Capitalism: A Love Story

Capitalism: A Love Story


Michael Moore

Documentario | Usa
(2009)
Che cos’è il capitalismo (statunitense) per Michael Moore? Innanzi tutto, un sistema sempre esistito: già in epoca romana convivevano maestosità e decadenza. Poi, rapace economia di mercato, che fa anche delle carceri minorili, della sanità e delle morti bianche occasioni di lucro. E ovviamente sfruttamento del lavoratore, il quale, sistematicamente sottopagato, quando diventa un ostacolo al profitto viene agevolmente lasciato a casa. Ammesso che una casa gli sia rimasta, dopo tutti i debiti contratti con le banche.

Con il regista di Flint non si perde mai tempo. Il lungo excursus storico da questi imbastito snocciola infatti molti eventi risaputi, ma anche qualche risvolto poco noto (i vertici di Merrill Lynch burattinai dell’ex attore Reagan e quelli di Goldman Sachs onnipresenti ai posti di comando negli ultimi anni) o non così scontato (l’origine della reaganomics correttamente individuata nell’amministrazione Carter), mentre la sua aneddotica risulta spesso efficace ed include anche la pars construens (le cooperative autogestite). L’urgenza di informare è tale che esonda nei titoli di coda, con dati statistici e citazioni illustri alternati al cast del film sulle note di una versione swing dell'”Internazionale”. E chiama lo spettatore alla mobilitazione.

Non mancano interrogativi geniali: in quale altra occasione ci si augura che qualcuno muoia, a parte il caso delle grandi aziende quotate in borsa, di cui coraggiosamente si fanno i nomi, che stipulano polizze caso morte sulla pelle dei propri dipendenti? Né fanno difetto impennate esilaranti: la pubblicità doppiata come “Il Padrino”, il Gesù Cristo consigliere economico.

Ma quando si entra nel vivo della crisi attuale, il racconto si trasforma in una piatta cronaca dietrologica in cui l’autore ammette la propria incompetenza (non capisce nulla dei derivati) e fa ben poco per chiarirsi e chiarirci le idee. Qual è la sua tesi sulla causa ultima del crack, tra tutte quelle cui accenna? Quella mainstream della deregolamentazione finanziaria? Quella sottoconsumista degli economisti critici? Quella psicologista del panico diffuso dai media? Un mix di tutto ciò? Non è dato sapere. Sappiamo solo della sua fiducia aprioristica in Barak Obama: i lauti finanziamenti Goldman sono attribuiti alla volontà della banca d’affari di rincorrere il cavallo vincente.

Com’è dunque il film, nel complesso? Due spossanti ore di predica ininterrotta, stilisticamente monocorde, che raschia anche il fondo del barile quando inserisce ampi brani da “Roger & Me”. Non bastano Orff e Beethoven a rendere spettacolare un prodotto sostanzialmente adatto al piccolo schermo, già viziato dalla consueta visione manichea in cui la finanza è contrapposta alla scienza, le banche al bene comune, il capitalismo alla democrazia. Fino a un finale ultraretorico, con tanto di musica strappalacrime. E anche i michaelmoorismi tipici (il corpulento fustigatore che, a nome dei cittadini, va a riscuotere il denaro indebitamente sottratto e ad arrestare i responsabili, sigillando infine con lo scotch i palazzi delle istituzioni incriminate) hanno un po’ stancato.

01/11/2009

Cast e credits

Distribuzione
Mikado
Durata
120'
Produzione
Dog Eat Dog Films
Fotografia
Daniel Marracino, Jayme Roy
Montaggio
Jessica Brunetto, Alex Meillier, Tanya Ager Meillier, Conor O’Neill
Musiche
Jeff Gibbs

Trama

La lunga storia del capitalismo, dall'Impero Romano agli ultimi trent'anni. Fino alla crisi attuale, che ha avuto la propria gestazione negli Stati Uniti
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