiano della prima scena); e ecco che a un certo punto, quasi inevitabilmente, attira a sé un essere a lei affine, Bird. Animalesco, immediato, irriflesso. Tendente al puro istinto. La fisicità freak di Rogowski qui è più che mai contestualizzata sul piano diegetico.

Bird, a un certo punto, mette le ali. Letteralmente. Per incanto dell’immaginazione di Bailey, certo. Ma con quel piumaggio immaginario si insinua, anche nel cinema di Arnold, una suggestione da superhero movie innestato sul cinema d’autore (come già in “Birdman” di Iñarritu o nel cinema di Assayas, sia pure in entrambi in maniera più teorica, laddove in Arnold tutto appare più naturale, spontaneo, fenomenico).

L’affinità di Bird con Bailey parte da una condizione comune, di orfani di fatto: Bird è alla ricerca del padre, la famiglia da cui era fuggito; lo ritroverà anche grazie a Bailey. Bailey ha un padre che non è pienamente tale, e in Bird troverà una figura paradossalmente paterna, un punto di riferimento che corrisponde ai suoi bisogni.

Qualcosa però trattiene il film come “sulla soglia”, qualcosa che impedisce di lasciarci conquistare pienamente. Forse proprio nei modi con cui Bailey replica Star, e con cui Bird corrisponde all’immaginario di Bailey, c’è un che di programmatico. E c’è anche un lirismo di fondo un po’ ricercato a forza, per quanto adeguatamente messo in scena. Rispetto specialmente ad “American Honey”, il tutto appare un po’ definito a tavolino, con una poeticità razionalmente cercata fra le pieghe di una realtà sociale ai margini. Malgrado questo appunto, occorre riconoscere che la scena finale, ambientata durante una festa di nozze (altra scelta drammaturgica che appare inevitabilmente programmatica), è in grado di toccare le giuste corde e di commuovere. Quel bisogno di protezione, quella paternità adottiva, quell’abbraccio fra le piume. Quasi a farsi nido in un momento in cui, sia pur solo per l’illusione musicale di qualche ora, tutto sembra poter aspirare a un’armonia. La serenità sembra insinuarsi finalmente nella vita quotidiana. Poi però quelle piume scompaiono. In un attimo. Forse quest’armonia possibile è solo un sogno, ma solo chi sogna può immaginarla, arrivare a percepirla e goderne. Sia pur per pochi attimi.

 

(1) Mi si perdonino le autocitazioni da S. Santoli, Fabbrica di sogni, deposito di incubi. Dieci anni di cinema USA. 2010-2019, Mimesis, 2021 (pp. 181-182).

22/05/2025

Cast e credits

Titolo Originale
Bird
Distribuzione
Lucky Red
Durata
119'
Produzione
Ad Vitam Production, arte France Cinéma, House Productions
Sceneggiatura
Andrea Arnold
Fotografia
Robbie Ryan
Scenografie
Maxine Carlier
Montaggio
Joe Bini
Musiche
Burial
Costumi
Alex Bovaird, Gabriele Sena

Trama

Bailey, 12 anni, vive con il fratello Hunter e il giovane padre Bug in una casa occupata abusivamente in una periferia inglese. Bug non ha molto tempo per i figli, e Bailey, che sta entrando nella pubertà e ha uno spirito vitale e fantasioso, è sempre più incuriosita dal mondo esterno. Dove fa la conoscenza di Bird, un personaggio inconsueto.
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